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Sta all’occhio, t’abbacchio, sto’ vecchio, t’inguacchio, ah, si’…… Tavecchio

Per una settimana, giusto una settimana, mi sono trattenuto. In omaggio all’ottimo collega Davide Lentini che, già il giorno dopo il pareggio di San Siro, postava deciso, probabilmente persino parecchio sconfortato dal diluvio di messaggi gia’  in circolazione su Facebook: “Più triste dell’esclusione dal Mondiale è chi parte con l’immancabile banalità del “È il segno di un Paese in declino”. Gli stessi che, se ci fossimo qualificati, erano già pronti con il più classico “Specchio di un Paese pronto a ripartire”. Chissà quanti fior di opinionisti su Facebook e sui giornali a sostenere certi parallelismi tra cross e manovra finanziaria, schemi d’attacco e riforme costituzionali, triangolazioni e legge elettorale. L’Italia, una Repubblica fondata sulla retorica e le sue derivazioni”.

Perciò mi sono visto e lasciato passare sotto il naso gli insulti al Buffon nazionale in lacrime alla fine della partita, le patenti da “portasfiga” all’ex premier e segretario del Pd Matteo Renzi che due anni fa, in occasione dellExpo’, aveva dichiarato di fronte al presidente Putin che l’Italia intendeva vincere i mondiali che si sarebbero disputati in Russia nel 2018, persino le fustigazioni all’allenatore Giampiero Ventura che ha difeso il contratto e il compenso, adeguato, sino a farsi defenestrare. E, non ultime, le richieste di autofinestramento rivolte al presidente della federazione calcio Carlo Tavecchio. Nemmeno di fronte a quelle ho reagito. Anche se in cuor mio pensavo che almeno un cenno di fronte a tanta sfrontatezza sarebbe stato giustificabile.

Vi confesso però che non c’è l’ho fatta a sottrarmi dal commento di fronte all’ultima pasticciata decisione di Carlo Tavecchio. Un vero inguacchio con tanto di conferenza stampa surreale. Momento di alto teatro italico in cui guittescamente, una volta compreso che non aveva più margine, ha lavato e steso i panni sporchi in pubblico. E se ne è andato perfino sbattendo la porta. A dire il vero avevo già assistito, basito, all’intervista di Nicolo’ De Devitiiis per le iene in cui in una decina di minuti il nostro presidente ha affossato Giampiero Ventura, l’omologo del CONI Giovanni Malago’, l’ex commissario tecnico dell’Italia mondiale del 2006 Marcello Lippi. Riuscendo perfino a superarli giocando ad acqua, acqua, fuochino, fuocherello con i nominativi di una decina di tecnici che, a furor di popolo, avrebbero potuto, o dovuto, subentrare a Ventura. Un nuovo metodo dopo il colloquio aziendale lanciato da Suning per scegliere Stefano Pioli all’Inter. Comunque uno spettacolo di intrattenimento mediatico ragguardevole. Anzi, puro avanspettacolo. Come quelle volte che la realtà supera di gran lunga l’immaginazione. E Tavecchio pensava probabilmente di aver salvato la ghirba con quattro lacrime supplicando Carletto Ancelotti di lanciarsi in un suo improbabile salvataggio e gettando giù dalla torre del castello tutti gli altri. Intendeva riformulare un programma di rilancio per il movimento, voleva presentarlo al consiglio della federazione e aveva cominciato a farsi i suoi calcoli fra le componenti che l’avrebbero supportato e quelle che avrebbero preteso la sua testa. Poi a una settimana di distanza da quella che lui stesso aveva definito l’apocalisse – pur pronosticandola persino come impossibile da verificarsi – venute meno le condizioni e stabilito, soprattutto, che anche la componente della Lega dilettanti lo avrebbe abbandonato ha deciso di dimettersi. Finalmente. Lo ha fatto con una conferenza stampa in cui come un drago morente ha lanciato fuoco e fiamme. Improvvisandosi persino oratore in lingua francese, dando l’impressione di un egoista con la lingua pesante. Ha parlato di sciacallaggio e, neanche a farlo apposta, si è lamentato di un caso politico. Insomma anche lui, con quell’aria triste da ragioniere che la sa lunga, l’ha gettata in politica. E ti pareva che non ricorresse al complotto o al “gomplotto”, in un paese dove troppo spesso si hanno grosse difficoltà a prendersi fino in fondo le proprie responsabilità?

