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Se questo è un uomo

Mi ero ripromesso di non parlarne affatto. Riposto nel fondo di un cassetto, nel profondo della coscienza, insieme ad altri argomenti, dall’Italicum alla celebrazione del cinquantenario del suicidio di Luigi Tenco. Perché solitamente prediligo prendere in considerazione temi marginali, per evitare la malattia dei digitatori compulsivi. Perciò avevo deciso di stare ben alla larga dalla giornata della memoria che oggi intende ricordare lo sterminio nazista del popolo ebreo. Seguendo l’indicazione del post di Caterina Venchi che invita al silenzio. Proposito che ha vacillato di fronte al post mattiniero di Afra Serini, dirigente della Regione che, prendendo in considerazione un lato marginale rispetto all’eccidio, mi ha costretto a cercare di ragionare su tutta la faccenda. Persino sulla speculazione che giornali e fonti di informazione riescono a dare su tutta la vicenda.

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Dunque post della Serini “Sara’ l’eta’. Saranno i vissuti. Ma non tollero piu’ le imposizioni di pensiero e le restrizioni di liberta’ in nome di banali e demagogici pensieri sulla concezione del mondo. La famiglia che, ad Auschwitz si e’ fatta un selfie sotto la scritta “Arbeit Macht Frei”, e’ stata demonizzata in un articolo della stampa di oggi, dove, in riferimento ad un documentario, si e’ parlato di deriva della rappresentazione dell’Olocausto, e’ stato richiamato il perdono di Dio perche’ ne e’ stato oltreggiato il ricordo. Tutti sempre pronti a biasimare, a censurare. Non si dimentichi che la Polonia, Cracovia ha voluto fortemente quel tipo di “turismo” ai campi di concentramento, ha investito moltissimo (e l’ha fatto meravigliosamnete e con grande dignita’) per diffondere l’orrore di quella guerra. E adesso?  Adesso ci mettiamo a dire che un selfie e’ oltraggioso? Ma per favore. Cosa’ ricordera’ quella famiglia tra qualche anno, riguardando quella foto? Ricordera’ gli orrori, i milioni di persone uccise, e quella foto sara’ l’occasione per parlarne agli amici che non ci sono mai stati, magari ai nipoti che verranno. 
Quindi smettiamola con le demonizzazioni, questa si che lo e’. E lasciamo libere le persone di agire e di pensare. Il perdono di Dio non lo si chiede per quella foto, ma per ben, ben, altro”.
E devo confidarvi sin dall’inizio che il ragionamento della Serini, secondo me, non fa una piega. Non tanto per il fatto che la banalità di un selfie di fronte alla Shoa generi un urticante senso di irritazione, quanto per la demonizzazione di chi, in nome del politicamente corretto, riesce sempre ad avere sentenze in tasca sino a scomodare il giudizio universale o il perdono di Dio. Intanto l’articolo a cui fa riferimento la Serini, tanto per parlare di politicamente corretto, è’ un similfake. Non nel senso esatto del termine, per carità. Perché, al contrario, si fa riferimento ad un episodio specifico che, tanto per cominciare, è ormai diffuso fra i visitatori dei campi di concentramento. Tanto che questa macabra mania del selfie di fronte al cancello e rigorosamente sotto alla scritta “Arbeit macht frei”, testualmente “il lavoro rende liberi”, è’ diventata purtroppo una sorta di mania collettiva. L’articolista si serve in ultima analisi del documentario Austerlitz dell’ucraino Sergei Loznitsa, premio della stampa appena cinque anni fa a Cannes. Un film documentario per mostrare che i visitatori dei lager nazisti si comportano da turisti, che non c’è coinvolgimento emotivo ma al massimo la concentrazione mentale di chi visita un museo, che tutto – dall’abbigliamento dei visitatori all’allestimento del luogo, dall’ambiente circostante il campo di sterminio alle condizioni atmosferiche della bella giornata, dal modo in cui le visite sono guidate ai meccanismi psicologici di difesa del singolo dall’orrore – congiura a determinare la dissacrazione di ciò che si vorrebbe onorare. La banalità del male, viene spontaneo commentare col famoso titolo del dibattuto saggio di Hannah Arendt sul processo ad Adolf Eichmann: con la differenza che l’incapacità di formulare giudizi morali e una mediocre stupidità qui non sono le caratteristiche dell’autore del crimine, ma vien voglia di attribuirle a coloro che si mostrano interessati a conoscerlo e ricordarlo. I quali finiscono per farsi il selfie di famiglia davanti al cancello in ferro battuto con la frase “Arbeit macht frei”, entrano indossando t-shirt che recano scritte offensive per il luogo, escono alla fine del periplo fra sorrisini e ammiccamenti, già pregustando l’attività successiva della giornata”. 
Ma secondo me, lungi dal demonizzarla è’ un po’ la velocità e superficialità del nostro mondo social che va messa sotto accusa. Che cosa c’è meglio di un selfie per esternare la propria partecipazione di fatto? Quell’io c’ero che almeno nelle intenzioni vorrebbe renderti diverso da tanti altri e invece non fa altro che sancire una sorta di appiattimento superficiale. Perché l’immediatezza dell’immagine il più delle volte non indaga nella complessità e nella sofferenza dell’intimo. Il comparire che la vince sull’essere. Anche il selfie di fronte ai cancelli di Auschwitz è emblema della nostra società che va a rotoli.
 
