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La casta del congiuntivo

Vittorio Pezzuto, vecchia conoscenza radicale genovese, è giornalista scrittore, autore di un bel libro “Applausi e sputi” sulla ingiustizia giudiziaria subita da un altro genovese, Enzo Tortora. Naturalmente irriverente il Pezzuto, e non potrebbe essere diversamente visto che è cresciuto nellla nursery dei galletti ruspanti di Marco Giacinto Pannella. Consigliere comunale, già al debutto apostrofò l’allora assessore socialista Gregorio Catrambone invitandolo ad indossare i parastinchi perché lui, seppur  novellino, avrebbe giocato duro. E, nonostante l’incalzare dell’eta’ , ha mantenuto le sue caratteristiche. Eccezione, poche per la verità, che confermerebbe la regola del “si nasce incendiari e si muore pompieri”. Lo avevamo dato per perso quando si era cimentato come addetto alle pubbliche relazioni dell’allora ministro Renato Brunetta. Invece dopo lo strano interludio ha mantenuto le sue caratteristiche. Riemerge dall’oblio dei fasti romani proprio in questi giorni con un post, vedi caso, contro il vicepresidente pentastellato della camera Luigi Di Maio, demolito dai giornali dopo l’intervista in TV di Lucia Annunziata in cui ha affermato di aver messo sul chi vive già la scorsa estate la sindaca Virginia Raggi nei confronti di Raffaele Marra. Ma dagli sms intercettati, risalenti a quel periodo, sembrerebbe che le cose siano andate diversamente. Ma non è di questa polemica politica che voglio parlare. Vittorio Pezzuto, infatti, oltre a punzecchiare il povero Di Maio intende dargli una lezione di garantismo, suggerendogli di occuparsi del merito non tanto della faccenda politica quanto, in qualità di vicepresidente della camera e quindi rappresentante istituzionale, di una questione più vasta. E cioè la regolare violazione del segreto istruttorio.

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Dunque il post colorito e sfottente di Pezzuto “IL MIO SMS A LUIGI DI MAIO. Caro Giggino, hai tutta la mia solidarietà. Sulla diffusione (parziale) del tuo sms a Virginia nostra hai assolutamente ragione. Anche stavolta però non hai capito un cazzo. Avresti dovuto chiederti come sia stato possibile che una conversazione privata, acquisita sembra agli atti di un’inchiesta, sia finita impunemente sulle prime pagine dei giornali. Continua pure a ripassare il congiuntivo (che male non fa) ma inizia anche a sfogliare il Bignami del garantismo. Vedrai che prima o poi ti tornerà utile”. Perciò i congiuntivi, la sintassi e, ahimè, la vituperata consecutio temporum. A riprova che fra i grillini non è solo il prode motociclista Dibba ad avere problemi ad azzeccare il congiuntivo. Del resto non c’è nemmeno da stupirsi, tenendo conto della recente tirata d’orecchie dei seicento docenti universitari  verso la scuola dell’obbligo e le superiori. Con tanto di invito al Governo a intervenire visto che nelle tesi di laurea, il più delle volte, sono costretti a correggere anche errori da terza elementare. Nulla di nuovo sotto al sole, anche se fino a qualche tempo fa si parlava di analfabetismo funzionale, rivolto non solo agli errori da matita rossa o blu. ma addirittura alla difficoltà di comprendere un testo. Il resto l’ha fatto la rete, tra fake e licenze di ogni tipo, sintattiche e grammaticali. Il piu’ delle volte giustificate, a torto o a ragione da un autocorrettore invadente e invasivo. Dunque lotta seppur marginale, quella di Pezzuto, in cui viene fuori la pignoleria del giornalista per l’esatto uso dei congiuntivi . Suggerisce Pezzuto allo steward catapultato alla vicepresidenza della Camera dei deputati ” continua pure a ripassare il congiuntivo (male non fa)” E del resto Fiorenza Sarzanini, giornalista de Il Corriere della Sera, proprio martedi’ si è divertita in un articolo, in cui si parlava proprio delle incongruenze delle recenti dichiarazioni di Di Maio, a pubblicare alcuni suoi sms inviati alla sindaca Virginia Raggi. Tre versioni dello stesso sms in cui appare evidente come il vicepresidente della camera litighi con le forme verbali. 
 
