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Stupro di classe

Mi ero ripromesso di sfuggire l’argomento particolarmente sdrucciolevole. Eppero’ l’universo femminile ha da sempre determinato nei miei confronti una sorta di attrazione ineluttabile. Navigando tra solidarietà, solidarietà di facciata, invidie, solidarietà pelosa, perciò’ risulta difficile destreggiarsi a dovere nella soap opera del gossip che ha avuto come vestale del sacrificio tal Asia Argento, figlia di Dario, cotanto padre, regista di thriller epocali. Pure Asia attrice e persino lei regista di belle speranze, ex coniuge del cantante Morgan, poi discussa conduttrice per alcuni mesi di Amore Criminale, fino alla comparsata come concorrente a Ballando con le stelle, dove è stata ricordata più per le sue furiose liti con Selvaggia Lucarelli che per i passi di danza. Me la sarei potuta cavare con la semplice battuta che… visto il cognome doveva pur sapere che non è tutto oro quel che luccica. Eppero’ poi mi sono lasciato stuzzicare dal contrappasso di una donna che, a suo modo, ha finito per trasformarsi in un’icona di speranza per tutte le donne che subiscono violenza dal maschio.

Una donna che recentemente ha denunciato di essere stata vittima di un abuso. Anzi, a questo punto, di diverse molestie e più abusi, facendo esplodere i social. Prima l’orco e potentissimo produttore holliwoodiano Harvey Weinstein che come molte altre attrici l’ha sottomessa promettendole film e notorieta’, poi raccolte, soprattutto in Italia, scarsa solidarietà femminile e bordate di critiche, ha aggiustato il tiro con un’altra clamorosa rivelazione di violenze, ancora minorenne, da parte di un regista/attore italiano in una roulotte mentre approfondivano… una parte. E in seguito, appena ventiseienne è caduta vittima di di un regista hollywoodiano. Racconta in un tweet dello stupro avvenuto mentre era incosciente: “#Quellavoltache un grosso regista di Hollywood con il complesso di Napoleone mi ha dato l’GHB (la droga dello stupro, ndr) e mi ha violentata da incosciente. Avevo 26 anni”. Ecco. Con grande interesse dei media, quotidiani compresi. Tanto che Massimo Gaggi, opinionista del Corriere della Sera traccia persino un parallelo tra le due industrie emergenti negli Usa quella cinematografica e quella del digitale in un suo articolo dal titolo “Hollywood e la Silicon Valley le due crepe del sogno americano”. Spiega Gaggi “La vecchia fabbrica dei sogni di celluloide e la nuova fabbrica dei sogni digitali. L’America ottimista e sicura di sé che si specchiava nelle epopee dei suoi grandi film, negli sguardi di attori e attrici affascinanti, magnetici. E quella più giovane, tecnologica e pragmatica che, però, fino a ieri ha creduto fideisticamente nelle promesse delle imprese della Silicon Valley (e dintorni) di «trasformare il mondo in un’unica comunità» (Facebook) e di rendere tutta la conoscenza dell’universo accessibile gratis a chiunque: l’impegno di Google che aveva incapsulato la sua filosofia in un motto tanto perentorio quanto efficace: «Don’t be evil». Ora, in questo scorcio tormentato del 2017, le due macchine potenti che hanno prodotto gran parte dell’immaginario collettivo degli americani e anche del resto del mondo, vedono crollare simultaneamente la loro reputazione per scandali e incidenti di natura diversa: dagli abusi sessuali di Harvey Weinstein alle interferenze russe nelle elezioni americane col «web» usato anche per diffondere discordia nella società Usa. Diversi ma con effetti simili: impongono una riflessione sugli effetti perversi del potere e della sua concentrazione anche fuori dalla politica. L’illusione che le donne (nel cinema ma non solo) siano più rispettate anche per il ruolo che si sono conquistate nella società cade davanti ai comportamenti di Harvey, ma anche dall’omertà di attori dalla faccia pulita e alfieri del «politically correct» come Matt Damon e Ben Affleck e ai silenzi delle figure femminili più potenti e impegnate di Hollywood: Angelina Jolie, Jane Fonda, Meryl Streep”.