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Che dire, per esempio del post del direttore del parco delle Cinque terre, Vittorio Alessandro, costretto da facebook a cancellarlo. Un post forse irriverente, o forse soltanto troppo breve per non dar luogo ad altre invettive “Vabbè però lo sterminio ha portato tanto turismo”. Che poi in soldoni risponde pienamente a quello che diceva nel suo ragionamento la Serini “ Non si dimentichi che la Polonia, Cracovia ha voluto fortemente quel tipo di “turismo” ai campi di concentramento, ha investito moltissimo (e l’ha fatto meravigliosamnete e con grande dignita’) per diffondere l’orrore di quella guerra”. Sia ben chiaro che non giustifico affatto Vittorio Alessandro il suo ragionamento manca di alcune parti per non essere troppo simile alla banalità del male. Ma è come se noi in omaggio alle sofferenze dei cari dei defunti rinunciassimo a propagandare il cimitero monumentale di Staglieno, o peggio inibissimo San Pietro per una forma di amore antico rispetto.
riguardo al documentario Susterlitz ci si chiede su La Repubblica ? “È possibile celebrare la memoria dell’Olocausto nell’epoca del turismo di massa? Non c’è il rischio che i memoriali allestiti nei lager divengano una attrattiva turistica al pari di uno zoo o di una pinacoteca?”
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Che poi ognuno ha un suo modo particolare per  parlare di questo tipo di ricordo e commemorazione. Mette in guardia Enrico Mentana da certo celebrazionismo peloso, a suo modo contraddittorio ancorché irriverente e sulla capacità tutta italiana di trasformarsi in gregge ossequiente. “Quando arriva il Giorno della Memoria penso al misero destino del nostro paese, costretto a ricordare per legge quello che non avrebbe mai dovuto dimenticare. E invece lo ha dimenticato da subito: quando i pochi sopravvissuti tornarono dai campi nessuno li ascoltò, e per un buon motivo. A propiziare la loro individuazione ed emarginazione erano state ancora in tempo di pace le leggi dello stato italiano, a cui nessuno si era ribellato.Gli ebrei italiani vennero schedati, privati del lavoro, messi ai margini della società. Quando poi i tedeschi invasero il paese furono tanti altri italiani, zelanti e servili, a indicarli ai nazisti, a organizzare e premiare le delazioni, a spartirsi il frutto degli espropri, a chiudere gli occhi davanti al loro invio nelle carceri, nei campi di internamento, e poi verso i vagoni che li portarono allo sterminio. Nessun italiano, ripeto nessun italiano ha mai pagato per tutti questi atti. I tanti volenterosi complici dello sterminio hanno continuato a vivere senza pene né pentimenti. Non esiste alcun libro di memorie in cui si ammettono le colpe per anche un solo singolo episodio. Dall’indomani del 25 aprile tutti furono ex partigiani e antifascisti. Dopo il processo Eichmann, all’inizio degli anni 60, il mondo dovette per forza prendere atto di cosa fu la Shoah: ma in Italia l’interdetto su quel che la propiziò continuò, e continua tuttora. Anche quest’anno a ricordare saranno solo gli ebrei, i pochi sopravvissuti e i loro eredi o correligionari: come degli alieni, rappresentanti di una delle due specie estinte, quella con le divise a righe e la stella di Davide; l’altra, con le uniformi nere, i nazisti. Dovremmo essere noi a ricordare, senza delegare le vittime a farlo: col risultato poi di sentir dire, “che palle sti ebrei che parlano sempre e solo di Auschwitz”. E Dario Ballini D’Amato denuncia la strumentalizzazione fastidiosa di questa giornata celebrativa” 