 
 
Comunque l’ argomento centrale del contendere di Pezzuto, al di là delle birichinerie del monello radicale, vuole essere un altro ed è lo stesso a cui, fra un calcio negli stinchi e l’altro, allude “Avresti dovuto chiederti come sia stato possibile che una conversazione privata, acquisita sembra agli atti di un’inchiesta, sia finita impunemente sulle prime pagine dei giornali”. Tanto che in fase di commento al post Salvatore Cicciarelli mette lì’ una domanda retorica ” Quindi l’agenda politica continuano a dettarla i magistrati…”. 
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Tema caro a Pezzuto e a Pannella di cui Vittorio si reputa figlioccio – uno dei tanti – quello della giustizia e degli errori giudiziari trattato approfonditamente nel suo libro “Applausi e sputi”  scritto, con argomenti e testimonianze, dopo la morte di Tortora che il partito radicale candido’ alle politiche e alle europee.
Per tornare a parlare di pentitismo e del ” complotto della giustizia ad orologeria” che tanto piaceva a Berlusconi, angustiato dalla vicenda di Ruby Rubacuori e delle Olgettine. Di più. Negli sms a disposizione dei magistrati Di Maio faceva riferimento anche a informazioni richieste in via ufficiosa sulla posizione di Raffaele Marra, allora indagato, tanto da costringere la Procura della Repubblica a prendere posizione con un comunicato stampa di cui, sempre martedì, dava notizia il Corriere Della Sera «La procura di Roma non ha dato alcuna notizia coperta da segreto investigativo»: la precisazione arriva, nel pomeriggio di martedì, da parte del procuratore della repubblica di Roma Giuseppe Pignatone, a proposito della vicenda che coinvolge esponenti del Movimento cinque stelle. 
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«La Procura – aggiunge Pignatone – ha comunicato nel corso del tempo al comune di Roma Capitale, su richiesta del commissario straordinario, prefetto Francesco Paolo Tronca, e del sindaco, Virginia Raggi, come anche ad altri enti pubblici su loro richiesta, informazioni su atti e procedimenti non coperti da segreto investigativo ai sensi dell’articolo 116 cpp». «In particolare, per quanto riguarda Raffaele Marra – conclude Pignatone – in risposta ad una richiesta in data 5 agosto 2016, è stato comunicato in data 12 agosto 2016 che nei confronti di Marra non vi erano iscrizioni suscettibili di comunicazioni, formula espressamente prevista dall’art 116 bis Disp. att. cpp. e che comprende sia il caso che non vi siano procedimenti pendenti, sia che risultino procedimenti coperti da segreto investigativo». Qualcuno ha pensato, malevolmente, che i magistrati cercassero di punire Di Maio piu’ per la sua incapacità nell’usare i congiuntivi che per l’incoerenza fra sms e dichiarazioni. Comunque giusto così’. Giusto fare chiarezza, per giunta con la dovuta tempestività  che, il più delle volte, non si ravvisa nella celebrazione dei processi. Eppero’ quei magistrati che non si occupano troppo delle fughe di notizie che dovrebbero essere sottoposte al segreto istruttorio e, al contrario, non appena vengono in qualche modo chiamati in causa strepitano da par loro. A difesa di una categoria che, a rigor di logica e secondo i principi costituzionali, non dovrebbe interferire con la vita politica dando vita, in ultima analisi, a processi sommari che il più delle volte finiscono per essere fatti sui giornali, a dibattimento ancora da intraprendere. Ma, come dicono i giornalisti, quando vengono presi in castagna, sono le disfunzioni della democrazia baby. Così nella ruota finiscono poi per incagliarcisi un  po’ tutti, garantisti e colpevolisti, colombe e falchi. Anche quelli che prima erano colpevolisti e poi quando la cosa li riguarda direttamente si ritrovano ad essere più garantisti dei garantisti. Dimenticando in fretta quanto avevano precedentemente dichiarato e sacrificando l’ultimo barlume di coerenza. Da Gianfranco Fini a Beppe Grillo, tanto per non far nomi. Con i magistrati, toghe rosse o no, che non appena entrano nel tritacarne rispondono piccati. 