Ma, al di la delle pertinenti analisi sociologiche sull’ennesimo sogno americano infranto, a ingolosirmi sono state le reazioni di solidarietà, per così dire minime, a fronte di una situazione che solitamente genera maree di post. E forse sarà pure stata colpa del batti e ribatti con un’altra icona della libera sessualità come Vladimir Luxuria che l’ ha bacchettata sui social “A Weinstein dovevi dire no”. E la replica velenosa di Asia Argento “Non se i mai stata violentata”. Tanto che poi l’attrice, dopo la prima rivelazione, si è lamentata “Un orco mi ha mangiata. La cosa più sconvolgente sono le accuse delle donne italiane, la criminalizzazione delle vittime delle violenze. Solo in Italia”.

E così, buon testimone della solidarietà interpartitica e interclassista e delle trascorse battaglie femministe in cui molestie, avances, complimenti troppo arditi e indesiderati, palleggiamenti e tastate, violenze e stupri quasi venivano messi sullo stesso piano, e parlo di sensazioni, non di giurisprudenza, mi sono messo in testa di esplorare almeno un po’ il mio mondo femminile di riferimento. Quello della solidarietà femminile. Prescindendo, come era giusto, dalla classe e dal colore politico. Eppero’ quasi niente. Perché poi in definitiva mi sono dovuto forzatamente rendere conto che nel caso delle attrici mobizzate, attrici, non segretarie, almeno in Italia non esisterebbe partito o ideologia politica di elezione. Ho notato infatti centrosinistra e centrodestra esemplarmente unitari nel glissare quasi che il caso della Argento, ma anche delle quaranta colleghe fra cui compaiono Gwynet Paltrow, Angelina Jolie, Mira Sorvino, Lucia Evans, Rosanna Arquette, ashley Judd, Lea Seydoux e Care Delavigne, sia da ascriverei unicamente ad una vicenda di gossip pruriginoso, attendendo spasmodicamente che tutto si sciolga e si dissolva. Anche se, comunque, tardivamente, una qualche campagna di solidarietà in favore della Argento è partita. L’idea è da attribuirsi alla scrittice, blogger e conduttrice radiofonica Giulia Blasi dopo la pubblicazione di una lettera in cui invita a riflettere chi si è scagliato contro l’attrice Asia Argento e le altre donne abusate dal produttore Harvey Weinstein. Un lungo appello dal titolo “Dovremmo stare tutti dalla parte di Asia Argento”, in cui la scrittrice, riga dopo riga, spiega perché “la reazione della collettività al racconto di Asia è il motivo per cui le donne non denunciano le violenze”, la ragione per cui preferiscono rimanere per anni imprigionate in un vortice di violenza e abusi, fisici e psicologici”.

 E così ho vagato un po’ fra le mie amiche social e non, rimanendo scottato. Insomma, nulla da parte del capogruppo Pd in Regione Raffaella Paita, nulla dall’attivista Pd Margherita Mereto Bosso, solitamente così attenta alle vicende di violenza sulle donne. Niente anche da parte di Cristina Lodi, capogruppo Pd a palazzo Tursi e dell’europarlamentare Renata Briano. Niente dall’ex assessore della giunta Sansa Roberta Morgano. Niente persino dalla renziana, ancorché saggio del centrodestra Emanuela Arata. Al massimo nei profili delle suddette ho colto generale stupore perché fra i rappresentanti di Genova incoronati dal sindaco Marco Bucci a palazzo Tursi il 12 ottobre compariva solo una appartenente al gentil sesso. Comunque nemmeno nel centrodestra la mia ricerca è stata fruttuosa. Nulla sul profilo di Anna Pettene, solitamente controcorrente e senza  peli sulla lingua. Nulla di nulla anche sui profili di Lilli Lauro consigliere regionale e comunale e dell’assessore di Tursi Elisa Serafini, evidentemente più solidale con le bestie che con gli umani.

