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Se il buon senso è un insulto

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Stasera non intendo parlare dei politici e della loro visione marginale, o ombelicale, del mondo che contrasta con quella reale con la quale sono costrette a misurarsi quotidianamente le persone comuni alla ricerca del loro personale futuro. Vorrei parlarvi di un giovane suicida di 30 anni che si è’ ucciso il 31 gennaio ad Udine. Disperato perché non riusciva a trovare la sua strada dopo innumerevoli esperienze di precariato.  Devo dire, per l’onesta che mi contraddistingue nel mio rapporto con i lettori, che sono di parte. Sono padre, come tanti  lettori che mi seguono, di due figli. Un maschio ed una femmina. Uno ha superato i 30 anni da qualche mese, l’altra ne ha compiuto 27. Giovani che si adombreranno per essere stati messi alla berlina, entrambi appartenenti a quella generazione che dopo la laurea ha cercato di specializzarsi con un master e che confida ormai apertamente di trovare un lavoro all’estero. Il nostro paese non fa per loro. Il ministro Poletti, li ha ignominiosamente marchiati, come una generazione di ingrati, né più né meno dei ragazzi viziati e “choosy” di Elsa Fornero che fa il paio con i “bamboccioni” di Tommaso Padoa Schioppa.
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Ma torniamo al ragazzo friulano suicida. Ad aprirmi la ferita su questo fatto di cronaca e’ stata per prima martedì mattina Francesca Mannocchi, collega freelance e amica social di un’amica. “La lettera di Michele non la troverete tra le prime notizie. Nemmeno tra le seconde e le terze. Dopo Sanremo, i trumpismi, lo stadio della Roma, i tormenti dei cinque stelle. La lettera di Michele però ci riguarda tutti. Perché se un trentenne si uccide così siamo colpevoli tutti. L’ho letta e riletta. E c’è questa frase qui, che Michele scrive prima di ammazzarsi: “Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione. Ma  questo è la nostra generazione. Una generazione a cui hanno imposto di rinunciare a volere il massimo. Una generazione destinata a pensare che in fondo, se fallisce, quel massimo non se lo merita”. Aveva ragione da vendere. Qualcuno, forse per dar torto alla Mannocchi, compiendo ardita crasi, ha protestato scrivendo che quella lettera doveva essere letta dal palco dell’Ariston in luogo della esibizione di Francesco Totti, capitano della Roma, che ha diviso il pubblico. Magari senza darsi pensiero di mancare di rispetto, una volta di più, al suicida, mischiando sacro e profano, nel mare magno della rete. Ma funziona così. Tutto è degno di essere masticato e rimasticato, senza soffermarsi a pensare, nell’attimo della suprema evacuazione. Digito ergo sum. Parafrasi mai più azzeccata.
Quella lettera, comunque, pubblicata per esteso sul Messaggero Veneto, edizione di Udine, è un “diretto” alla bocca dello stomaco per me, e come me, per tutti quelli che praticano la rete alla ricerca di qualche arricchimento per rimuginare sul senso della vita. Per quelli che non commentano solamente i mali alla moda di una società di un paese che sembra impazzito. Quelli che, alla ricerca di empatia, non addossano ideologicamente tutte le colpe all’economia capitalista o allo sfruttamento globale. Michele, 30 anni era un ragazzo come tanti e queste sovrastrutture non gli sono bastate per infondergli un senso di sopravvivenza. Dunque poche righe del giornalista del Messaggero Veneto che introducono la lettera ” Con questa lettera un trentenne friulano ha detto addio alla vita. Si è ucciso stanco del precariato professionale e accusa chi ha tradito la sua generazione, lasciandola senza prospettive. La lettera viene pubblicata per volontà dei genitori, perché questa denuncia non cada nel vuoto”. E poi la lettera, un j’accuse spietato che deve indurci a riflettere. Perciò Michele, ultimi pensieri di un grafico senza lavoro stabile. “Un ragazzo della generazione perduta che ha vissuto come sconfitta personale quella che per noi è invece la sconfitta di una società moribonda che divora i suoi figli” scrivono i genitori del ragazzo uccisosi

di MICHELE

Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi. Ho cercato di essere una brava persona, ho commesso molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia. Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere un ambiente stabile. A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo. Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive. Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per   crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando  di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione. Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare. Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno. Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri. Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino. 

Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene. Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.

P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.

Ho resistito finché ho potuto.

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E mi viene in mente – non posso farne a meno –  il fuori onda del lavoratore di Amiu bonifiche denunciato la scorsa settimana dalla sezione giudiziaria del corpo di polizia municipale per l’insulto al nostro sindaco, il marchese Marco Doria, per oltraggio a pubblico ufficiale e oltraggio a corpo politico o amministrativo. Prima di uscire dall’aula dove era presente insieme a una delegazione di colleghi che erano stati fatti entrare per assistere al voto sulla delibera, poi rinviata, sull’accorpamento  Amiu- Iren , l’uomo si era rivolto al sindaco dicendo: «Non dici nemmeno se ti ricandidi, cogl…?».

Sulla vicenda segnalo un mirabile articolo del collega Fabio Palli su Fivedabliu dal titolo ” Trombone, leone, sornione, gommone… vabbè’ finisce in one” in cui il Palli fa le evoluzioni per non citare la parola del gatto rivolta dal lavoratore imbufalito al nostro sindaco e termina da par suo, con altrettante evoluzioni in rima, ricordando il celebre motto del marchese del Grillo “E poi, Sindaco, denunciare un operaio che ha detto una “parola del gatto”! Suvvia, sia misericordioso. Lei è Lei noi non siamo un “pazzo, razzo, terrazzo, sollazzo, vabbè finisce con azzo”. E, sempre in one, e non in azzo, verrebbe da dire al nostro beneamato sindaco, tenendo conto dello svolgimento della seduta di ieri sera, in cui la delibera non è stata approvata…. Ciaone.

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Perché, comunque, Poletti, Fornero, Schioppa, o no, il fatto denota tutta l’attenzione del nostro ceto politico per la drammatica situazione del lavoro nel nostro paese. Stefano Balleari, vicepresidente del consiglio comunale, esponente e candidato sindaco di Fratelli d’Italia già nei giorni scorsi aggiustava il tiro “Inaccettabile che un lavoratore possa rischiare di essere sanzionato per migliaia di euro per una frase dettata dall’esasperazione e dalla paura di perdere il proprio posto di lavoro”. Post che ha stimolato Andrea Cambiaso, imprenditore genovese che ha spostato il proprio domicilio a Dubai “Forse l’incapace (non) sindaco si è offeso perché non avendo contatto con le cose terrene, ma vivendo solo nel suo olimpo fatto di supponenza ed arroganza ha letto in una parola di uso comune un insulto che ha ritenuto lo colpisse. Io se sono convinto che mi abbiano insultato non a ragione non me ne curo , qualora invece iniziassi a pensare che chi mi ha insultato ha ragione prima di denunciarlo guarderei bene in me stesso per capire perché ….sono …ma solo magari… Coglione per migliorarmi senza offendermi ringraziando chi mi ha dato spunto per crescere, ed un sindaco che ama la sua gente avrebbe dovuto abbracciare il suo cittadino e dirgli …dai …spiegami. Purtroppo l’arrogante ed incapace non sindaco ad ogni sua mossa fa solo ridere”. Una semplice lezione di buon senso, evidentemente sconosciuto”. Un po’, per restare nel campo delle dietrologie che tanto piacciono, come se il marchesino avesse voluto scientemente eccitare la piazza predeterminando per se una possibile via di fuga. Il modo per uscirne con il botto. A questo punto con il fantasma del commissariamento imminente, il sindaco-marchesino ha potuto finalmente dire, a ragion veduta, che non si ricandida. Anche perché non ha più una maggioranza. Uscendo comunque di scena lasciandoci la sensazione di averci fatto una concessione. Perche’, secondo lui, questa città merita di essere ancora amministrata. Come se non fosse di tutta evidenza, andando a ritroso, e adesso ancora di più, la sua impalpabilità.