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Voglio portare ad esempio altri due casi su presunte disfunzioni della giustizia su cui riflettere.Il primo riguarda la vicenda del delitto di Vasto. Il tragico agguato per vendetta portato a termine da Fabio Di Lello in cui ammazzo’ a pistolettate davanti a un bar il ventenne Italo D’Elisa, colpevole di avergli ucciso la moglie Roberta Braggion in un incidente automobilistico. L’incidente era accaduto qualche mese prima, a luglio dello scorso anno. Fra gli elementi a giustificazione dell’assassino qualcuno aveva anche avanzato la lentezza della magistratura nel procedimento per omicidio colposo nei confronti di D’Elisa. Lentezza che l’avrebbe convinto, sopraffatto dalla rabbia e dalla disperazione, a farsi giustizia da solo. Con la piccata e tempestiva risposta dei magistrati e la  pressoche’ immediata nota congiunta di Bruno Giangiacomo e Giuseppe Di Florio, rispettivamente presidente del Tribunale di Vasto e procuratore della Repubblica. “Non c’è stata alcuna lentezza della giustizia. Dal momento dell’incidente stradale che ha visto la morte della donna  all’udienza preliminare, che doveva essere celebrata il prossimo 21 febbraio a carico dell’automobilista, sarebbero passati meno di 8 mesi. Un tempo che non solo non evidenzia alcuna lentezza nello svolgimento delle indagini, ma segnala, al contrario, la celere trattazione del processo, respingendo qualsiasi diversa valutazione non fondata sui fatti e priva di qualsiasi riscontro in essi. L’auspicio è di aver chiarito, una volta per tutte, che la vicenda in esame non possa essere catalogata come episodio di lentezza della giustizia. Anche perché c’è il pericolo che certe affermazioni possano condizionare l’opinione pubblica”. Giusto, chiamati in causa hanno risposto. A lasciare un po’ di perplessità è comunque il fatto che che oltre al riferimento al possibile condizionamento dell’opinione pubblica, non vi sia alcuna parola dedicata alle famiglie, vittime di questa tragedia, ne’ riferimento al clima d’odio creato dai social. Come se l’opinione pubblica di cui preoccuparsi fosse solo quella che fa, a torto o a ragione, le pulci ai magistrati. 
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(La maglia che la Virtus Entella ha dedicato al ragazzo suicida)
L’ultima vicenda, anche quella di cronaca nera, riguarda il suicidio del sedicenne di Lavagna, lanciatosi dalla finestra di casa sua durante una perquisizione della guardia di Finanza che aveva trovato nella sua stanza 10 grammi di hascisc. Una tragedia incredibile sulla quale si sono scatenati i social. In molti si sono interrogati sulla necessarieta’ della perquisizione che ha spinto il ragazzino a uccidersi in presenza della madre per la vergogna. Tempestiva la risposta degli inquirenti che hanno sostenuto come la perquisizione nell’abitazione della famiglia del ragazzino fosse prevista dalla prassi. Uno per tutti questo post  che sintetizza gran parte dei post che si sono susseguiti sulla rete “Condivido e mi associo totalmente alle parole di denuncia espresse dalla Comunità San Benedetto al Porto in seguito al suicidio del ragazzo di 16 anni a Lavagna. “Educare, non punire”. Eppure ancora molti, troppi, pensano di “salvarci” tutti con il proibizionismo repressivo”. E molto si è discusso, anche nelle trasmissioni televisive sia sulla legalizzazione della droga, ma soprattutto l’indice è stata puntata sulla natura repressiva anche nei confronti di minorenni. Di grande effetto le parole della madre al funerale. Accuse nei confronti di una società in cui l’uso di droga ormai passa con eccessiva facilita’ come fattore sociologico comune.

