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Dal Mibact un milione di euro per la chiesa dell’abbazia di San Giuliano. Ci siete mai stati? – Le FOTO e la storia

Un milione di euro per il restauro della chiesa dell’abbazia di San Giuliano. Dei fondi aggiuntivi (3.680.000 euro), ottenuti grazie a economie realizzate nelle annualità precedenti, un milione di euro servirà proprio a finanziare il recupero della suggestiva chiesa dell’abbazia medioevale, ampiamente rimaneggiata all’interno nel corso dei secoli. <Prosegue e dà i suoi frutti la positiva interlocuzione fra le Regioni e il ministero dei Beni e delle Attività culturali. Abbiamo infatti espresso durante la Conferenza Unificata – ha spiegato Stefano Bonaccini, presidente della Conferenza delle Regioni – un parere positivo sulla riprogrammazione di risorse, nell’ambito del Piano strategico “Grandi progetti beni culturali” per il 2019>.

Il monastero, vincolato dal 1934, rimase però in disuso per decenni. Il complesso è composto dall’abbazia e dalla chiesa (ancora di proprietà della comunità dei Padri Benedettini, che ne ha dismesso l’utilizzo per il culto) e che attualmente versano in grave stato di degrado.
L’abbazia, unica superstite di alcuni piccoli complessi monastici che si trovavano un tempo lungo il litorale di Albaro o nelle immediate vicinanze, demoliti per l’apertura di corso Italia o l’espansione edilizia nella zona, ha origini antiche ed il primo documento ufficiale in cui la chiesa viene menzionata è un atto di vendita che porta la data del 17 giugno 1282 (la porta della chiesa era il luogo dove avveniva l’accordo, con il prete come testimone). Secondo varie fonti sarebbe stata fondata nel 1240 dai frati minori francescani, mentre altre riportano una possibile esistenza precedente all’anno 1000.

<La nota ufficiale della Conferenza delle Regioni conferma quanto il Mibact ci aveva già preannunciato: di aggiungere un ulteriore milione per la realizzazione della Casa dei Cantautori, con cui si potrà ristrutturare la parte aggiuntiva dell’Abbazia di S. Giuliano, quella riferita alla chiesa – dice l’assessore alla Cultura di Regione Liguria Ilaria Cavo – . Queste ulteriori risorse  si vanno ad aggiungere al milione e 500mila euro già stanziati dal Ministero nell’ambito dei Grandi progetti beni culturali 2019 e destinati al sito dell’Abbazia. Non c’è modo migliore per commemorare il 19° anniversario dalla scomparsa di De André>.

Il restauro della chiesa dell’antica abbazia è ben di più di una semplice opera accessoria al nuovo contenitore musicale (dove saranno catalogate, conservate, ordinate ed esposte le testimonianze di Fabrizio De Andrè, Bruno Lauzi, Ivano Fossati, Umberto Bindi, Gino Paoli e Luigi Tenco) con aspirazioni turistiche e progettualità formative. È recuperare i secoli di storia, arte e tradizioni religiose di un luogo talmente significativo che non può essere che museo di se stesso. All’interno ci sono vestigia di alcune chiese che non ci sono più, distrutte nei tempi in cui la cultura della conservazione non esisteva e per vicissitudini storiche e, troppo spesso, economiche, si persero chiese (e le opere d’arte contenute, come nel caso di San Francesco di Castelletto, sacrificato al giardino della famiglia tra palazzo Rosso e Palazzo Galliera) oltre a decine di conventi maschili e femminili. Il portale in pietra nera, opera del XVI secolo, secondo alcuni proveniente dalla scomparsa abbazia di San Benigno, che sorgeva nei pressi della Lanterna. Il coro in legno; il coro, in noce massiccio proviene dalla vecchia chiesa di San Teodoro, demolita per l’ampliamento del porto e la nuova viabilità intorno al 1870 e ricostruita poco distante.

L’abbazia, si è detto, attraversò i secoli e passo di mano in mano: dai francescani ai cistercensi e da questi ai benedettini dell’abbazia di San Fruttuoso, appartenenti alla congregazione di santa Giustina, in seguito detta “cassinese”, che vi rimasero fino al 1798, quando a seguito delle leggi di soppressione degli ordini religiosi emanate dalla Repubblica Ligure dovettero abbandonare il complesso, che venne venduto e convertito in abitazione privata. Nel complesso sarebbe stata addirittura installata una fabbrica di biacca.
Nel 1842 il proprietario, Luigi Rolla, lo cedette di nuovo ai certosini, grazie anche ad un finanziamento del re Carlo Alberto.

Questi vi rimasero solo poco più di un anno e nel 1844 l’abbazia passò ai benedettini della nuova congregazione sublacense, fondata l’anno precedente dall’abate Pietro Francesco Casaretto, che vi sarebbero rimasti, non senza contrasti, fino alla definitiva chiusura nel 1939: una nuova legge di soppressione emanata dal governo sabaudo nel 1855 prevedeva infatti l’esproprio del complesso, ma alla vendita si arrivò solo dieci anni più tardi. Lo stesso Casaretto si impegnò per impedire la vendita, anche con ricorsi legali, e quando l’esproprio parve comunque inevitabile si adoperò affinché fosse acquistato da persone amiche; nel 1865 l’abbazia fu acquistata dalla famiglia Adorno che nel 1870 la rivendette ai benedettini.