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Cosa che da qualche mese sostiene l’autocandidato sindaco, autoconvocato alle primarie del Pd, il popfilosofo Simone Regazzoni, del quale segnalo in libreria l’ultima fatica letteraria, che non a caso si intitola “Ti amo”. Così già martedì notte, lui senza tentennamenti, postava sicuro ” Domani aspetto le dimissioni di Doria. Poi parlo. Siamo al punto di non ritorno per un intero partito. Il PD genovese. E non ci sono più alibi. Né attenuanti. Bisogna dirsi la verità. E, se ne abbiamo la forza, iniziare un nuovo cammino”. Ma le dimissioni non ci sono state, salvando capra e cavoli in nome di una dubbi ragione di stato. Anche se appare chiaro a tutti, per  dirla con ironica soavità, che a qualche giorno da San Valentino Doria e il Pd viaggiano a rotta di collo verso una separazione consensuale. Con commissariamento e titoli di coda. Bella strategia non c’è che dire. Altri però, ancora più inveleniti, per l’epilogo paradossale in cui Doria, maestro trasformista che neppure Fregoli, intende addirittura trasformarsi in salvatore della patria, assicurano che alle spalle di tutto questo – fra polizia davanti palazzo Tursi a frenare i manifestanti, Blue Print senza vincitori, denuncia del povero lavoratore e debacle in consiglio comunale, con la ventilata Tari alle stelle, e conseguente colpevolizzazione dei lavoratori Amiu – non vi sia alcuna strategia politica ma soltanto sussiego e sprovvedutezza. A perenne ricordo di quell’ ” io sono io e voi non siete un cazzo”  che ha reso famoso il marchese del Grillo. Nobile che, a torto o ragione, qualcuno, prima o poi, avrà l’ardire di inserire nell’albero genealogico del Nostro. 

E se qualcuno ponesse la domanda da sempre sospesa ma Doria ci fa o ci è. Il nemmeno troppo sparuto gruppetto di inveleniti risponderebbe pronto: ci è, ci è.

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Mi ero comunque ripromesso, fustigando l’insensatezza, di proporre un elogio del buon senso – a questo punto anche quello di facciata – dimostrando, dalle tragedie alle cadute politiche, quanto sarebbe più facile ottenere risultati abbracciando il buon senso del tempo che fu. A questo riguardo mi piace sottoporvi il post di Michele Queirolo “ieri sera un ragazzetto movidaro scaricato dalla sua bella sotto le nostre finestre ha pensato bene di staccarci la cassetta per la pubblicità dal muro… mia moglie l’ha inseguito, preso ed abbiamo documento e cellulare del buon ****….la serata è finita con noi due che lo consolavamo per essere stato mollato… Aggiungo, visti i comprensibili post, che il ragazzo è maggiorenne e che la nostra intenzione è di contattare domani il ragazzo come d’accordo con lui per stabilire una data in cui possa venire a ripristinare il danno fatto. Visto che il ragazzo ha dimostrato di aver compreso la stupidità e gravità del gesto, ci sembra giusto dargli la possibilità di darsi da fare per aggiustare ciò che ha rotto. Avremo così anche modo di fare due chiacchere con lui. Se poi cambierà atteggiamento, faremo quanto dovuto, ma non credo sarà così”. A cui il Queirolo ha aggiunto un successivo immediato commento, cercando di sedare sul nascere chi avrebbe voluto mettere alla gogna il giovane neosingle a cui, invece, il danneggiato aveva offerto paterno conforto e una spalla su cui piangere. Perciò bandito l’odio e spazio all’empatia. E devo dire, a onor del vero, che nessuno, successivamente, ha cercato di soffiare sulle braci. Una ragazzata che forse un tempo avrebbe generato un paio di calci nel sedere con tanto di genitori a ringraziare per un procedimento per danneggiamenti svanito sul nascere e per la lezione al proprio figliolo. Già, il buon senso antico. Ma non sempre è così e non dappertutto. E da questo episodio prendo spunto. Mi perdoni l’ardire, perché mi è chiaro che una cosa è una cassetta di un portone smantellata in un momento d’ira – meglio comunque prendersela con la cassetta che con la ragazzina che ti da’ il benservito – altra cosa è un delitto premeditato. Intendo collegare, pur timoroso di incorrere in uno scivolone – come se mischiassi il trentenne suicida di inizio articolo con il Totti al Festival, quanto accaduto nei vicoli di Genova con l’esecuzione sommaria di quel ventenne, Italo D’Elisa, che, passando con il rosso a bordo della sua auto, si è ritrovato con il peso sulla coscienza per aver ucciso una giovane donna in motorino, Roberta Braggion. Il giovane che non era ubriaco – e dirà in seguito che i freni non gli hanno tenuto –  qualche settimana dopo è stato ammazzato davanti ad un bar da Fabio Di Lello, il fresco vedovo, a pistolettate.

