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La proposta-provocazione: “Una targa in centro storico per ricordare le prostitute che con le loro decime finanziarono il porto”

<Probabilmente se le prostitute pagassero ancora le tasse come accadeva ai tempi della Repubblica di Genova il molo di ponte Assereto non sarebbe crollato perché ci sarebbero stati i denari necessari alla manutenzione>. È un po’ una provocazione, ma nemmeno poi troppo, quella del segretario organizzativo del Circolo culturale Fondazione Amon (quello che organizza il Ghost Tour) Marco Pepé e della presidente all’associazione Princesa ( “sindacato” delle transessuali professioniste del sesso) Rossella Bianchi.
Le due associazioni chiedono che a Genova sia dedicata una targa <alle lavoratrici del sesso che tra Medioevo e Rinascimento finanziarono il porto con le tasse pagate >. È una richiesta ufficiale, regolarmente e formalmente inviata al presidente del Municipio Centro Est, Andrea Carratù. Che, probabilmente, sarà saltato sulla sedia aprendo la mail: tante le implicazioni morali, tante le riserve “culturali” da superare. Ci sarà da vedersela con gli elettori, destinati a dividersi in due fazioni contrapposte. Insomma, comunque vada, sarà una bella gatta da pelare. Certamente storceranno il naso i bigotti, sia quelli veri sia quelli per partito preso. Certamente ignorano (e non c’è peggior ignorante, nel senso latino del termine, di chi non vuol sapere) che nei paesi del nord la prostituzione, oltre a non essere illegale (esattamente come in Italia) è organizzata, “pubblica” (nonostante l’ovvia riservatezza) è, ovviamente, soggetta a tassazione. I fondi vengono poi utilizzati per finanziare altri servizi. Anche il porto, perché no?
Ma qui si va in un campo più complesso, si finisce nell’eterno dibattito sull’opportunità di riaprire le case chiuse che vede sparigliati gli schieramenti elettorali, ridistribuiti tra chi vuole o non vuole la prostituzione legale per ragioni, appunto, culturali, religiose e ideologiche intrecciate. Restiamo, dunque alla storia di Genova e alla targa. È vero o no che le prostitute finanziarono il porto? È vero eccome. E non rendergliene il giusto merito sarebbe come negare la nostra storia.
Le donne che lavoravano regolarmente alle falde di Monte Albano (In una zona che corrisponde più o meno all’attuale via Garibaldi), un vero e proprio quartiere a luci rosse delimitato da cancelli, pagavano un’imposta giornaliera di 5 soldi, che erano destinati a “opere pie”, in particolare ai lavori di manutenzione del porto e del molo. A seguito della “mano lunga” di uno dei gestori degli incassi per conto della Repubblica, fu anche necessario inserire nel regolamento del Porto che entrò in vigore nel 1459 una norma che obbligava il podestà addetto (sì, c’era un “podestà alla prostituzione”) a non esigere più dei cinque soldi previsti, sotto pena di una multa di dieci soldi. Le donne, quando erano malate, erano esentate dall’imposta sino a che non potessero riprendere il lavoro. Un balzello aggiuntivo era prescritto nel caso in cui qualche cliente volesse fermarsi per la notte e fino al mattino: tutto era regolamentato e controllato, probabilmente molto più di quanto le beghine moderne siano disposte a riconoscere. Ma la storia di Genova parla chiaro. Ed è sulla base di questa che Fondazione Amon e associazione Princesa hanno scritto la lettera di richiesta al Municipio

Oggetto: “posa in opera targa commemorativa delle lavoratrici dell’antica arte del meretricio”.
Egregio Presidente,
Il contenuto di questa lettera non è uno scherzo, ma una considerazione che da tempo il nostro circolo, ed altre realtà associative e commerciali del Centro Antico, si pone circa la posa in opera di una targa nella zona del Porto Antico, a ricordo di una categoria di lavoratrici che sulla fine del medioevo fino a un buon inizio del rinascimento ha contribuito con il proprio lavoro alla costruzione dei moli del porto.
Per meglio comprendere quanto esposto, vi rimandiamo alle cronache cittadine, da noi riassunte qui di seguito.
Il termine prostituta fa capo alla parola prostituzione che deriva dal verbo latino prostituere, che significa letteralmente “esporre, mettere in mostra”; questa parola ha via via preso il significato di prestazione sessuale eseguita dietro compenso. La prostituzione ha radici che si perdono nella notte dei tempi, praticata anticamente come atto sacro la ritroviamo diffusa in ogni civiltà. A Genova il meretricio ha sempre avuto il suo largo spazio. Infatti dai tempi antichi ad oggi c’è sempre stato qualcuno, e non ci riferiamo solo ai magnacci, che ne ha tratto grande beneficio, facendone addirittura un industria. Tutto ciò è avvalorato dalla storia della nostra città dove già nel 1418 la Repubblica di Genova aveva stabilito una tassa, allestendo un intero quartiere dove le donne potevano lavorare tranquillamente. Tale quartiere sorgeva sul Colle Albano, un’area recintata che da Castelletto scendeva fino all’attuale Via Garibaldi e Piazza Fontane Marose. Al suo interno le “signorine” potevano esercitare indisturbate la loro arte, erano protette e se si ammalavano erano curate. Tutto questo versando 5 soldi al giorno al podestà designato dall’assegnazione di un appalto che veniva indetto dalla Repubblica ogni 5 anni. I proventi di tale gabella venivano utilizzati dalla Repubblica per la costruzione e l’ampliamento dei moli, zona severamente vietata alle nostre lavoratrici. All’interno del recinto era assolutamente vietato il turpiloquio e i suoi cancelli si aprivano alle belle signore solo il sabato, giorno in cui erano libere di scorazzare per la città, moli esclusi naturalmente, non sia mai (maniman) che potesse nascere qualche pretesa imbarazzane da qui il detto genovese: “A l’è cheita un-a bagascia in mà senza bagnase” proverbio che indica una cosa impossibile da realizzarsi!
Ciò premesso chiediamo, di fare vostra l’iniziativa di posar in opera una targa alla memoria di quante, con il loro duro lavoro, hanno permesso a Genova di avere dei moli all’avanguardia, contribuendo così a mantenere il titolo di Superba. Certi della vostra perspicace collaborazione, porgiamo cordiali e distinti saluti.

Non fa una piega, a prova di libri di storia. Poi, certo, ci sarà una sollevazione delle “comari del paesino”, tanto per citare De André che, come da copione si “dedicheranno all’invettiva”, esattamente come quelle della canzone “Bocca di Rosa”. Ma non potranno cambiare la storia. Si tratta solo di riconoscere un fatto trascritto nei documenti ufficiali. Le prostitute contribuirono al porto quanto i portuali che hanno già una loro targa commemorativa. Perché, dunque, non completare l’opera?

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