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Ventiquattro anni fa gli scontri nel centro storico. Ecco come andò e cosa è cambiato

di Monica Di Carlo

Sono passati esattamente 24 anni dagli scontri in centro storico. Da una parte bande di giovani abitanti dei carruggi, dall’altra gruppi di extracomunitari. Era il luglio del 1993. I poliziotti e i carabinieri di tutta Genova erano intervenuti in massa il 20 luglio per tentare di mettere fine alla guerriglia che era partita il piazza Cavour ed era continuata tutta la notte allargandosi a quasi tutta la città vecchia, dove partì la caccia all’uomo (nero) e squadracce di genovesi inseguirono prima gli spacciatori magrebini, poi ogni straniero che metteva piede fuori di casa. Da giorni la tensione si tagliava col coltello tra i vicoli antistanti l’Expo aperto appena un anno prima. C’erano i comitati degli abitanti, gente anche di idee politiche distantissime che collaborava per la sicurezza e la vivibilità del centro storico: ad esempio Fiorella Merello, Rita Paglia, Cesare Simonetti, Valeria Migliorini, Otello Parodi (presidente della circoscrizione Pre’ Molo Maddalena, poi confluita nel Municipio Centro Est) e Gianna Della Torre, scomparsa lo scorso anno. <Sono stati due giorni molto intensi – ricorda Otello Parodi -. Tutto è scattato quando la mamma di Dedola è stata spintonata in malo modo e ad Andrea Rossè arrivata una bottiglia di birra sulla testa, tirata da un tunisino. Eravamo in piazza Cavour. Molti ponteggi in giro per la città avevano i tubi innocenti a terra ed stato facile procurarsi un’arma. Fu una notte di fuoco, era caccia grossa. Dovevamo cercare di calmare quelli del corteo regolare che volevano farsi giustizia a tutti i costi>.
C’era la gente comune, quella che manifestava civilmente, che voleva la vivibilità e la sicurezza. Poi c’erano gli esagitati, tutti piuttosto giovani. Molti di quelli che parteciparono agli scontri furono riconosciuti come pregiudicati. Dalla legittima protesta si passò alle ronde e quindi alla notte in cui l’ordine pubblico sfuggì di mano alle forze dell’ordine perché bande di spacciatori italiani avevano approfittato della situazione per tentare di “far fuori” i concorrenti magrebini. L’immigrazione centroafricana di massa non era ancora cominciata, fatta eccezione per quelle senegalese e nigeriana. Quest’ultima diede problemi due anni più tardi, quando una decina di persone, tra cui alcune donne, si scontrarono con la polizia nella zona di Pre’.
Ma torniamo al 1993. All’origine del malcontento degli abitanti c’era una circolare del Procuratore generale, che aveva elevato i limiti dell’uso personale di sostanze stupefacenti. Un regalo agli spacciatori, dissero i comitati della zona.
Qualche sera prima del 20 luglio, in occasione di una fiaccolata organizzata dal Siulp, il sindacato di polizia, alcuni “duri” del centro storico si infiltrarono e la manifestazione, che doveva essere pacifica, virò alla rissa.
Nei carruggi cominciarono botte, sassaiole, lanci di bottiglie. Due marocchini finirono all’ospedale. I falchi della sicurezza annunciarono che sarebbero cominciate le ronde sostenendo: <La polizia non riesce più a proteggerci, faremo da soli>. E così fu. Il primo ad essere aggredito fu uno spacciatore nordafricano. Cominciò, allora, la rivolta degli stranieri e la risposta degli italiani fu ancora più forte: volarono prima gli insulti e poi le botte. In piazza Cavour dovetterò intervenire le volanti. Gli agenti con scudi e manganelli circondarono gli extracomunitari per difenderli. Il gruppo degli italiani (una cinquantina, tra i quali, si disse, un parecchi spacciatori) si posizionò quindi su un lato della piazza, lanciando slogan razzisti, da “Chi non salta è un marocchino”, a “Marocchini fuori tutti, tornatevene a casa”. Ma, al di là dei facinorosi, era tutto il centro storico a non sopportare più la situazione. La sera non si poteva più uscire e quella che oggi è l’area della movida (dovrebbero ricordarlo quelli che oggi protestano contro i locali) era di fatto soggetta a coprifuoco. Le donne venivano molestate, i passanti rapinati. Le ronde si dispersero nei vicoli e diedero la caccia agli spacciatori che, approfittando della conformazione della città vecchia, si nascondevano in carruggi e piazzette per esercitare la propria illecita attività. Il centro storico era molto più buio di oggi, l’illuminazione pubblica era fioca e spesso inesistente e i grandi lavori di ristrutturazione (avviati quasi tutti dalla giunta Pericu) non erano ancora partiti. Genova non era città turistica e i locali aperti la sera in tutta la città si contavano sulla punta delle dita delle mani. Genova non aveva nemmeno un sindaco, ma un commissario prefettizio, Vittorio Stelo, incaricato il 27 maggio 1993 dopo che Claudio Burlando (che poi fu assolto e ottenne anche un risarcimento) venne arrestato con l’accusa di abuso di atti d’ufficio e truffa aggravata. Il centro storico era ancora pieno delle macerie dei bombardamenti della seconda guerra mondiale ed era diventato la centrale dello spaccio gestito e controllato da italiani. Erano gli anni in cui nei giornali si teneva l’elenco dei morti per overdose che ogni anno raggiungevano e superavano le 200 unità. In quel momento il “mercato” al dettaglio si divise tra cavalli italiani e pusher magrebini (anche se la “testa” restava, come quasi sempre accade anche oggi, nazionale). I secondi non avevano nulla da perdere, osavano di più, non si fermavano davanti a niente, non rispettavano la regola non scritta della malavita italiana: “non si disturbano gli abitanti”.
Era questa la situazione della città quando scoppiò la protesta. Gruppi di persone armate di bastoni si aggiravano nei carruggi. I feriti, alla fine, furono decine. Le squadracce italiane arrivarono fino a Carignano per intercettare i feriti che andavano al Galliera per farsi medicare. Il centro storico fu occupato dalle forze dell’ordine. Centinaia di divise richiamate da tutto il territorio si riversarono nei vicoli. Il questore Alfredo Lazzerini, e il suo vicario, Salvatore Presenti, scesi in strada per calmare gli animi rischiarono di essere aggrediti dai manifestanti. Anzi, c’è chi dice che lo stesso Lazzerini fosse stato ferito. Di certo fu prontamente sostituito, perché un problema di ordine pubblico di quella portata significava non aver percepito la situazione che si era creata, non aver fatto nulla perché non accadesse. Di fatto, non aver messo argine a spaccio, prostituzione e commercio abusivo che tenevano in scacco la città vecchia. Fu inviato d’urgenza Marcello Carnimeo, che, come questore di Arezzo aveva avviato due anni prima l’indagine su Licio Gelli e, dopo un anno di “pugno di ferro” in cui rimise in sesto la sicurezza a Genova, fu promosso questore di Milano alla vigilia della manifestazione organizzata dal centro sociale milanese Leoncavallo. Lì rimase quattro anni, affrontando numerosi problemi di ordine pubblico e di criminalità organizzata.

