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“Chi ama brucia” allo Zapata, uno spettacolo per restare umani. La recensione

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Di Diego Curcio

Il dibattito politico-giudiziario di questi giorni sulle accuse (mai provate) di complicità di alcune Ong con gli scafisti e i trafficanti di uomini che salpano dalle coste dalla Libia è qualcosa di surreale e al tempo stesso violentissimo. Perché in questo furore di richieste di chiarezza, audizioni e dichiarazioni inviate agli organi di stampa si sta inspiegabilmente perdendo di vista l’unico dato incontrovertibile ed empiricamente certo dell’intera faccenda: le Organizzazioni non governative, da anni, sul quel tratto di mare che divide l’Italia dall’Africa Settentrionale, salvano migliaia di vite. Cioè – lasciatemelo spiegare con parole più chiare e nette – impediscono a un’enorme quantità di persone di andare incontro a una morte atroce e ingiusta, mentre noi continuano ad avere il nostro culo posato sul divano a guardare le serie tv.

Perché se ci dimentichiamo che quando parliamo di immigrazione (clandestina o regolare che sia) ci riferiamo prima di tutto a esseri umani, che, come noi, hanno diritto alla vita e alla felicità: ecco, allora “forse” perdiamo di vista il punto cruciale dell’intera faccenda. Ed è proprio da qui, dalle persone, che parte “Chi ama brucia. Discorsi al limite della frontiera”, lo spettacolo che giovedì scorso ha chiuso la seconda stagione del Teatro allo Zapata, l’appuntamento mensile ideato e organizzato da Irene Lamponi che ha avuto il grande merito di portare un genere ostico come il teatro fra le mura di un centro sociale. Un lavoro di eduzione sentimentale e culturale – soprattutto per chi non ha mai messo piede in un luogo occupato e con la “scusa” del teatro ha potuto rompere il ghiaccio – di cui abbiamo già parlato ampiamente su questo sito.

Tornando, invece, allo spettacolo della compagnia Ortika andato in scena giovedì sera, la lunga premessa fatta poco fa serve più che altro a introdurre il tema trattato dal testo di Chiara Zingariello e messo in scena da Alice Conti che è anche l’unica – bravissima – attrice sul palco. “Chi ama brucia” infatti parla dei Cie, i Centri di identificazione ed espulsione in cui vengono rinchiusi gli immigrati clandestini. Dei “non luoghi” in cui imprigionare delle “non persone” per ciò che sono e rappresentano e non per ciò che hanno fatto. Lo spettacolo è stato realizzato intervistando ex ospiti del Cie di Torino e un ex operatore di quella struttura. Le storie raccontare sul palco, i dialoghi e le ricostruzione della vita all’interno Centro, quindi, sono il frutto di questo lavoro di indagine e inchiesta. Alice Conti veste proprio i panni di un’operatrice che racconta le sue giornate al lavoro con una candida e glaciale indifferenza, che spiazza subito lo spettatore. “Chi ama brucia”, infatti, è un monologo – ricco di ottime soluzione registiche – che affonda le proprie radici nella nobile tradizione del teatro civile, utilizzando in modo formidabile l’arma della satira. Una satira che fa pochissimo ridere e parecchio rabbrividire: perché se certe vicende surreali possono inizialmente strappare qualche risata, appena ci si rende conto del contesto e del fatto che i protagonisti sono – appunto – esseri umani, allora non si può far altre che sbarrare gli occhi e serrare i denti dal dolore e dalla rabbia. Ed è questo che accade per quasi tutto lo spettacolo, in un’altalena di emozioni che ti prende direttamente alla bocca dello stomaco e non ti molla più fino a che non si accendono le luci. Come quando viene descritto l’interno del Cie o si racconta che appena, appena arrivati, i nuovo ospiti vengono messi immediatamente di fronte a una scelta banale ma assai difficile: separarsi dal proprio cellullare (spesso l’unico legame con i famigliari rimasti a casa o dispersi chissà dove) o, nel caso vogliano tenerlo, consentire alle forze di polizia di spaccare con un cacciavite e il bianchetto (tanto per essere sicuri) la fotocamera. Perché – naturalmente – dentro il Centro non si possono fare né foto né filmati. Un fatto apparentemente di poco conto, ma che rappresenta una piccola violenza privata (ma imposta dal regolamento) che ho trovato piuttosto sconvolgente. Nel corso dello spettacolo, poi, si parla degli incontri che alcuni ospiti del Centro hanno con degli psicologi: visite fatte davanti a un “plotone” di poliziotti, finanzieri e operatori, in barba alle regole più elementari della privacy. Ma il Cie è una sorta di carcere per innocenti e certi diritti vengono momentaneamente sospesi. “Chi ama brucia” ci parla – in modo poetico e fisico, ma anche molto crudo – proprio di questo, mettendoci di fronte a una storia che, per tante ragioni, non si riesce e non si vuole quasi mai raccontare. In più di un’occasione mi è venuto in mente “Bilal”, il libro di di Fabrizio Gatti, con la differenza che in questo caso – anche se di “Bilal” esiste una sorta di racconto teatrale molto interessante ma più vicino a una lettura pubblica che a una rappresentazione vera e propria – la potenza dirompente dello spettacolo dal vivo rende tutto più forte e amplificato. Alice Conti è davvero perfetta in questo ruolo disturbante e disturbato di operatrice del Centro: recita e si muove benissimo, utilizzando i vari registri che le impongono le tante situazioni al limite del surreale che si susseguono in scena. Anche la parte sonora e le luci, curate da Alice Colla, rappresentano elementi fondamentali nell’economia dello spettacolo. “Chi ama brucia” – che gode del patrocinio di Amnesty International – andrebbe portato nelle scuole e nelle università. Perché oltre a essere uno spettacolo di grande spessore culturale e dalla valenza sociale enorme, è anche scritto, recitato e messo in scena benissimo. Chi giovedì non è venuto allo Zapata ha perso una grandissima occasione.

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