Così mi sono ridotto al lumicino di due post, nonostante sulla vicenda i social e i media ci abbiano sguazzato. La solita irriverente Anna Celenza che prima celia in materia di abusi astrali più o meno comprovati”Giove entra nello Scorpione. Che si sappia che non è consenziente” e poi sputtana “Qualcuno può gentilmente rincuorare Weinstein che nella peggiore delle ipotesi può sempre venire a fare il Presidente del Consiglio in Italia?”. Infine si preoccupa di sfiorare l’argomento nel merito “Asia Argento è nata nel 1975 e quindi aveva sedici anni nel 1991. In quell’anno usciva il film “Le amiche del cuore” con protagonistalei come e con l’attore-regista italiano Michele Placido. Non so, se fossi in lui mi sentirei in obbligo di fare qualche dichiarazione…”. E nuovamente celia “Dite che mi si nota di più se dichiaro la mia solidarietà a Claudia Gerini e Asia Argento o se mando un poke a Gianni Boncompagni e ad Harvey Weinstein?”

Più diretta la mia amica social Barbara Barattani. Lei ha lo sguardo che va lontano “Cara Asia che cattivo servizio stai rendendo a tutte le donne vittime di violenza… perché magari non lo sai ma la violenza non prevede scelta… e allora scegliere di inginocchiarsi per salvare la carriera (quale?) automaticamente ti mette in una posizione ben diversa… quindi non ti rammaricare se le donne come me anziché difenderti una pedata nel sedere(anche io faccio comunicazione) te la darebbero volentieri 😇

Insomma durissimo distinguere fra intenzioni e processo alle intenzioni. Anche se mi corre l’ obbligo di dire che questo articolo di Renato Farina comparso su Libero.it io potrei pure sottoscriverlo. Ma non tutto per carità. Solo fino al punto in cui fa distinzione fra etica, principi e codice penale. Ma non oltre.

 

 