(Tutte le foto dell’articolo sono di Roberto Bobbio)

Può sembrare incredibile, ma le condizioni di sicurezza e vivibilità in centro storico dipendono da un uomo solo: il questore. Per quanto possa fare o non fare il livello politico, alla fine è l’approccio del responsabile della polizia a fare il bello o il cattivo tempo nell’intricato gomitolo dei vicoli. Recentemente, quanto “recuperato” dall’azione del questore Massimo Maria Mazza è stato completamente perso durante la permanenza in via Diaz del suo successore Vincenzo Montemagno. Ora, con l’arrivo del questore Sergio Bracco si sta velocemente recuperando nonostante i numeri delle forze dell’ordine non siano più quelli dei tempi del questore Carnimeo.
Nel 1993, dopo i disordini, le file delle forze dell’ordine presenti a Genova furono incrementate e partì il controllo costante di polizia, carabinieri e guardia di finanza. La sicurezza in centro storico fu garantita da pattuglie a piedi e in auto, ad ogni ora del giorno e della notte. In alcune piazze (piazza San Bernardo e piazza delle Erbe, ad esempio) era stata istituita la presenza fissa di un’auto nelle ore notturne. Provvedimento che oggi qualcuno ricorda e auspicherebbe, anche se è bene chiarire che quanto accade oggi nel territorio della movida, anche grazie alla presenza dei locali che cominciarono ad aprire dopo la “stretta” di Carnimeo rendendo la zona levante del centro storico frequentabile anche la notte, è solo marginalmente legato alla presenza di gruppi di spacciatori e il problema, oggi, è fondamentalmente un branco di ragazzetti maleducati e caciaroni che affollano le vie anche dopo che i bar hanno chiuso portando con sè sacchi di birre acquistate fuori dall’area dell’ordinaanza del sindaco. Nel 1993, qualcuno parlò di militarizzazione ma, alla fine, fu quello che raddrizzò le sorti del centro storico. Fu in quel momento che poté intervenire la programmazione “politica”, che poterono cominciare iniziative e manifestazioni. Gli stessi comitati dei cittadini, riuniti in coordinamento, cominciarono a lottare perché la città vecchia non fosse più un ghetto, ma”ostinatamente, una risorsa umana ed economica di Genova”, come recitava uno striscione appeso in piazza Embriaci.

Chi si lamenta di quello che oggi accade in questa zona del centro storico non ricorda le condizioni preesistenti. Il vero problema è che a un certo punto il recupero si è fermato e non ha superato, in direzione ponente, piazza Fossatello. Sono le aree ad ovest ad avere ancora reali e concreti problemi di sicurezza mentre il degrado, passo passo, recupera terreno, fagocitando Sottoripa e via San Luca. Le operazioni avviate negli ultimi mesi dalle forze dell’ordine e quella cominciata da un paio di settimane dall’amministrazione comunale con il rinforzo delle squadre di polizia municipale del centro storico che si impegnano sulla vivibiltà (non avendo compiti di ordine pubblico) puntano proprio a respingere l'”assalto”.

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2 pensieri riguardo “Ventiquattro anni fa gli scontri nel centro storico. Ecco come andò e cosa è cambiato

  • 22 luglio 2017 in 12:35
    Permalink

    .. comprendo quanto sia difficile inserire in poche righe , 24 anni di Storia sulla Sicurezza Partecipata, e cmq , per la mia” fugace” esperienza di allora, nei Tavoli dedicati al Tema , non affermerei che la Sicurezza di una Citta’ , dipende da un solo uomo, il Signor, Dottor Questore….., bensi da una Partecipazione collettiva, prima Politica &e poi Partitica .. e comunque desidero ricordare che ” sopra al Questore” vi e’ il Prefetto, e sopra …. Altro 🙂 ….

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    • 22 luglio 2017 in 14:51
      Permalink

      Grazie del tuo contributo, Mario. Come ti ho risposto anche su Facebook, è vero che vivibilità del centro storico è un puzzle a cui tutti i soggetti devono contribuire. Ma è anche vero, per esperienza, che se non funziona la tessera Questore il resto non riesce a fare molto e si scivola indietro, come spesso è accaduto. Per fortuna il questore Bracco è molto capace e stiamo rimontando la china.

      Risposta

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