E mi spiace contraddire il mio amico Lentini, ma non posso fare altro che scrivere che l’ultima commedia risulta quanto di più vicino a quella che è l’immagine del nostro paese e della nostra classe dirigente, e politica, per le quali spesso la parola dignità risulta ormai sconosciuta. Però cedo consapevole lo spazio a Maurizio Crippa che su “Il Foglio” la racconta cosi’

 

 

 

 

Se qualcuno avesse voglia di riguardarsi gli highlights della conferenza stampa di Carlo Banana Tavecchio – ci vuole coraggio, sì, ma non è peggio di Giletti sul La7 o dell’intercettazione di una telefonata tra Fassino e D’Alema – si troverebbe davanti a un medley esaustivo del paese Italia, e della sua dolce deriva. Il cavernicolo di Opti Pobà, l’impresentabile in chief, bofonchiava, girava il testone, ciondolava sopra i microfoni, ha dato la colpa a tutti, fuorché a se stesso. “Ci manca solo Tavecchio in croce e poi è finita. Ho rassegnato le dimissioni e per mero atto politico”, ha detto manco fosse Mugabe. “Siamo arrivati a un punto di grandi speculazioni”, ha detto manco fosse un columnist dell’Antimafia. Ha rinnegato gli alleati (ex) della Lega Pro, “ho avuto la sensazione che la mia componente, dopo 18 anni di militanza, che ho trovato in una certa maniera e consegnata in un’altra”, ha scandito manco parlasse, come un vecchio ras democristiano, del furto di un pacchetto di tessere ben gestite in proprio. Ha scaricato persino il cadavere di Ventura, l’impresentabile in panca: l’ha scelto Lippi, mica io. E così siamo arrivati alla fine non della farsa, ma del secondo atto della farsa. Quello in cui il sistema paese regola i suoi conti senza regole e senza catena di comando, ma per interposto pacchetto di voti e sotterranee (im)moral suasion. Che quasi quasi ha ragione Banana Tavecchio a non sentirsi un capro espiatorio. “Domani andrò a passeggiare sul Sassolungo, potete venire con me se volete”. Potrebbe piantare pure una tenda, come un Prodi qualsiasi.

Gia’, la macchietta supera di gran lunga la competenza e in questo inglorioso finale persino il,senso di responsabilita’. Anche se come ultimo atto si è attribuito e ha rivendicato la introduzione della Var nel campionato italiano. Ma non basta. Come dimenticare le varie gaffe in cui si è prodotto sin da prima della sua nomina. Tre anni in cui è finito più volte nell’occhio del ciclone per alcune dichiarazioni da dimenticare nei confronti di ebrei, neri, omosessuali e donne: delle vere e proprie gaffe.

La prima gaffe è arrivata nel 2014, quando non era ancora alla guida della Figc: “Le questioni di accoglienza sono un conto, le questioni del gioco sono un altro – disse durante un lungo intervento relativo alla presenza degli extracomunitari nei nostri campionati – L’Inghilterra individua i soggetti che entrano, se hanno professionalità per farli giocare”. “Noi, invece, diciamo che Opti Poba – aggiunse, inventando un nome – è venuto qua, che prima mangiava le banane, adesso gioca titolare nella Lazio. E va bene così. In Inghilterra deve dimostrare il suo curriculum e il suo pedigree”. A poco servirono le scuse, l’imbarazzo per quelle parole continuarono a seguirlo ovunque.Anche perché, mentre ancora tentava di chiarire di non essere razzista, a proposito del calcio femminile disse: “Siamo da sempre protesi a voler dare una dignità estetica alla donna del calcio. Prima si pensava che fosse handicappata rispetto al maschio per resistenza ed altri fattori, adesso invece abbiamo riscontrato che sono molto simili”. Ma non è finita qui. Dopo il caso Opti Pobà e delle donne handicappate, un anno dopo, arrivarono le dichiarazioni antisemite e omofobe. In una chiacchierata con il giornalista Massimo Giacomini, pubblicata dal ‘Corriere della sera’, definì Cesare Anticoli (commerciante e proprietario di molti immobili a Roma) un “ebreaccio”. E aggiunse: “Non ho niente contro gli ebrei”, ma “è meglio tenerli a bada”. E riferendosi poi a un ex dirigente della Federcalcio: “Ma è vero che è omosessuale? Io non ho nulla contro, però teneteli lontani da me. Io sono normalissimo”. Ecco, vere e proprie gag viste e riviste, o lette e rilette, in questa settimana di passione. Solo che il definitivo dimissionamento non arriva. Arriva il licenziamento di Ventura che paga per tutti. Quello sì, ma Tavecchio è ancora in bilico e con il culo sulla sella. Dal primo pomeriggio alla sera, alla notte cambia ancora tutto. Ennesima giravolta. Perché  dopo le dimissioni di un infuriato Tavecchio e la proposta di commissariamento della FIGC di Giovanni Malago’, presidente del CONI, pare che al dimissionario Tavecchio venga data la possibilità di continuare per tre mesi in ordinaria amministrazione sino alla prossima assemblea. E anche qui le interpretazioni si sprecano. Come se il presidente del CONI, su richiesta dei presidenti delle società professionistiche e di altre componenti avesse in extremis deciso di non forzare. In fondo la sua vittoria politica l’aveva ottenuta. I tre mesi saranno necessari per contarsi e mettersi d’accordo sul successore, con un Tavecchio che e ormai è il classico morto vivente. Le sparate conclusive nella conferenza stampa finale, in pratica gli hanno intaccato anche le ultimissime simpatie. Una macchietta senza più alcuna dignità. E, a quanto è emerso, è in fin dei conti proprio quella della mancanza di dignità l’accusa più pesante che ormai gli viene rivolta. E non è che occorra avere ruoli pubblici: la dignità, secondo me, è una cosa che se c’è l’hai dentro bene, altrimenti non te la dai. Come accade per il coraggio.

