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Italian postoral

Ci ho girato attorno per un po’ in questi giorni, annusando l’aria depressa che porta inevitabilmente con se la chiusura di un anno e l’inizio di quello nuovo. Con tanto di promesse, di fioretti e buoni propositi. Quasi a scacciare l’ansia di prestazione che inevitabilmente ogni tratto più o meno vergine porta con se, imponendoti di scrutare l’orizzonte e di pronosticare sul futuro. Poi c’è l’epifania che tutte le feste si porta via. Ah, gia’, sono reo confesso: faccio parte di quella generazione che in questi ultimi anni si porta dentro il peccato originale di aver raggiunto l’agognata pensione. E idi una casta, o presunta tale, che non è costretta, come tanti, a fare i conti con il sussidio di disoccupazione, con la sociale, con le fatidiche tre settimane. O peggio, come scrivevo qualche giorno fa, a razzolare in pieno centro e rovistare fra i cassonetti della “rumenta”, alla ricerca di qualcosa deperibile – ma ancora non sufficientemente deperito – da mettere sotto i denti e nella pancia. Immagine emblematica scattata da una “lottatrice contro il degrado” e acclusa al mio precedente articolo.

Una foto definita “Straziante” dalla mia amica social Barbara Barattani che si era peritata di far precedere quel commento con un monito a cui non posso che aderire: “La foto delle due signore che rovistano nei cassonetti dovrebbe perseguitarci per tutti gli anni a venire…ogni volta che siamo tentati di seguire le falene”. Le falene in questione altro non erano che il dibattito, tramutato in una sorta di fanatismo da complotto, sul pagamento dei sacchetti biodegradabili che ci ha offuscato a tal punto da far passare quasi in sordina altri e più consistenti aumenti sulle utenze, dal gas alle autostrade, scattati puntualmente con l’anno nuovo. Ma su questo argomento già mi sono abbastanza dilungato e non voglio andare oltre.

Parlavo, infatti, del peccato originale di certi – la maggior parte, ma non proprio tutti, per carità – pensionati. Gogna con cui siamo costretti a convivere sempre più frequentemente di questi tempioscuri per le generazioni di trentenni, quarantenni, cinquantenni.

Ma, soprattutto, per quei pre-millenials di cui il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha inteso astutamente solleticare il senso civico richiamandoli al diritto/dovere del voto in vista del prossimo appuntamento elettorale del 4 di marzo. Senza dimenticarsi il presagio/riferimento al sacrificio dei ragazzi del 99, quelli di cent’anni fa. Generazione spazzata via dalla grande guerra. E come se non bastasse al discorso di fine 2017 del Presidente ha fatto seguito il concertone di fine anno da Maratea su cui sono fioccate le critiche. 

Con un acido ancorché lucidissimo editoriale Luca Telese su Tiscali.it. Un veglione-vegliardo a cui hanno partecipato sul palco “sfavillanti lucidi e perfettamente smaltati, Al Bano, Romina, i Pooh, Patty Pravo, Amy Stewart e Raf. Su Raiuno festeggiavano il Capodanno. Quello del 1980, però.  Se la composizione anagrafica di questa squadra da veglione ha fatto notizia, non è detto che sia solo un fatto di costume o un giochino per assatanati dei social e twittaroli mannari delle prime ore del mattino. Il pop, ancora una volta diventa lo specchio dei tempi, una chiave di interpretazione per capire l’Italia. La serata Rai di fine anno in diretta da Maratea, infatti è stata una bellissima cartolina illustrata dall’immaginario più autentico del nostro paese, una quintessenza del nostro destino. A casa – davanti alla tv – si discuteva di chi esibisse il lifting migliore, si discettava se Amy Stewart avesse fatto un patto con Satana (o con il chirurgo), ci si interrogava su dove eravamo nell’anno in cui si cantava “Felicità” (io, per dire, già alle elementari), si controllava su Wikipedia se Romina avesse superato i settanta oppure no (sono ancora 66), o se Francesco Paolantoni avesse fatto in tempo a partecipare ad “Indietro tutta”, perché malgrado i capelli bianchi aveva un’aria giovanile leggermente fuori contesto”.

