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Il velo, ovvero il fascino discreto della borghesia al pesto

Devo qualche scusa al mio amico social Gian Luca Caffarena. In un mio post in cui parlavo della sua ultima fatica letteraria, dopo averlo incensato come poeta cortese e maestro d’aforismi, lo avevo sbrigativamente liquidato con un “Anche come scrittore se la cava” suscitando qualche malmostoso malumore nell’autore. Tanto che io avevo messo le mani avanti scusandomi per non aver ancora letto il suo secondo romanzo. L’ho fatto e proprio per questo ho deciso di scusarmi. Perché in effetti non mi aspettavo tanto. E soprattutto è risultato per me motivo di stupore il constatare come Gian Luca Caffarena riesca a passare dalle ironiche e galanti poesie in rima e un po’ retro’, agli aforismi sardonici, dal fantastico mondo delle fiabe, sempre in rima, sino all’impegnativo rito della scrittura di un romanzo che oltre ad avere un respiro non deve avere cadute di tensione. In più, a mio modesto parere, c’è lo stile della scrittura, che nonostante la scorrevolezza riesce a suggerire in profondità, ambienti che il Caffarena evidentemente per i suoi trascorsi genovesi bene conosce. Tanto che alla fine, terminato il romanzo mi sono ritrovato a chiedermi con una certa curiosità quanto di autobiografico vi fosse nel racconto.

La storia e’ quella della decadenza di una potente famiglia alto borghese della nostra città, vissuta attraverso la parabola discendente di tre generazioni in stretta connessione con il declino della classe dirigente. Racconta lo stesso Caffarena “La decadenza della potente famiglia Olivari, attraverso la parabola di tre generazioni e il declino di un’intera classe dirigente. In una Genova superba e piccola, tra turbolenze epocali e ambigue tragedie individuali: “uno scempio storico”, secondo le parole dello stesso patriarca.
La Ditta, la città, le parentele. Una sessualità tanto vitale quanto occulta e repressa. Il velo tra realtà e parvenze. La religione, il patrimonio, le intangibili e severe liturgie domestiche. Dove il mistero di alcuni decessi, anziché esaurirsi in uno schema noir, si proietta nei chiaroscuri di una famiglia di imprenditori, lungo un ampio ciclo, sempre in bilico tra profitto e perdita, epopea e crepuscolo, credito e discredito. Nel tempo – il “lento tempo della casa” – decadono valori, identità ed (est)etica borghese, fino alla liquidazione forzata di un piccolo impero. Le basi morali del decoro, il velo degli eufemismi, lo stesso buon nome: tutto si disfa in un decadimento individuale e storico che la stupefacente svolta finale non potrà riscattare.
Da una scrittura raffinata e demodé come l’universo che descrive, scaturisce nel bene e nel male un distillato della borghesia nella sua anima più vera, e insieme uno sguardo di ironica sfiducia sulle prospettive della società novecentesca. Sullo sfondo, i grandi conflitti della vita italiana e l’indecifabile rapporto tra il Bene dei quartieri alti e il Male del recinto, misero e vivo, dei bassi vicoli antichi”. Chi, per esempio, avesse la curiosità di interrogarsi sulle cause dell’attuale decadenza della nostra città riuscirà tranquillamente ad avere risposta leggendo il romanzo di Gian Luca Caffarena. Nella famiglia Olivari sono raccolte tutte le contraddizioni della borghesia imprenditoriale genovese. Da quelle pubbliche a quelle private. Vi appaiono, lungo l’evolversi della storia, la fragilità imprenditoriale di una logica legata allo scranno e ai capostipiti, il primo abbraccio fra economia e politica con l’assistenzialismo pubblico e la comparsa dei portaborse con le loro ambizioni di scalata e i loro appetiti. E tutto questo fa da sfondo ai personaggi della famiglia, il patriarca Cesare, la giovane seconda moglie Clara, i tre figli della prima moglie Ida, il capostipite Massimiliano e la moglie ferventissima fedele Maria, il fratello Attilio e la moglie parvenue Egle, la sorella Gemma e uno zio che per quel tempo ha dato scandalo a causa delle sue inclinazioni sessuali ed è stato liquidato dalla famiglia. L’ambientazuine si snoda fra la villa patrizia di famiglia nell’entroterra nei pressi di Savignone, la residenza di Castelletto e i vicoli che Caffarena descrive con inguaribile nostalgia e grande mano narrativa. In una curiosa antitesi fra i quartieri alti dove apparentemente risiede il bene e la città vecchia con le sue miserie di vita a suggerire il male. Ma a mio parere è proprio nel finale che mi guarderò bene dallo svelare che Gian Luca Caffarena riesce a fare un piccolo capolavoro riunendo all’istinto del narratore la sua bravura  negli aforismi. Con una morale finale in cui l’autore probabilmente vuole sottolineare l’eterna convivenza fra bene e male. In una forte compenetrazione che ci impedisce, con il finale a sorpresa di suddividerne la natura nei protagonisti e a volte con il male che sembra avere la meglio. Il minimo sindacale già allora in una Genova votata alla decadenza odierna.

Il Max Turbatore
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