“Ci tocca dire una cosa antipatica. Un conto è la morale, un’altra il codice penale. Senza questa distinzione essenziale vivremmo nella tirannide dei presunti puri, in realtà dei Robespierre sanguinari, in balia di plotoni di esecuzione al servizio della morale corrente, assai volubile e manipolabile. Detto nel contesto di Harvey Weinstein Asia Argento e dintorni. Esiste il reato di stupro. Quello di maialaggine non c’è. Peraltro, non esiste neppure il reato di odio. Non c’è neanche quello di essere uomini o donne di merda, sarebbe una forma di razzismo scatologico. Per rimanere al caso nostro. So che togliere il marchio di criminalità alla smodata lussuria, propria di omoni ricchi e gaudenti, mi farà passare per un complice che banalizza la schifezza, o come minimo per un lassista, un epiteto che evocando il lassativo non appare un complimento. Alle proposte indecenti c’è lo spazio della libertà: del sì e del no. Talvolta questo esercizio di coraggio è difficile per anime cresciute nella bambagia, ma non ci posso fare niente. Per queste mie tesi, Asia Argento annuncia querela, ritenendo la mia opinione un crimine. Perfetto. Ma io insisto lo stesso. La maialaggine non è reato. È odiosa e merita riprovazione. Non è un crimine però. Quando il porco morde e divora la vittima, è un’altra storia: è stupro, molestia sessuale, sequestro di persona. È abominevole delitto. Per provarlo cerco soccorso e rifugio in Mozart-Da Ponte, e nella loro opera lirica più famosa, il «Don Giovanni». Consiglio a tutti i progressisti, che si specchiano in quelle vicende teatrali perché si sentono belli e seduttivi come l’eroe delle braghette, di smetterla con la doppiezza. Ormai infatti gli intellettuali, donne comprese, hanno sdoganato le prodezze di Rocco Siffredi e la filosofia del «culo alto ci fo un salto» che da «Amici miei» in poi è rivendicata come morale nazionale, però poi non inorridiscono per Weinstein, e non colgono che l’esasperazione del concetto tracima spesso nell’umiliazione violenta dell’altro/a. Come in Don Giovanni.
Per il fuoriclasse di Siviglia, campione dei libertini d’ogni età ed epoca, la seduzione insaziabile è lo scopo della vita, e dunque supremamente morale, distrae dalla noia, attinge bellezza e piacere. È un crimine? No. Finché applica il suo motto «purché porti la gonnella voi sapete quel che fa» e usa il suo potere per portare Zerlina nel «casinetto» promettendole di sottrarla al suo destino di sposa contadina, insiste, e lei dice sì, non è un reato. Anche se la inganna, non commette reati. Scema lei che ci è cascata. Don Giovanni un minuto dopo offre «cioccolato, caffè, vini e presciutti» per adescarne altre, trionfa. Dissipa la sua vita e sciupa quella delle molte donne che ha posseduto. Certo esse hanno ceduto all’autorità del cappello piumato, ma a Mozart è più simpatico lui. Alla fine però trova Donna Anna. Lei gli resiste. Come possibile? Allora cerca di violentarla, e ammazza il padre accorso per difenderla. Crimini spaventosi, questi sì. Non si pente e sprofonda all’inferno. In quel momento. E solo allora, anche il servo Leporello, che avrebbe voluto essere come lui e ha coperto i suoi delitti, lo scarica, e va all’osteria a cercare un padron migliore.
Forse non c’è bisogno, ma ritraduco: Weinstein è un porco. Un Don Giovanni senza Mozart, dunque un suino dall’anima setolosa. È ufficiale. Questo nessuno lo può negare, lo confessa anche lui che si è rifugiato in una clinica per de-maializzarsi. (Mi domando quale sia il trattamento: pozioni di bromuro? Oppure, come insegnavano ai chierichetti e praticavano in proprio certi vecchi preti, lunghe corse in bicicletta?). È un delinquente? Aspettiamo il tribunale che verifichi o meno le violenze, anche se dopo tanti anni è difficile arrivare a un giudizio.
Di certo è opportuno chiarirci le idee. Nella nostra società occidentale si tutelano, anzi si dovrebbero tutelare insieme la libertà individuale e “la buona vita” del popolo, esiste, deve esistere, questa distinzione tra morale e leggi. Ovvio, le leggi hanno anch’esso un contenuto etico e pedagogico, lo sosteneva già Aristotele. La legge non stabilisce ciò che è buono e giusto. Vieta l’uso della violenza in tutte le sue forme e sfumature. Il resto appartiene alla sfera individuale o a quella delle relazioni interpersonali che attengono al gioco della libertà. In questo campo esistono sanzioni che non tocca sentenziare ai tribunali ma coincidono con la stima disistima del proprio ambiente sociale e dell’opinione pubblica. E possono decretare la morte sociale, che è persino peggio di un po’ di galera. Molto spesso questo tipi di gogna è basato sul pregiudizio. Un esempio? Il regista Roman Polanski passa per un fenomeno del cinema. Ha violentato una ragazzina in America? Licenza poetica. Tutto il mondo del cinema e dell’intellettualità ha impedito la sua estradizione dalla Svizzera. E questo non è un porco, ma uno stupratore di minorenni.
In questi giorni è venuto fuori che Luchino Visconti promuoveva o bocciava attori sulla base fossero di suo gusto, nel senso che state pensando. Prostituzione lampante! Ma transeat. Sarà stato un porco, ma è una gloria italica. Al contrario, Dario Argento, il padre di Asia, sostiene che lui non ha mai accettato lo scambio, ma ci sono attrici che gli si sono offerte in cambio di una parte. Mi domando: perché non le ha denunciate? Ovvio: non hanno usato violenza. Erano delle maiale, o – secondo un sinonimo applicato sovente in modo esagerato – erano troie. E non è un reato. Né la maialaggine né la troiaggine lo sono”.

Ecco, finalmente uno che non le manda a dire. Che poi l’autore è quel tal Renato Farina ex giornalista professionista (si è dimesso dall’Albo dei giornalisti nel 2007, deputato (eletto alla Camera nel 2008 nelle liste del PdL) e scrittore che ha ammesso di aver collaborato, quando era vicedirettore di Libero, con i Servizi segreti italiani, fornendo informazioni e pubblicando notizie false in cambio di denaro. In pratica il personaggio adatto per un pomposo predicozzo del genere.