Sentite che cosa racconta il mio amico facebook Andrea Cambiaso sula dignità. Un post da mandare a memoria “La parola dignità : stamane per recarmi ad un appuntamento cercavo un taxi, accanto all’hotel ve ne era uno posteggiato , apparentemente in attesa di un buon cliente da lunga percorrenza, che mi faceva cenno di salire con sorrisi. Alla fine ho accettato ed ero dispiaciuto del fatto che il mio percorso fosse molto breve e gli ho spiegato perché non volevo salire sul suo taxi In attesa. Quest’uomo, un pachistano, mi ha detto con un sorriso : sono un taxi e ogni corsa è importante, ed in piu ho il tassametro che dice quanto merito di essere pagato. Mi ha dato risposte bellissime di grande dignità per una persona che guadagna 500 € al mese e lavora 12 ore per 6 giorni (il settimo lava la divisa ). Quando sono sceso dopo pochi minuti il tassametro segnava l’equivalente di 3 € e al quel punto gli ho lasciato un mancia pari a 5 corse come la mia . Quell’uomo insegna a molti che la dignità e le buone maniere esistono. In realtà gli ho pagato una lezione di vita , nessun regalo”. E, sempre Cambiaso, regala ancora un commento che è una lezione di vita nella sua vita da globe-trotter “Osservo, cerco di essere imparziale anche quando dico cose sgradevoli e cattive . Io non posso essere tacciato di razzismo seppure le mie idee in proposito possano apparire tali. Cerco di imparare da tutti e soprattutto da chi è differente e vivo quotidianamente piccole esperienze che un pochino mi cambiano la vita”.

A volte, specie nello sport, basterebbe un po’ di ordinaria coerenza. Al contrario, probabilmente per motivo di interessi politici ed economici, ma non soltanto per quelli, anche lo sport, nei comportamenti al di fuori del campo di gioco, proprio dalla politica prende sempre più frequentemente esempio e spunto. E non è soltanto, questione di curve e di foto di Anna Frank.

Siamo appena usciti dal piagnisteo per i mondiali in cui non ci saranno gli azzurri. Assenza che, come lamentano in molti, ci costringerà a passare un’estate, la prossima, in contemplazione delle partite delle altre nazionali. L’apocalisse, come diceva Tavecchio. Il dramma, la tragedia, la catastrofe o il disastro, come hanno titolato quotidiani sportivi e non. Economicamente una grande perdita. Anche per l’onorabilita del movimento sportivo. Con tanto di appelli a ricominciare dall’anno zero e dal potenziamento delle scuole calcio. E pistolotto finale con strali alle società che investono troppo poco anche a livello giovanile e comunque troppo sugli stranieri. Come se il futuro, anche nel nostro paese, non fosse quello di una società multietnica. Certo, lo ius soli semplificherebbe. Ma anche quella è alta politica.