magistrato Cristina maggia
 Oggi però sulle pagine de Il Secolo XIX Cristina Maggia, procuratore minorile della Liguria, ha aperto uno squarcio sulla correttezza delle procedure. Il senso è che a volte ci sono situazioni troppo delicato, nelle quali rispettare le procedure non basta. Dice la Maggia “Sarebbe stata sufficiente una telefonata, e avrei sconsigliato la perquisizione. So bene che le forze dell’ordine hanno agito in modo formalmente corretto; ma non mi risulta che la Finanza abbia competenze particolari sui minorenni. Quanto accaduto dimostra che troppo spesso non vengono compresi la specificità e la potenziale fragilità dei ragazzi d’età inferiore ai diciott’anni. Bastava chiamarci, siamo sempre reperibili,  e il confronto tra i magistrati e chi sta operando sul campo è fondamentale. Nessuno può avere la certezza che l’epilogo sarebbe stato migliore, ma perlomeno avremmo chiesto: “Che ragazzino è? Siete sicuri di voler perquisire la casa?”. Stiamo parlando di un incensurato che ha ammesso il possesso della droga, peraltro hashish e in quantità limitata. E che con ogni probabilità non sarebbe incorso in provvedimenti gravi, con il riconoscimento dell’uso personale. L’azione penale sui maggiorenni ha fine repressivo, sui minorenni di recupero. Se arresto quattro spacciatori maggiorenni la conseguenza è circoscritta a quelle persone, alle loro famiglie, al loro ambiente, è accettato e previsto. Ma se scatta qualche provvedimento su uno studente con 10 grammi di hashish, moltissimi s’identificano in lui e le ricadute sono su ogni ragazzo della scuola. Se un sedicenne che studia, è un ragazzo modello e non ha precedenti con la giustizia, viene sorpreso con poco stupefacente, non reagisce come il criminale “cattivo”, ma sprofonda. Mentre la priorità è aiutarlo a riprendere la strada della correttezza, non sanzionarlo”. Una persona, la Maggia che esprimendo dei dubbi si assume delle responsabilità, pensando alla collettività e non solo a salvare la sua categoria.

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 Ecco forse uno squarcio è stato aperto, e non a caso da un giudice minorile, in un ambiente in cui la difesa di privilegi, pure quello di fare  indirettamente politica anche se non si dovrebbe, sconcerta chi al di fuori dei giochi di correnti vive in una società in cui è ancora lecito porsi delle domande. Sul segreto istruttorio che dovrebbe garantire inquisiti e indagati sino al pubblico dibattimento con la presunzione di innocenza e sulla repressione il cui  fine ultimo dovrebbe essere comunque quello della pena e del recupero alla società. E soprattutto di un giudizio con tempi certi. Una delle battaglie in tempi non sospetti a cui si era dedicato proprio Giacinto Marco Pannella che ogni anno visitava i detenuti in carcere. Lo stesso Pannella che il ministro della giustizia, lo spezzino Andrea Orlando, ha voluto incontrare a Pasqua, prima che morisse, facendosi accompagnare da quattro detenuti. E fra il tema della liberalizzazione delle droghe leggere e la denuncia delle incongruenze della giustizia e dei magistrati c’è molto, ancora oggi, di Marco Pannella, di Pezzuto e del  partito radicale. Era molti anni fa. Ma noi siamo ancora lì a leccarci le ferite.

Il Max Turbatore
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