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Milano canta davanti al Duomo per il 19º anniversario della morte di De André. L’emozione di un genovese: Davide Lentini

 

Si chiama “Cantata anarchia per De André” ed è la manifestazione che viene organizzata ogni anno sotto il duomo di Milano, raccogliendo un numero di partecipanti sempre maggiore, in occasione dell’anniversario della morte del poeta-cantautore. Ieri, ad assistere all’emozionante rito è stato un genovese “emigrato” (se emigrato si può chiamare chi si sposta di appena 150 chilometri, distanza che all’estero viene considerata esigua e che per noi, coi Giovi di mezzo, e il mare da lasciarsi, faticosamente, alle spalle diventa prossima all’infinito. Davide Lentini, giornalista, già direttore di testata, da qualche anno ha scelto la strada della radio, diventando una delle voci più celebri di R101 che, appunto, è nel capoluogo lombardo. Però, lui è nato a Sestri Levante, dove è cresciuto. Poi si è spostato a Chiavari e, quindi, a Genova, che ritiene la sua città, <quella che mi ha formato professionalmente e non solo>. Inevitabile, quindi, un po’ di commozione davanti allo spettacolo-flashmob allestito proprio davanti al Duomo. E che importa se qualcuno non è proprio intonatissimo o strimpella la chitarra in modo non proprio magistrale? <Così tanta “genovesità” sotto il Duomo è stato emozionante> confessa il giornalista e speaker radiofonico. Vuoi vedere che è Milano a essere sobborgo musicale e poetico di Genova?

Lentini ha sintetizzato le sue emozioni con un post pubblicato su Facebook.

“Pensavo che è bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo cominciare una chitarra”.
E ieri sera, ricordando le parole di Fabrizio De Andrè, nell’anniversario della sua morte, centinaia di persone si sono date appuntamento in piazza Duomo a Milano per suonare la chitarra e cantare le sue canzoni.
Si chiama “Cantata anarchica per De Andrè” ed è proprio anarchica: nessuno tra di loro si conosce. Arrivano lì, ognuno col proprio strumento, molti senza: qualcuno propone un pezzo, e chi lo conosce lo suona e lo canta.
Mi raccontano che i primi anni erano una decina. Ogni anno sono sempre di più. E tra di loro è bello vedere tanti giovanissimi che cantano a memoria.
E per me, genovese in prestito perenne, è ancor più bello ritrovare il sapore inaspettato della mia città nel canto e nello sguardo di siciliani e veneti, lombardi e pugliesi, sessantenni e ventenni, impiegati e disoccupati, tossici e imprenditori.
Tutti lì, mischiati tra di loro, a cantare e suonare.
Si sfida il freddo, si ricorda Faber e si combatte la solitudine.

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GenovaQuotidiana

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