E poi il discorso di Mattarella con la famosa chiamata in causa della classe del 99, – “fortunati loro – ha osservato Telese – che hanno avuto la chiamata alle urne e non alle armi”- il ritorno in politica di Berlusconi, a soli 34 anni dall’esordio, in un Paese, il nostro dove si promettono alla Cetto Laqualunque più dentiere per tutti e viene propagandata a più non posso l’edizione Undici di Don Matteo. Con legittima conclusione di Telese “Dei ragazzi del 1999 ho capito che in modo istintivo misurano la loro visione del mondo tentando di guardare avanti, e non indietro. Non è una differenza da poco, rispetto alle generazioni “adulte”, a noi del secolo novecento. Questa differenza di prospettiva non è dettata solo dall’età. Noi guardando indietro possiamo trovare il conforto inebriante e dolente della nostalgia, cercando di riscaldarci alla luce delle stelle morte che abbiamo amato ed eletto a nostro riferimento: loro guardando nello stesso punto non vedono nulla. Perché effettivamente non c’è più nulla. Non sono sbagliati loro, siamo sbagliati noi. Noi che abbiamo ancora come punto di riferimento “Quell’Italia vagamente Vintage in cui gli auguri di fine anno li fanno Al Bano e Romina, in quella in cui la promessa più incisiva della campagna elettorale sono l’aumento delle pensioni e le “più dentiere per tutti”, nell’Archeo-Italia in cui sta per tornare un nuovo Don Matteo e in cui l’ottuagenario Silvio Berlusconi è indiziato di poter vincere di nuovo le elezioni (a soli 34 anni dalla sua prima candidatura), non c’è bisogno di uno youtuber minorenne per capire che non puoi associare una generazione al racconto nazionale solo con i buoni propositi, ma che devi includerla dentro un progetto di paese che non sia un semplice ritorno a qualcosa che non c’è più, ma piuttosto un viaggio verso qualcosa che dobbiamo ancora trovare”. Lungo articolo puntiglioso e puntuto a presagire che non abbiamo molte speranze e su cui la solita Barbara Barattani chiosava “È stata illuminante la frase che dice quanto siamo incapaci di sognare e lavorare per un futuro ignoto ma probabilmente migliore e ci accontentiamo della copertina di Linus del ritorno ai fantastici anni ’80, quelli della Milano da bere, che si sono bevuti e mangiati l’Italia intera…”.

Insomma quel sottile sapore di malcontento si è andato via via sempre più diffondendo ed e cresciuto qualche sera fa, quando, per puro caso, mi sono imbattuto nella la visione di American Pastoral, film di esordio del regista Evan McGregor, tratto dall’omonimo Romanzo di Philip Roth scritto nel 1997 e premio Pulitzer per la narrativa l’anno successivo. Un’opera molto complessa che ruota soprattutto intorno al conflitto generazionale che si scatena negli Stati Uniti a partire dagli anni ’60 in due precisi schieramenti. Da una parte la ‘fazione’ dei padri, i figli del boom economico, dall’altra, quella dei giovani ‘sessantottini’ che nonostante l’infanzia d’agio finiscono per rivoltarsi ferocemente contro i propri genitori in un violento tentativo di emancipazione politica e sociale. Due anime, che pur raccontando la stessa cosa, ovvero la disgregazione del sogno americano, analizzano il tema sia dal punto di vista personale che collettivo. Con lo sgomento di un padre che si trova di fronte all’esplosione di questo odio e che ai suoi occhi appare immotivato specialmente se generato dalla figlia sedicenne Mery diventata terrorista per scelta. Il libro, nonostante la trasposizione sullo schermo risulti semplificata, e’ un grande ritratto sociale dell’America della fine degli anni Sessanta. E non a caso parla di un aspro conflitto generazionale che finisce per avere effetti tragici e di disgregazione sulla famiglia.