Oggi è il giorno in cui a destra ci propinano “E le foibe? E Stalin? E Pol Pot?” mentre a sinistra ci propinano la puttanata della falsa citazione di Primo Levi per trasformare questa giornata nella giornata del “Israele di oggi è la Germania Nazista di ieri”. I primi hanno un cervello in sistema binario, o 0 o 1. Se ricordi e condanni un’atrocità non puoi manco in futuro ricordarne e condannarne altre. Sta gente non riesce a fare due cose alla volta e pensano che tutti siano come loro.  I secondi sono pure peggio. Perché mentre fanno finta di onorare la memoria di quello “che è stato” non fanno altro che piegare la storia alla propria meschinetta lotta politica di oggi. Ricordare l’Olocausto decontestualizzandolo, riducendolo a termine di paragone di altri orrori lo rende “normale”. Un orrore fra tanti. E ci deresponsabilizza facendoci dimenticare che l’Italia contribuì alla costruzione di un sistema volto allo sterminio sistematico, scientifico e con metodo industriale di ebrei, rom, omosessuali, transgender, oppositori politici, malati mentali o presunti tali. Un sistema esteso ad un intero continente. Ricordare senza piegare la Storia agli affarucci di bottega dei nostri partitini.Ricordare senza che sia mero esercizio di stile.Ricordare affinché MAI PIÙ”.

Già, mai più eppure Simone Leoncini ci riporta alla triste realtà dei nostri giorni e consiglia “Io se fossi in voi oggi eviterei di struggermi soltanto sui genocidi e i crimini consumati nel secolo passato. Approfitterei, invece, di questa giornata per indignarmi anche di quelli che si consumano quotidianamente in giro per il globo. Alle guerre e ai poveri cristi che muoiono di freddo a un passo da un muro alzato, apposta per loro, con il plauso ghignato dei politici di mezzo mondo. Ma a dirla tutta, se fossi in voi, non mi dedicherei nemmeno soltanto alle cose che accadono lontano. Certo tutto si tiene. Passato e presente. Luoghi distanti migliaia di chilometri fra loro sono da tempo interdipendenti. Però, se fossi in voi, io penserei un po’ a quanto avviene anche sotto casa nostra. Dietro gli angoli che non giriamo mai. E allora, senza buonismo che tanto non serve e men che meno serve sfoderarlo a comando nelle occasioni importanti, penserei anche un po’ alle piccole, piccolissime segregazioni che perpetriamo ogni giorno. Ai trasparenti, microscopici lager immaginari che resistono nelle pieghe del vivere quotidiano. Alla povertà di cui ai più non frega niente, eppure uccide ancora. All’indifferenza e alla compiacenza con cui tolleriamo il razzismo diffuso e crescente. Alla marginalità sociale che prospera senza che media e politica si pongano il problema. Non sono genocidi, solo piccoli crimini. Ma, se fossi in voi, oggi ci penserei comunque un po’. Magari riflettere serve a trovare uno straccio di soluzione, capace di andare oltre l’astratto solidarismo. Un’idea utile a ricucire un pezzetto di questa società, così frammentata da farsi pericolosamente rabbiosa. Pericolosamente. Do you remember?” 
 

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Il parlamentare Pd Mario Tullo in modo più diretto concorda “Se penso a quel che accade in Ungheria o ad un giovane di colore che annega nell’indifferenza e tra gli insulti a Venezia, credo che quel giorno é molto distante e francamente non so se arriverà, quindi continuiamo a non dimenticare”. Rimandandomi a una domanda. Ma un selfie davanti a quel cancello in cui già la scritta è cinica e negazionista è peggio della realtà che ci circonda che spesso, per egoistico quieto vivere, ci costringe a girarci dall’altra parte?
Incalza Moni Ovadia ““La memoria della Shoah, serve sì a onorare il passato e le vittime, ma è soprattutto uno strumento per il presente e per il futuro affinché ciò che è stato, non possa ripetersi mai più. Per questo abbiamo tutti il dovere di ricordare”.
 
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 E sottilizza puntiglioso Il candidato sindaco Stefano Balleari,,rendendo onore alla percezione di Ballini D’Amato “27 Gennaio 1945 le truppe dell’Armata Rossa liberano il campo di concentramento di Auschwitz.

Come ogni 27 Gennaio, dal 2006, celebriamo il Giorno della Memoria e lo facciamo per non scordarci dell’Olocausto e della Shoah e degli orrori che il Terzo Reich ha compiuto. E qui mi distanzio un secondo dal mainstream perché la domanda che mi faccio ogni 27 gennaio è: “Cosa mi devo ricordare?”, non perché sembra che tutte le malefatte, tutti gli orrori, tutte le peggio cose siano state compiute dal Nazifascismo tra il 1933 ed il 1945? come se in quegli anni bui si concentrasse il male assoluto. Poi leggi, poi apri i libri, poi capisci che non è così, e se prendi delle parole che tipicamente descrivono quel periodo scopri altro.

