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Rapina prostituta in un basso del centro storico e tenta la fuga in autobus. Rocambolesco inseguimento con lieto fine a Marassi

È una storia di quelle che si fa fatica a credere, uscita dal feuilleton di un giornale d’altri tempi o da un libro di Dino Buzzati. Ma è anche una storia di solidarietà tra donne e di coraggio civile, quello che ha portato un genovese a non girarsi dall’altra parte e ad agguantare, alla fermata Amt di largo Zecca, un rapinatore appena sceso dal bus utilizzato per sfuggire alla collega della prostituta che aveva derubato


prostituta

di Monica Di Carlo

Personaggi e interpreti: lui, il ladro malaccorto; lei, la prostituta che se lo è trovato nel basso di vico Gattagà (carruggio della Maddalena del quale molti genovesi misconoscono certamente l’esistenza) a frugare tra le sue cose; l’amica, la collega della ragazza che sapendola incinta di 4 mesi rincorre al suo posto il mariuolo; l’eroe, il giovane che agguanta con decisione il fuggitivo inseguito anche sul bus dalla seconda donna per farsi riconsegnare il portafoglio sottratto. Tutto sta scritto non in un romanzo di metà Novecento, ma nei verbali della polizia che, intervenuta ieri poco prima delle 14, ha denunciato il malvivente non solo per la rapina, ma, buon peso, anche per ricettazione, giacché aveva con sè quattro paia di scarpe con marchi contraffatti.
Succede nel centro storico (e dove, altrimenti?), nel reticolo dei vicoli che scende da via Garibaldi verso la Maddalena, dove molte donne esercitano la prostituzione. Quel carruggio si chiama vico Gattagà, dedicato, vuole la leggenda, a un pappagallo, una grande ara dal piumaggio azzurro, portato a Genova da un marinaio. Assai longevo, passò di padrone in padrone fino a terminare la sua vita proprio in quella zona, in un giorno di eclisse totale di sole, con la signora Ersilia Lazzeri che, addirittura, corruppe i guardiani per cimitero per farlo seppellire nella tomba di famiglia a Staglieno. Nel catalogo delle storie dei carruggi c’è questa e anche quella di quel quadrato di case alte e viuzze dove le prostitute, scacciate nel 1550 dalla vicina area della futura “Strada Nuova” (oggi via Garibaldi) in quegli anni lottizzata dalla Repubblica, si rifugiarono a esercitare la professione. Poco è cambiato da allora. Chi si avventura in quel groviglio di stradine anguste dove il sole è, al massimo, un bagliore rilanciato dai vetri delle finestre dei piani alti, le può vedere schierate in batteria, sedute, a meno che non stiano esercitando, su una sedia piazzata in strada o sui gradini d’accesso ai loro magazzini, occupate a ciarlare tra loro o a giocare col cellulare nell’attesa di qualche cliente. Proprio lì, in uno di quei bassi che odorano di muffa, di disinfettante e di profumo distribuito in eccesso, luogo frequentato (sempre meno, dicono le operatrici sessuali lamentandosi della congiuntura) da italiani e stranieri che trovano nel sesso (come nella morte secondo il principe De Curtis, in arte Totò) la “livella” sociale e ormai anche etnica, s’è introdotto un senegalese per arrotondare a modo suo l’attività, evidentemente non abbastanza redditizia, di venditore di griffe false. Probabilmente ha trovato la porta accostata, segno che l’occupante non era molto lontana. E infatti la donna, una sudamericana, è tornata e l’ha trovato all’opera, a frugare tra le sue cose: un repertorio di variegata oggettistica in cui preservativi, lubrificanti e replicanti fallici si mischiano a santini e foto dei figli o dei fratelli lasciati in patria. L’uomo, in Italia senza permesso di soggiorno, temendo che a ruota arrivassero anche le guardie, ha spinto via malamente la donna per guadagnare la via d’uscita e tenendo stretto in mano il portafoglio appena sottratto. Lei è ruzzolata a terra e ha cominciato a gridare per richiamare l’attenzione delle colleghe. Una di queste, sapendo che l’amica, ormai al quarto mese di gravidanza, non avrebbe potuto correre dietro al rapinatore, s’è messa lei all’inseguimento, sprezzante del pericolo che il confronto con l’alto e nerboruto africano avrebbe potuto comportare. L’uomo, ad ampi passi, ha guadagnato prima via Garibaldi, quindi piazza Portello sperando che la sudamericana, desistesse. E invece no. Malgrado il tacco 12, essenziale per suscitare nei maschi istinti primordiali quanto scomodo in occasione delle gimkane sulle lastre di luserna, quella gli è stata incollata alle calcagna, correndo a perdifiato e gridando come un’ossessa. Per un soffio è riuscita a infilarsi nel bus sul quale anche lui era salito un attimo prima della chiusura delle porte e lì, in mezzo ai passeggeri esterrefatti e infastiditi che poco capivano dell’alterco tra i due, ha cominciato a dargli il tormento per farsi restituire il portafoglio della collega. Al malvivente non è rimasto che scendere alla prima fermata, quella di largo Zecca, nella speranza di riuscire a seminare la pervicace e assillante inseguitrice. E invece gli è andata male perché un genovese che stava aspettando il bus, capito in un lampo quel che stava accandendo, lo ha fermato e trattenuto fino all’arrivo della Volante di polizia. Il portafoglio è stato trovato sul pavimento dell’autobus e restituito alla legittima proprietaria che in Questura ha sporto denuncia e ha chiesto di essere portata al pronto soccorso perché lo spintone ricevuto e la successiva caduta le avevano causato dolori al ventre. Certo un’esperienza come questa non può giovare a una donna incinta: i medici del pronto soccorso che l’hanno visitata hanno deciso una prognosi di 5 giorni. Il senegalese è stato fermato dalla polizia e denunciato per lesioni aggravate oltre che per ricettazione in relazione alle scarpe contraffatte di cui era in possesso e, alla fine della giornata, è stato tradotto nel carcere di Marassi in attesa di giudizio. Tutto alla Maddalena è tornato nell’ordine delle cose. Le prostitute in attesa davanti ai bassi oggi hanno una storia in più da raccontarsi: il coraggio della loro collega e il generoso gesto del genovese che ha assicurato il ladro alla giustizia.

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