Inevitabilmente, queste famiglie che “transitarono” nella storia dell’abbazia lasciarono qui il segno del loro passaggio terreno, con tombe oggi in parte distrutte, smontate, private degli ornamenti di metalli preziosi.

l complesso riuscì a sopravvivere agli sbancamenti realizzati nel 1914 per l’apertura di corso Italia, a differenza della non lontana chiesa dei Santi Nazario e Celso, che sorgeva “in ripa maris” sulle scogliere di punta Vagno. Fu stretto tra corso Italia e lungomare Lombardo. In occasione della realizzazione di corso Italia vennero rifatti, in stile neoromanico, i prospetti a monte dell’edificio. Ma non solo: si intervenne anche sugli affreschi dell’interno della chiesa che sono in parte, inequivocabilmente, di quel periodo.

Nel corso della seconda guerra mondiale subì diversi danni alla struttura ed altre vicissitudini anche nell’immediato dopoguerra: il convento fu adibito a ricovero per sfollati, mentre la chiesa rimase a lungo in disuso e chiusa al culto.

Lasciato per anni in stato di abbandono a partire dagli anni settanta, in varie riprese, il complesso fu sottoposto a parziali lavori di manutenzione ma solo nel 1986 fu oggetto di un completo restauro; nel 1992, in occasione delle celebrazioni colombiane, fu restaurata la facciata. Altri interventi seguirono nei primi anni duemila.

Con decreto del cardinal Angelo Bagnasco del 18 febbraio 2015 ls chiesa è stata ridotta “ad uso profano non indecoroso”. Questo vuole dire che non potrà mai aprirci un casinò, una sala scommesse, una discoteca un ristorante o un centro commerciale. Potrebbe, invece, diventare un luogo espositivo, una biblioteca o una sala per concerti di musica classica o colta.

Il resto del complesso appartiene al demanio dello Stato che l’ha affidato, appunto, al Ministero dei Beni Culturali.

L’interno della chiesa, a navata unica, ha quattro cappelle laterali. Vi è conservato un crocifisso in legno della scuola del Maragliano e una cancellata in marmo, posta a cingere la prima cappella di sinistra, con rilievi del XV e XVI secolo.

È inoltre presente nelle lesene dell’abside un ciclo di affreschi raffigurante la Vergine e Santi, attribuito alla scuola dei pittori pavesi Lorenzo e Bernardino Fasolo.

Prima della soppressione del 1798 vi si conservavano diverse opere d’arte: secondo il Ratti vi erano tre dipinti di Luca Cambiaso raffiguranti scene della Passione di Cristo (Orazione nell’Orto, Caduta di Gesù sotto la croce, Crocifissione). Un’altra crocifissione, tradizionalmente considerata di Donato de’ Bardi, ma già attribuita dall’Alizeri a Ludovico Brea, in base a recenti valutazioni potrebbe invece essere opera di Giovanni Mazone (o Massone).

Fino a quel momento, nella chiesa erano conservate il corpo di Santa Irene, poi trasportato in luogo consacrato.

 

Guido Gozzano, torinese, nel 1907, dedicò una poesia all’abbazia. Morì a soli 32 anni, a causa del Mal sottile, la tubercolosi polmonare. La diagnosi di una lesione polmonare all’apice destro risale all’aprile 1907. la malattia lo spinge al primo di una lunga serie di viaggi nella vana speranza di ottenere, in climi più caldi e marini, una soluzione del male.

In aprile arrivò  in Liguria, per pochi giorni a Ruta, poi in una località frequentata fino al 1912, San Francesco d’Albaro, alloggiando nell’Albergo San Giuliano o La Marinetta, dove frequenta il gruppo di giovani poeti che lì si danno convegno e collaborano alla rivista La Rassegna Latina.

 

 

Qui scrisse anche la poesia “Nell’Abazia di San Giuliano”

Buon Dio nel quale non credo, buon Dio che non esisti,
(non sono gli oggetti mai visti più cari di quelli che vedo?)
Io t’amo! Ché non c’è bisogno di creder in te per amarti
(e forse che credo nell’arti? E forse che credo nel sogno?)
Io t’amo, Purissima Fonte che non esisti, e t’anelo!
(Esiste l’azzurro del cielo? Esiste il profilo del monte?)
M’accolga l’antica Abazia; è ricca di luci e di suoni.
Mi piacciono i frati; son buoni pel cuore in malinconia.
Son buoni. “Non credi? Che importa? Riposati un poco sui banchi.
Su, entra, su, varca la porta. Si accettano tutti gli stanchi.”
Vi seggo – la mente suasa – ma come potrebbe sedervi
un tale invitato dai servi e non dal padrone di casa.
– “Riposati, o anima sazia! Riposati, piega i ginocchi!
Chissà che il Signore ti tocchi, chissà che ti faccia la grazia.”
– “Mi piace il Signore, mi garba il volto che gli avete fatto.
Oh, il Nonno! Lo stesso ritratto! Portava pur egli la barba!”
“O Preti, ma è assurdo che dòmini sul tutto inumano ed amorfo
quell’essere antropomorfo che hanno creato gli uomini!”
– “E non ragionare! L’indagine è quella che offùscati il lume.
Inchìnati sopra il volume, ma senza voltarne le pagine,20
o anima senza conforti, e pensa che solo una fede
rivede la vita, rivede il volto dei poveri morti.”
– “O Prete, l’amore è un istinto umano. Si spegne alle porte
del Tutto. L’amore e la morte son vani al tomista convinto.

 

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