Poi, dai e dai, da qualche spiraglio un po’ di solidarietà senza se e senza ma viene pure  fuori. Ivana Cannevarollo “Per accanirvi con tanto livore contro una donna che ammette la sua vulnerabilità immagino abbiate esistenze traballanti, sempre in bilico tra frustrazione e invidia. Non vi piace Asia? Pensate che debba la sua carriera ad essere figlia di o per aver avuto rapporti sessuali con? È questo che vi fa godere delle sue difficoltà in questo momento? Il mondo è pieno di uomini che provano ad ottenere con il denaro ciò che non possono avere altrimenti. Con le donne che percepiscono forti lo fanno quasi con garbo, sottilmente, e basta uno sguardo per farli ritirare balbettando. Con le donne che appaiono più fragili non si fanno scrupoli, sanno sfruttare bene ingenuità e ambizioni, che si sia ad Hollywood o in una farmacia di provincia. Ricordo l’operaia di una camiceria per cui ho lavorato per un breve periodo come segretaria. Avevo 20 anni, lei poco di più. Il titolare, che con me si era permesso di salutarmi due volte di seguito con pacchetta sulla spalla e si era scusato appena lo avevo redarguito, a lei palpava palesemente il culo. Un giorno le chiesi perché non reagisse con una sberla e mi rispose che temeva di essere licenziata. Erano tempi in cui a trovare lavoro in Veneto ci si metteva pochi giorni e così insistetti suggerendole di cercare un altro impiego. Sono passati 30 anni, eppure ricordo perfettamente le sue parole: «Perché tanto i padroni sono tutti uguali». Ecco, di questo dovreste twittare, del perché l’abuso sia ancora considerato prevedibile, comprensibile, scontato. Prima di tutto da voi“.

E qui concludo, rappresentando che almeno dal punto di vista del principio da talune pasdaran del femminismo, proprio quelle che, fra una sagra del porcino e un post sulla Catalogna indipendente inseriscono sul loro profilo facebook articoli dal titolo “< come eri vestita> gli abiti delle vittime di stupro in mostra contro i pregiudizi” mi sarei atteso un po’ di piu’. Ma evidentemente non solo secondo Farina le molestie sono diverse per entità e gravità a seconda di chi le metta in atto e di chi le subisca. Percio’ intuisco che a loro parere, in fin dei conti, l’anonima segretaria o le olgettine, o ancora peggio la bella Ruby Rubacuori, pur nelle loro rispettive competenze occupazionali, risultino essere donne diverse.

Perché poi, in definitiva, quel velo che rappresenta l’ipocrisia di ogni buona società borghese di cui Gian Luca Caffarena parla nel suo omonimo ed ultimo romanzo ambientato a Genova negli anni Sessanta/Settanta poi e’ duro a sparire. Anche e soprattutto in materia di solidarietà. Pelosa, o peggio, di comodo.

Accade a destra come a sinistra, non a caso. Questione di educazione e di sentire, dinusi e costumi diffusi d duri da scalzare in un villaggio globale eppure di provincia come il nostro che a volte di quel velo di ipocrisia si alimenta e finisce per proteggersi mettendo in funzione le macchina del fango.

Non a caso il divisivo prof. Popfilosofo denuncia sul suo profilo “DOSSIERAGGIO IN SALSA GENOVESE. La politica e i politici, anche a livello locale, si screditano in molti modi. Quando più persone della massima fiducia sono venute a dirmi in questa settimana “guarda che stanno provando a fare dossieraggio su di te” la prima cosa che ho pensato è quanti danni riescano a fare alla credibilità della politica certi personaggi locali della mia area (peraltro geniali nel loro modo di procedere). L’altra è che un certo modo lineare, coerente, a viso aperto, di fare politica spaventa qualcuno. Lo capisco. Non posso che dire, per tranquillizzarvi: vado avanti, senza modificare di un centimetro la rotta”. Che poi è lo stesso prof e popfilosofo a dare una sua lettura un po’ al di là del “pro Asia e contro Asia”che va oltre l’abuso ma disegna un sistema di potere e la sua decadenza, frutto di gioch8 di potere in cui comunque la donna finisce per storia per essere la parte debole e offesa. “CODICE WEINSTEIN. La gara a chi si indigna di più, a chi si schiera da una parte o dall’altra, a chi attacca o difende, non aiuta in alcun modo a comprendere il caso Weinstein. Che in primo luogo non è un caso, ma un sistema.

