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Se Gabbani non è la Gabanelli

Il nostro non è il paese dell’unanimita’ e nemmeno dell’unanimismo. Figuriamoci a Genova, dove il Pd, partito di maggioranza di questi ultimi decenni, oggi non riesce ad esprimere nemmeno il nome di un possibile candidato unitario. E dal serio al faceto la prospettiva è eguale, comunque cartina di tornasole del mondo che ci circonda. Basta percepirlo. Perché si ha un bel dire che sono solo canzonette, ma qualcuno osservava anche che attraverso le canzonette passa e si esprime proprio la nostra sensazione della realtà circostante.
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Dunque Sanremo, amato e odiato, palcoscenico delle virtù e delle miserie nazionali. Mescolate e amalgamate in un confuso melo’ in cui è difficile separare le une dalle altre. Le cifre da capogiro dei presentatori, il ballerino autodidatta, le due belle figlie di…. E poi il vincitore Francesco Gabbani, il podio su cui Roberto Citelli per “Prugna net” si è sbizzarrito ” Il podio di Sanremo 2017. Uno scimmione africano, una comunista e un albanese. Praticamente il peggior incubo di Salvini”.
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Il vincitore che si inginocchia umile e in segno di devozione davanti a Fiorella Mannoia. Il vincitore che in un anno passa dal primo posto nelle proposte al primo posto fra i big. Il vincitore che diventa “Dolce e Gabbani”. Il vincitore che qualcuno accusa di aver stoccato maglioncini da Bennetton o, peggio, di aver messo troppo in evidenza la sua virilità’ e di avere in qualche modo esternato una sorta di irriverenza verso la sacralita’ del palco dell’Ariston Del tempio delle canzonette. Scatenati i weebeti, croce e delizia di Enrico Mentana. Scatenati quelli che sarebbe stato meglio un premio alla carriera per la canzone della Mannoia, la comunista che tradì Renzi. Un inno alla vita che comunque vale sempre la pena di essere vissuta. O ancora, meglio, un riconoscimento alla fulgida consapevolezza cantautorale di Ermal Meta, l’albanese e alla sua canzone che mette al bando la violenza nei rapporti familiari con l’eterna contrapposizione con l’amore. Temi politically correct e attuali, sospesi fra il rincorrersi dei titoli di cronaca dei suicidi, del femminicidio e del bullismo. Conseguenze dell’aria che si respira, il più delle volte, proprio nel nucleo che ci dovrebbe educare. Ma la sala stampa ballava. Ballava forse trascinata dal ritmo in una contrapposizione tantrica, inconsapevole, consapevole o forse così e così’, che fuori dal tempio delle canzonette, all’esterno dell’Ariston, nella città dei fiori e del casino’, non è tutto oro quel che luccica e che l’atmosfera è pesante. Come nell’intero paese alle prese, anche quello delle istituzioni, con le reprimende dell’Europa e il respiro corto per il debito pubblico. E della gente normale, quella davanti alla TV, non nelle prime file bombardate dalle pallonate di Totti, a confrontarsi con gli interrogativi della terza settimana. Quella danza liberatoria sulle note di Occidentali’s’ Karma è sembrata una danza della pioggia. Contrappasso nella illusione di tempi migliori, un ballo. Anzi un esorcismo.

“Della musica giudicheranno le orecchie dopo averla ascoltata a ripetizione per un paio di settimane” Scrive oggi Emanuele Trevi su “Il Corriere della Sera”, in un articolo che si intitola “L’ Oriente,la scimmia, metafore colte, un testo accattivante”. Qualcuno ha anche detto che la musica è’ un plagio. Io rispondo che mi ricorda molto Amen, il motivo con il quale Gabbani vinse l’edizione dello scorso anno riservata alla proposte. E di Amen si è detto di tutto e di più. Anche che si trattava di una canzone blasfema. Ma mettendole insieme , Amen e Occidentali’s Karma, è riconoscibilissima, nella musica e nel testo,  la mano di Gabbani. Anzi è come se la canzone che si è aggiudicata Sanremo 2017 ne fosse l’ideale continuazione. Precisando sfumature diverse della nostra società’. La mia amica Monica Di Carlo, ideatrice di Genova Quotidiana, mi ha confidato oggi, parlando del più e del meno, che trova Francesco Gabbani e la sua canzone “ruffiani”, cogliendo, fra gli altri, uno dei tanti incentivi ad ascoltare Occidentali’s Karma. E non ha tutti i torti perché la musica strizza l’occhio. Ruffianeria, appunto, che incentiva pero’ ad andare oltre e a cercare di capire il testo. Ecco, appunto, il testo, che, irridente, è la metafora della nostra società, della nostra vita attuale. Concentrato ludico di cui fanno parte, anche se inconsapevolmente, o consapevolmente, gli argomenti delle canzoni della Mannoia e di Ermal Meta. Si parla della  vita che comunque, e fra mille difficoltà, è degna di essere vissuta. Con quella scimmia che si rialza e balla anche “quando la vita si distrae” e “cadono gli uomini”. Si schiera con leggerezza contro la violenza individualistica che permea la nostra società, che nega la collettività, il confronto fra le persone, con soggetti tutti ripiegati sull’ego e sui personali interessi. Dove c’è’ l’alienazione della gabbia 2×3, il dubbio amletico fra l’essere e l’apparire, internet, i selfie, le storie dal gran finale, le gocce di Chanel che piovono sui corpi asettici. Quasi docce miracolose per mettersi in salvo dall’odore dei tuoi simili. Dove collettivita’ e tanfo si sovrappongono.
