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Teatro della Corte, “Il gabbiano” è una produzione sontuosa, con un ottimo cast di attori. Le recensione.

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Di Diego Curcio

C’è forma e sostanza ne “Il gabbiano” di Cechov prodotto dal Teatro Stabile di Genova, che ha debuttato martedì in prima nazionale alla Corte. Lo spettacolo, che ha la regia di Marco Sciaccaluga nella versione italiana di Danilo Macrì, può contare sulle bellissime scene e gli ottimi costumi di Catherine Rankl e l’interpretazione di una formidabile cast di attori, tra cui spiccano Elisabetta Pozzi, Federico Vanni, Giovanni Franzoni e Tommaso Ragno. La storia racconta le vicende di un gruppo di borghesi e di artisti (o in alcuni casi di aspiranti tali) che si trovano a trascorrere le vacanze in una tenuta estiva. Gli amori, i tradimenti, le speranze e gli affetti che li legano gli agli altri sono il motore di un racconto drammatico, con alcune punte inaspettate di comicità tra il ridicolo e il patetico. Ogni personaggio ha un ruolo ben definito sulla scena e la bravura degli attori (nessuno escluso) consente a “Il gabbiano” di essere un dramma corale e convincente, in cui tante piccole storie compongono un’unica grande vicenda di forte spessore artistico e umano. Sulla scena ci sono l’attrice ormai famosa (e consumata) Irina Arkadina (Pozzi), il suo nuovo compagno, lo scrittore taciturno Trigorin (Ragno), la bella aspirante attrice Nina (Alice Arcuri), il figlio di Irina, Konstantin (Francesco Sferrazza Papa), un tipo tormentato, decadente e innamorato di Nina, lo zio di Konstantin e fratello di Irina, Sorin (Vanni), il maestro squattrinato Semen (Andrea Nicolini), il medico belloccio e impenitente Eugenij (Franzoni), l’amministratore della tenuta Il’ja (Roberto Alinghieri), con la moglie Polina (Mariangeles Torres), la figlia Masa (Eva Cambiale) e l’operaio Jakov (Kabir Tavani).
Le scene, come detto all’inizio, sono di grande impatto. La tenuta, circondata dalla natura brulla e con un lungo orizzonte alle spalle in cui perdere lo sguardo, e il salotto della casa di campagna, curato nei minimi particolari, immergono immediatamente lo spettatore nell’atmosfera bucolica e malinconica in cui è avvolto lo spettacolo. Pozzi è perfetta nella parte di una madre egoista e fragile, costretta a dare di sé un’immagine sempre all’altezza della sua fama; Ragno interpreta con estrema naturalezza e garbo il ruolo dello scrittore disilluso, a tratti involontariamente comico e in altri momenti tormentato e ansioso di provare nuove passioni; Vanni, invece, è un convincente ex consigliere di Stato in pensione, che ha nostalgia di una vita che non ha mai vissuto pienamente e totalmente votata al grigiore della burocrazia. Ma come detto è tutto il cast a fornire un’ottima prova. La regia di Sciaccaluga, ancora una volta, è curata e senza sbavature. Lo spettacolo, con la sua malinconia dark e quell’atmosfera da fine impero che soffia fra gli alberi e le dune di sabbia, è un bellissimo affresco di un’umanità annoiata e tormentata, che sente arrivare la propria fine. La chiusura di un ciclo storico e umano, un ritratto crudele e sarcastico di un gruppo di persone che aspetta l’arrivo dell’autunno, fingendo che il tempo non presenterà mai il conto. Ne “Il gabbiano” i giovani sono i personaggi più disperati e sofferenti, mentre i vecchi restano aggrappati ai loro ricordi, ma guardano paradossalmente con maggiore spensieratezza al futuro. Gli uni vorrebbero essere gli altri e tutti si sentono fuori posto, consumandosi fra desideri e rimpianti.

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