Per comprendere il sistema Weinstein dobbiamo pensare a “Codice d’onore” con Tom Cruise e Jack Nicholson. In “Codice d’onore” il sistema militare e l’articolazione del suo potere interno si reggono su regole non scritte, su un osceno codice che tutti conoscono e rispettano. Il vero orizzonte simbolico di quel sistema non sono le sue leggi scritte, ma il suo osceno supplemento. Il film non denuncia la follia o il sadismo di un comandante, ma il funzionamento di un intero sistema. 

Anche quella di Weinstein non è solo la storia di un vecchio porco. Ma del sistema Hollywood (che è al contempo culturale, politico e sociale) e del suo Re che aveva il riconoscimento simbolico di tutti. Weinstein non veniva tollerato come una perversione necessaria: veniva riconosciuto come Re o, per usare le parole di Maryl Streep, come Dio. Da qui il suo potere. Riconoscimento che gli era tributato non “nonostante” i ricatti sessuali che esercitava, ma anche grazie a quei rituali osceni che tutti i partecipanti al sistema “rispettavano”, come si rispetta un Re-Dio a cui si tributano doni e sacrifici.

Le battute e l’ironia pubblica sul sistema Weinstein non erano una forma di critica ma la forma pubblica di questo riconoscimento al codice osceno di un sistema che funzionava con ferree leggi non scritte. Possiamo immaginare quali e quanti discorsi, conditi da aneddoti, siano circolati all’interno di questo sistema, quali forme perverse di partecipazione al godimento osceno del Re si siano prodotte nella forma del pettegolezzo e che oggi continuano nella forma dell’indignazione.

Bisognerebbe sempre tenere a mente che nell’esercizio di potere e ricatti sessuali non si è mai di fronte a una persona sola: mai di fronte al solo Weinstein, orrendo ciccione in accappatoio. Le cose sono molto più complesse. Nessuno riesce a esercitare quel potere senza una forma di riconoscimento e senza che l’intero sistema partecipi, in varie forme, a una sorta di godimento perverso. Nelle stanze di Weinstein in accappatoio, c’era un intero sistema che sorrideva elegantemente alla vittima di turno e faceva sì che il Re non fosse mai nudo.

Al sistema Weinstein hanno contribuito tutti coloro che hanno riconosciuto e accettato la regola del gioco. Poi, come accade sempre, arriva il momento in cui il re deve essere sacrificato. Perché il sistema possa continuare a funzionare“. E poi c’è il mio amico Vittorio Pezzuto che surreale come si ritrova ad essere dopo essersi forgiato alla corte di Marco Pannella e Rene’e Andreani dice più o meno le stesse cose, anche se cambia epoca e fatti storici. Il potere e il sistema di potere con quelle,proposte che non si possono rifiutare, insomma sonompiu o meno la spesa cosa. Quindi l’essenza e pur sempre la stessa “C’È CHI DICE NO #quellavoltache l’Orco propose a tutti il suo ignobile ricatto: «O stai con me e cedi alle mie voglie, oppure puoi scordarti per sempre la carriera e la possibilità stessa di avere un lavoro». Moltissimi accettarono per convinzione, che in fondo quegli intrallazzi a loro piacevano. La maggior parte invece piegò la testa per convenienza: lui era potentissimo, denunciarlo non sarebbe servito a nulla. Alla fine in tutta Italia soltanto 18 professori universitari si rifiutarono di prestare giuramento al fascismo, perdendo ogni cosa ma conservando intatte convinzioni personali e dignità. E i loro colleghi? Che domande, tempo 15 anni e sarebbero divenuti tutti accesi antifascisti“.

Insomma chi è senza peccato scagli la prima pietra. E se anche di peccati ne ha una lista lunga cosi’… fa lo stesso.

Il Max Turbatore 

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