Io, però, una ricetta per non morir di noia la prossima estate ce l’avrei. Su sollecitazione di una mia amica Facebook, Marina Viazzi, ho visto un video e mi sono commosso. E ve lo propongo. Riguarda la nazionale italiana di calcio amputati CSI, che il prossimo anno in Messico disputerà i mondiali. L’unica nazionale azzurra di calcio sino ad ora qualificata alla fase finale. La squadra è nata dal sogno di un ragazzo allora quattordicenne, Francesco Messori, nato con una sola gamba per una malformazione congenita. Sui social ha cercato gente come lui che per un incidente o a causa di una malattia avesse soltanto un arto inferiore invitandola a giocare al pallone. Cinque anni dopo Francesco Messori, come capitano della nazionale e i suoi compagni hanno conquistato la possibilità di disputare i mondiali. Probabilmente se il movimento ricominciasse da qui, se i nostri superpagati calciatori eroi della domenica iniziassero a collaborare con queste realtà, o perlomeno a condividerle, se qualche strapagato, viziato o no, extratatuato oppure no, mitico nostro calciatore per avventura sentisse in coscienza l’obbligo di andare ad aiutarli in Messico, magari portando le borse, e se la Rai oltre alle partite dei Mondiali di Russia trasmettesse anche quelle del Messico, finalmente si potrebbe pensare ad un significativo passo avanti. Ma il calcio, l’unico preso in considerazione, purtroppo è sempre lo stesso. Quello del business che porta incassi e pubblico. E mobilità la violenza di certe curve.

Che dire, altrimenti, della vicenda della nazionale femminile di calcio che si giocherà fra qualche giorno, il 28 novembre in trasferta con il Portogallo, la possibilità di accedere e disputare il girone finale dei mondiali del 2019, e chiede alla Rai di trasmette la partita su Rai 1?

Proprio per vedere in televisione questa partita, e le seguenti, Assist, l’Associazione Nazionale Atlete, che ha tra le sue fondatrici e sostenitrici icone dello sport italiano come Carolina Morace, Manù Benelli, Josefa Idem, Patrizia Panico, Antonella Bellutti e Tania Di Mario, ha lanciato sul web la campagna #AzzurreSuRaiUno. L’hashtag sta spopolando in rete: un milione e mezzo di visualizzazioni e oltre 15mila condivisioni solo su Facebook e oltre 8.000 condivisioni su Twitter.

Dichiara sconsolata la presidente Assist Luisa Rizzitelli “Assist combatte per i diritti delle donne nello sport da ben 17 anni. E tra questi diritti c’è il dare allo sport femminile le stesse opportunità di visibilità delle discipline maschili. Per noi quindi è una vecchia storia, non una trovata dell’ultimo minuto. Sicuramente però in questi giorni c’era un sentimento diffuso e da cogliere nel desiderio dei tantissimi tifosi che amano sostenere i colori Azzurri e che hanno vissuto, come tutti noi, una grande delusione con l’uscita dai Mondiali dell’Italia maschile. La nostra campagna si è rivolta a loro, ma anche a chi in Italia pensa (ancora e ostinatamente) che il calcio sia solo uno sport “per uomini”.

Insomma il nostro calcio nazionale, con federazione annessa dovrebbe essere anche questo, e probabilmente, si spera non soltanto le espressioni un po’ becere di un Tavecchio imbarazzante. Attendiamo con curiosità quello che è stato indicato come l’anno zero della rinascita. Intanto finiamola con il piagnisteo della prossima estate senza azzurri e vediamo se la Rai riuscirà a premiare il nostro senso sportivo nazionale offrendoci in diretta le partite dei nostri rappresentanti più sfortunati. Che nella sfortuna di una vita difficile avranno la fortuna o meglio, ci onoreranno di difendere i nostri colori nazionali e la credibilità sportiva del nostro paese in Messico. Purtroppo, e qui mi rivolgo al mio amico e collega Davide Lentini, la nostra società, qualunque sia la sua condizione, finisce il più delle volte, anzi quasi sempre, per ricalcare il modello del paese dal quale proviene. E talvolta non è soltanto questione di declino economico o peggio politico, ma di sensibilità culturale. Perche’ i risultati in economia e politica purtroppo della nostra arretratezza sportivo/ culturale ne costituiscono l’espressione.

Il Max Turbatore

La vignetta di Carlo BesanaI “Tavecchi” sono quelli che non si dimettono…

Nel poster del film “Non è un paese per vecchi” (2008, diretto dai fratelli Coen), il personaggio sulla sinistra è lo sceriffo Ed Tom Bell, interpretato da Tommy Lee Jones.
In questo caso lo “sceriffo” è il presidente del CONI Giovanni Malagò, che ha “forzato” le dimissioni di Tavecchio ed il licenziamento di Ventura.
Nel poster del film,  in basso,  è riportata la scritta “Non si può mai scappare facilmente”, qui sostituita da “Non ci si può mai dimettere dignitosamente”.
“Un film dei Fratelli Coen” si trasforma, inevitabilmente, in “Un film dei Fratelli CONI”.

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