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Genovesi, brava gente: le schiave a Genova dal Medioevo a metà dell’Ottocento

Schiavi liberati che nei loro testamenti, custoditi presso il Magistrato di Misericordia (oggi in via Giustiniani), lasciavano soldi alle donne povere da maritare, ai carcerati e ad altri miserabili. Soprattutto donne, a dir la verità, perché a Genova la schiavitù, durata fino a metà Ottocento, era soprattutto donna.

Le schiave venivano usate nelle case delle famiglie ricche per tenere a posto la casa, cucinare, badare ai bambini. Nel caso in cui dovessero allattare venivano anche affittate per un periodo. Venivano comperate anche come prostitute “ad uso familiare”, per soddisfare il padrone, che fosse rimasto vedono o avesse ancora la moglie in vita, o i giovani rampolli di famiglia ed evitare che dovessero rivolgersi a meretrici “esterne”, scansandosi così (ma vedremo che non sempre questi accadeva) le malattie veneree che, ricordiamolo, all’epoca erano mortali perché non era stata ancora inventata la penicillina.

Isabella Merloni, archivista e bibliotecaria del Magistrato di Misericordia, racconta dei lasciti testamentari degli schiavi rintracciabili nei documenti dell’archivio. Sono soprattutto femminili e necessariamente legati a persone che sono state rese liberte e, quindi, a cui i padroni hanno reso la libertà. Un destino riservato a pochi.

Merloni racconta di “storie d’amore” tra schiave e padroni e, probabilmente, corrispondono a verità nei rari casi in cui le schiave, spesso dopo la morte del padrone e a seguito del testamento, venivano liberate. Nella maggior parte dei casi, però, non andava così.
Le donne rimanevano incinte e spesso quando partorivano, se non venivano vendute prima, per evitare di portare lo scandalo sulla casa venivano buttate fuori e non avevano altra alternativa che dedicarsi alla prostituzione che a Genova era esercitabile in un quartiere dedicato (fino al 1500, prima della lottizzazione di Strada Nuova, corrispondeva proprio all’attuale via Garibaldi) e ha sostenuto con i proventi delle tasse il continuo allargamento e la manutenzione del porto. Alcune, ancora in stato di schiavitù, riuscivano a sottrarsi di quando in quando ai lavori domestici e alle incombenze da concubina e andavano a prostituirsi all’insaputa dei padroni. Dell’animato mercimonio in Sottoripa parla l’umanista quattrocentesco milanese Nicolò Filelfo. È per questo che, a volte, i padroni che volevano evitare di rivolgersi al “mercato pubblico” della prostituzione per timore delle malattie, a volte non riuscivano, invece, a scansarsi la sifilide.
Non abbiamo documenti circa il destino dei figli, salvo qualche testamento che stabilisce la loro liberazione insieme alle madri alla morte del padrone-padre. Alcuni venivano adottati (specie se la famiglia non poteva avere figli) o dichiarati direttamente figli del padrone e della moglie. Certo è che spesso le donne prese come schiave erano circasse, quindi di frequente con i capelli biondi o rossi e gli occhi chiari e i loro figli nascevano belli come loro. C’è chi ipotizza che certe antiche famiglie dell’alta borghesia genovese abbiano simili caratteristiche somatiche proprio per i “contributi” circassi alla linea di sangue. Parte delle schiave, comunque, erano anche tunisine o turche.

Nei cartolari del banco di San Giorgio, sottoposti alla gestione del Magistrato di Misericordia, si leggono, fin dalla fondazione, donazioni “cristiane”. Come quella, risalente al 1436, di Anna,
schiava di Battista De Scipione, che lascia 100 libre da dividersi in questo modo a favore delle <ragazze povere che si devono sposare, dei carcerati e dei poveri>.

Si legge anche di Margherita, schiava di Bartolomeo di Voltaggio, che lascia 70 libre, corrispettivo di 60 monete e di Pietrina schiava di Francesco Vivaldi, che, tra il 1600 e il 1633, lascia 75 libre a favore dei poveri. Si legge anche di Giorgio, famiglio dei Salvaghi, anche lui liberto (forse figlio del padrone di casa?), che lascia 78 libre.

Tutti questi lasciti venivano amministrati da un’istituzione religiosa e spesso viene specificato che le ragazze ancora zitelle o i poveracci indicati come beneficiari devono essere “cristiani”, come i donatori. I Genovesi, ufficialmente, non commerciavano cristiani, ma solo musulmani o ebrei. Tutti gli schiavi liberati si convertivano, dunque? Non è esattamente così. Alla bisogna, il soggetto da comprare o vendere risulta protagonista di una singolare “conversione” cioè, sulle carte, risultava aver cambiato fede (e persino nome) proprio per l’occasione, per poi mutarla nuovamente, come risulta in alcuni dei testamenti. Così Margherita diventava Calì e Alì, una volta a destinazione tornava Giovannino. Al momento della compravendita, però, tutti dovevano essere musulmani o ebrei.

I Genovesi hanno commerciato schiavi sin dal Medioevo (i prigionieri delle Crociate, ad esempio) e, come abbiamo visto, fino alla metà dell’Ottocento. Da noi, le cose andarono ben diversamente rispetto alla Repubblica di Venezia, che fu il primo stato a proibire la tratta degli schiavi, nel 960. Le varie colonie, nei tempi antichi, rappresentavano mercati differenti per “tipologia di merce”, per il mercato interno e quello estero, Spagna compresa fino a quando questa non si rese indipendente diventando la grande potenza che fu a partire dal XVI secolo. C’era poi il “servizio di trasporto degli schiavi” per terzi. Particolarmente apprezzato perché evitava l’ecatombe dei trasportati. Le condizioni più umane non erano tanto “umanitarie” quando la conseguenza di un mero calcolo economico. Gli schiavi, infatti, erano di fatto moneta contante. Farli morire o ammalare significava perdere soldi.

A Genova è esistito anche, tra il 1597 e il 1823, un “Magistrato per il riscatto degli schiavi”, denominato tra il 1815 e il 1823 “Pia giunta per la redenzione degli schiavi”. Gestiva un fondo per il pagamento del riscatto dei cittadini genovese caduti in mano agli “infedeli” e ridotti in schiavitù. Fu fondato “Conoscendo quanto siano esposte le nostre riviere alle incursioni de’ corsari e per conseguenza quante persone di esse ed ancora de’ sudditi e cittadini nostri che stante la sterilità del paese sono sforzati a procacciarsi il vivere andar navigando il mondo ne sono continuamente menati in servitù in mano agli infedeli”.
Il patrimonio a disposizione della Magistratura era prevalentemente formato dai lasciti e dai legati disposti dalla nobiltà genovese nei cui testamenti erano sempre ricordate le opere pie sorte a difesa dei poveri e dei bisognosi e dalle elemosine dei fedeli.

Acquisto di una schiava cristiana – Incisione del Mitelli, 17 secolo

Ecco cosa è il magistrato di Misericordia

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