Infine tutto, dal malmostoso al senso di ansia, si è cristallizzato con un post del mio amico facebook e politologo di riferimento, il prof. SantoSubito Francesco Gastaldi che, ogni tanto fa finta di allentare un po’ la tensione, ma con precisione diabolica va a solleticare la pancia dei suoi numerosi utenti social. Perciò lo sventurato posto’: “Più sono anziani, più hanno fretta … ma dove devono andare???”. Osservazione gettata lì con non chalance che ha suscitato sulla sua bacheca un dibattito debordante con ben 131 likes e sfiorando il centinaio di commenti. Suscitando, in pratica, un confronto generazionale che spesso ha rischiato di andare un po’ oltre le righe. C’è stato chi, Ernesto Tortonese, ha ironizzato con una battuta “A leggere i necrologi” e chi, al contrario ha lanciato una vera e propria campagna Giovanni Razzetta “È un problema. Chi deve fare una commissione o un esame clinico prima di raggiungere il posto di lavoro si trova davanti una coda infinita di anziani in attesa dalle 6 del mattino, ed è costretto a consumare più ferie o permessi del necessario. Occorrono corsie preferenziali per la popolazione attiva e con carichi di famiglia”. Trovando automaticamente sostegno nel mugugno. Lilia Boniccioli: “Ha ragione invece. Per fare una commissione in banca o altrove un lavoratore deve prendere permesso, il permesso preso non basta perché le code, soprattutto di anziani, sono infinite ovunque. Poi per recuperare il permesso perso mentre altri hanno tempo da perdere deve stare in ufficio oltre l’orario, magari non sapendo come fare per prendere i figli a scuola. La vita è questa e le giornate di padri e madri che lavorano sono queste. Se non peggio. E mai che un anziano in pensione ti faccia passare avanti perché devi correre a lavorare…”. Problema dei problemi in una città di pensionati dinappartenenti allavterza eta’ o senza occupazione fissa. Luca Berardi prova a riportare un po’ di buon senso “Quindi che facciamo? Eliminiamo fisicamente gli anziani? Lì mettiamo coattivamente nelle case di riposo? Generalizzazioni del genere fanno rabbrividire. Mettersi in coda non è un abuso e gli anziani hanno gli stessi diritti di tutti noi. Che poi TUTTI gli anziani facciano la coda per i figli non mi risulta e poi allora con questo criterio dovreste avere da dire anche sui figli che vanno per uffici pubblici (INPS, ospedali, ASL etc etc) per sbrigare le pratiche dei genitori che sono impossibilitati a farlo, ma evidentemente non vi rendete conto di cosa dite purtroppo”. E c’è anche chi cerca di darne una interpretazione sociologica. Graziella Rossiglioni “Le persone anziane non riescono piu a gestire l’ansia e quindi per loro prima fanno o prima risolvono il problema e meglio e’ per loro,esclusivamente per loro…il loro mondo prima di tutto. Certo che per loro tutto ruota intorno e la loro natura di bambini egoisti e capricciosi ritorna attuale dopo anni di dovere educazione condizionamenti e regole…geniali?”. Chi ironizza ancora: Silvia Stefani “A casa a preparare il pranzo. Non sia mai che a mezzogiorno in punto non siano seduti a tavola, potrebbero saltare gli equilibri del pianeta!” Chi va un po’ oltre, lugubremente, Pierluigi Biagioni “Corrono a prenotare un posto al cimitero, prima che qualcuno lo occupi abusivamente !!!#”. Chi racconta il suo aneddoto. Federica Di Piazza “una super vecchina che lestamente mi superò in fila quando le ho fatto notare che ero prima di lei e avevo fretta mi ammonì “io ho poco tempo da vivere e ho più fretta di lei che è giovane” tiè colpita e affondata”. E chi si sente toccato, perché anziano – non perché spinge- e replica : Cristina Biagini “Io ho 60 anni,lavoro…corro e quando vorrei riposare ,magari devo far la pnonna…anziani ? Ci son ventenni anziani di mente…si corteggiano via web….vivono sul cel.. dimenticando cosa è la realta…ps son anziana tecnologica,ma nn ho scordato cosa è la vita”. E chi centra perfettamente il punto. Flavio Azzarelli “Il ruolo di ammortizzatore sociale dell’anziano è ormai un dato di fatto. Figli, nipoti ed altri sodali sarebbero persi senza il loro aiuto e apporto economico derivato dalla pensione o dal lavoro…”. E c’è persino chi esce dalla battaglia generazionale facendone soltanto questione di educazione, come sarebbe giusto che fosse. Ancora Pierluigi Biagioni a portare un po’ di buon senso dopo la battuta macabra “Ci sono anziani nevrotici perchè hanno vissuto da nevrotici, come tanti giovani che guidano come in formula uno, con il telefonino all’orecchio anche in città, sia che guidino delle city car che dei camioncini da trasporto ! a Rapallo usa molto !!!!”.

Diabolico Gastaldi che, con una battuta semplice, semplice; del tenore “oggi piove” ha scatenato l’inferno. E chissà da che parte si schiera lui che non ha ancora toccato la cinquantina? Lui che provoca non solo i politici, fustigatore di teleutenti che affrontano in treno la conversazione a voce sempre troppa alta? Chissà se viaggia in autobus, oltre che in treno, e osserva la tracotante strafottenza dei giovani studenti con zaino sempre sulle spalle e orecchio teso al cellulare, o con auricolare, che vedono salire anziani traballanti o con bastone e non si alzano? E non fanno una piega magari nemmeno di fronte a esplicita richiesta. Perché, probabilmente, ogni età avrà pure le sue debolezze, con annessi conflitti generazionali, sogni bruciati e relativi complessi di colpa, ma e’ solo nell’eccesso di individualismo l’ambiente in cui cresce la scarsa educazione. Fino alla negazione dello spirito pastorale. Concetto Cristiano in cui allo spirito del buon pastore che si prende cura del gregge, abbiamo sostituito con leggerezza, purtroppo talvolta eccessiva, quello del buon postatore.

Il Max Turbatore

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