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Due morti, tre famiglie rovinate. Quella della moglie morta nell’incidente, la sua, e quella della vittima. Un fatto di cronaca nera su cui, nei giorni scorsi, quotidiani cartacei e on line si sono scatenati. Un episodio frutto della rabbia latente e dell’ira insensata scatenata dalla guerra di fazioni che ha viaggiato senza freni sui social e in rete. Fabio ha pranzato davanti alla lapide di Roberta, e poi ha portato a termine l’agguato davanti a un bar. Ci si è interrogati a lungo, con dovizia di particolari e commenti degli esperti sulla personalità di Di Lello, giovane descritto come solerte lavoratore e amante del pallone. 

italo

Si è scritto che la moglie fosse incinta, che D’Elisa lo sfidasse, anzi no, che, al contrario, si sentisse consapevole e avesse un peso sulla coscienza che gli avrebbe rovinato tutta la vita. E così, purtroppo è’ stato.  Senza possibilità di appello. Con un’unica condanna, nonostante i protestati ritardi della legge. A morte. E sulla rete c’è stato ancora chi ha onorato il “gladiatore”, il giustiziere, giustificandolo. Mentre i familiari di Di Lello solo adesso confidano di aver chiesto già prima del delitto il ricovero per Fabio, stravolto dal dolore e dalla rabbia. Ognuno ha recitato onorevolmente la sua parte in commedia. I magistrati, messi sotto accusa per una giustizia che tarda a fare il suo corso, hanno risposto piccati.

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I genitori di D’elisa che hanno denunciato gli sciacalli del weeb. Gli stessi genitori che, finalmente, ma comunque con colpevole ritardo, hanno capito che forse sarebbe bastato chiedere un incontro per cercare comprensione e offrire conforto per tentare di disinnescare la spirale d’odio. Il parroco ha messo sotto accusa chi si è divertito a fomentare il rancore chiedendo di tacere. Sarebbe stato sufficiente dar voce al buon senso in questa società liquida in cui come diceva Zygmund Bauman, sociologo e filosofo polacco, scomparso meno di un mese fa “La modernità è la convinzione “che il cambiamento è l’unica cosa permanente e che l’incertezza è l’unica certezza”. Un estremo tentativo di razionalità in un mondo progredito in cui tutti autori, consapevoli o inconsapevoli, siamo portatori o folli digitatori, sani, o peggio, insani, di quel motto dedicato al nostro sindaco, anche lui per ironia della sorte marchese “Io sono io e voi non siete un cazzo”.

Il Max Turbatore

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