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E ancora c’è la suggestione di essere in contatto con il mondo… Tutti tuttologi col weeb, coca dei popoli, oppio dei poveri. Con l’illusione di poter contare veramente qualche cosa, individualisti, unici, superiori, potenzialmente, nonostante la palese negazione dell’altro e del diverso. E nonostante tutto, panta rei.Tutto scorre come l’acqua, tutto scivola via, come la pioggia che cade e forse purifica. E singining in the rain, ballando sotto la pioggia. Proprio come la scimmia nuda.
Insomma Karma e scimmiottamenti delle abitudini dell’Oriente per trovare la pace interiore, attività in cui saremo sempre dei dilettanti, non comprendendone mai l’interiorita. Con quel Namaste, che non è una confezione di te estivo, e significa ti ammiro. Saluto dell’India e del Nepal. Contrapposto non a caso al coro da stadio Ale’. E poi comunque l’Oriente e le sindromi, emblema e tentativo di purificazione. Nell’illusione di un’ora d’aria e di gloria.
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E poi c’è la scimmia che ha diviso il palco con Gabbani. L’orango, riferimento al libro dello zoologo inglese Desmond Morris, che ha studiato l’uomo e i suoi comportamenti sociali in quanto scimmia. E cioè l’unico tra le 193  specie di scimmie studiate ad essere sprovviste di peli. Nudo, appunto. Un primate in crisi, che per quanto cerchi di ignorare l’eredità del passato rimane una scimmia in crisi che segue nella vita sessuale e sociale i comportamenti fissati dai suoi antenati scimmioni cacciatori.
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Eppero’ nell’eterno gioco delle allusioni, dei rimandi e delle strizzate d’occhio che fanno dell’allusione un’arte, io ci ho visto anche un riferimento al film 2001 Odissea nello spazio di Stanley Kubrick. Dove tutto inizia con una danza delle scimmie e con il capobranco che impugna un osso come una clava e colpisce lo scheletro di un animale. Con un monolite che rappresenta la conoscenza. Appena la scimmia diventa uomo, soggetto pensante e cosciente, diventa violenta (la scena in cui il primato colpisce con l’osso i resti degli altri animali). Nel film è presente, inoltre, il concetto dell’eterno ritorno di Nietzsche: la scena finale ritrae il protagonista prima giovane, poi vecchio, poi moribondo, e poi sotto forma di feto, per rinascere, in una circolarità eterna. C’è, quindi, un ritorno continuo al punto di partenza, al bambino, che conosce il male diventando uomo, e che rinasce dopo essere diventato vecchio. Questa continuità vitale è metafora dell’esistenza, che ruota sempre intorno alla figura del monolito, centro di tutte le nostre domande senza risposta. 
Ecco io l’ho interpretata così. Con le domande sull’esistenza e il dubbio amletico dell’inizio della canzone divisi fra l’essere e il dover essere. Dubbio shakespeariano che si perde nella notte dei tempi. Contemporaneo come l’uomo del neolitico. Non a caso ho usato la metafora della scimmia per concludere con una immagine l’articolo sulla manifestazione dei resistenti di piazza Sturla. Terminato il rito collettivo della manifestazione pacifica di piazza, con qualche scivolone nella violenza, lo scimmione Kubrickiano rientrava nella  quotidianità dell’individualismo.
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Ma, perdonatemi la digressione chiarificatrice, e torniamo a Gabbani. Selvaggia Lucarelli che veste, a torto o ragione, i panni dell’opinionista, sul suo blog mette in mezzo il povero Gabbani, spiegando che la sua idea della scimmia danzante, che tanta fortuna gli ha portato sul palco dell’Ariston, era stata mutuata da un amico e che il cantautore neanche si era peritato di avvertirlo e poi di ringraziarlo. Perché lo sport nazionale nel nostro paese è quello di sparare sul pianista. Non a caso ho visto anche un gustoso fotomontaggio con Renzi dondolante sul palco dell’Ariston, con maglioncini da stock alla Gabbani, e il prode premier Paolo Gentiloni replicante inguainato nel costume peloso e nero della scimmia. Vabbè la satira è pur sempre satira. E in Italia vale tutto e il contrario di tutto. L’irriverenza è un obbligo. Oltre a fungere da liberazione di ogni patologia interiore. Non mi stupirei che in tempi migliori partisse una campagna per Gabbani for president. Non si sa mai. Negli States fra il serio e il faceto, anzi fra il faceto e il serio, visto come è andata a finire, ci è riuscito il Tycoon Donald Trump. E il nostro è un popolo legato all’emotività.
A Milena Gabanelli chiara giornalista di Rai 3 capito nel 2013. Il 16 aprile è stata la più votata nella consultazione interna agli iscritti del Movimento 5 Stelle finalizzata ad individuare il candidato alla Presidenza della Repubblica Italiana di quel partito. La Gabanelli, inventrice di Report, si dichiaro’ sorpresa e gratificata dalla scelta ma, ritenendosi inadeguata al ruolo di capo dello Stato, il giorno seguente decise di rinunciare. E Gabbani e la sua scimmia dopo aver violentato l’Ariston potrebbero perfino salire a Montecitorio. O forse anche no?
Il Max Turbatore
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