Campo di concentramento e scopri che i primi di cui si ha traccia documentata sono quelli della guerra di secessione Americana e gli ultimi sono quelli della Corea del Nord, ma probabilmente ce ne sono altri ancora attivi.Progrom (cioè le sommosse popolari antisemite) direi che sono ancora più vecchie visto che la prima di cui si ha notizia è del 38 DC ad Alessandria d’Egitto, ma senza fare i precisi i Progrom della Russia partendo dal 1871 e tra l’altro finiscono sempre in Russia nel 1953 con l’ultima purga staliniana. Genocidio (cioè gli atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso) l’ultimo che mi viene in mente è del Darfur nel 2003, ma se dovessi dire il primo sarei in difficoltà forse direi quello Armeno, ma probabilmente dovrei andare ancora più indietro nel tempo. Potrei continuare con altre parole, ma credo che il concetto sia chiaro: quello che è successo tra 1933 ed 1945 non è una novità per il Mondo, probabilmente non si era mai perpetrato un crimine, anzi una serie di crimini, in maniera così scientifica, ma allora perchè quel periodo, quel tempo? Per il numero di morti? Non credo Mao ne ha fatti ben di più, tra i 20 e gli 80 milioni! Per la violenza? Non credo che Stalin sia stato da meno! Perché allora? Risposta certa non ne ho, ho la mia risposta che è: perché ci siamo girati dall’altra parte. Il primo campo di concentramento nazista è Dachau ed è del 1933 e tutto l’occidente libero sapeva cosa accadeva, le prove c’erano, gli inglesi, gli americani lo sapevano. Eppure nessuno ha detto nulla ci siamo girati dall’altra parte facendo finta di nulla ed è, forse, questa la nostra colpa più grande. Abbiamo fatto come soldati dell’Armata Rossa quando è entrata ad Auschwitz e sono rimasti sconvolti eppure avevano già visto dei campi, ma erano di sterminio e non avevano visto l’orrore e non credevano che l’orrore potesse essere così vero. Ecco cosa non dobbiamo scordarci: di cosa l’uomo è capace di fare e di come l’uomo può girarsi dall’altra parte magari per il pretestuoso pensiero di essere migliori di un’altra razza. PS doveroso visto che ho già sentito alcuni utilizzare una riflessione molto simile per questo o quello scopo politico per difendere o demolire quell’operato della parte avversa. Perdonate l’ardore, ma qui si parla di vite umane, di milioni di morti nell’arco del tempo (dove solo nel ‘900 si ipotizza qualcosa come 150Milioni di morti per Genocidi vari) e quindi la strumentalizzazione politica di queste morti la lascio volentieri agli sciacalli di professione, ma non permetto a me stesso di dire la verità che è molto semplice: nessun uomo, nessuna razza, nessun pensiero è talmente migliore di un altro da poterne avere diritto di vita o di morte”. Poi magari ci ritroviamo insensibili di fonte a Fuoco a Mare, agli sbarchi e ai centri di accoglienza. Attribuendo le contraddizioni al l’incapacità della politica. Perché per tutti alla fine il celebrazionismo, una giornata all’anno è più facile della coerenza in vita.

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 L’europarlamentare Renata Briano sceglie una poesia di un deportato di 3 anni Peter ucciso dai nazisti ” passato per un camino” come tanti anni fa cantava in sofferenza Francesco Guccini, nel ghetto di Terezin”Filo Spinato. Su un acceso rosso tramonto,sotto gl’ippocastani fioriti, sul piazzale giallo di sabbia, ieri i giorni sono tutti uguali, belli come gli alberi fioriti. E’ il mondo che sorride e io vorrei volare. Ma dove? Un filo spinato impedisce, che qui dentro sboccino fiori. Non posso volare. Non voglio morire”. Gianluca Marconi ricorre alla sua personale “memoria “Avevo un vicino di casa da ragazzino, Orfeo. Abbastanza taciturno, coltivava un orto nell’alveo del fiume (proprio un’altra epoca), era stato a Mauthausen. Un giorno ero con mio padre e gli abbiamo chiesto se si sentiva di condividere qualcosa Lui ci raccontò che era addetto con altri a un macchinario, che erano denutriti pesantemente, allora giusto per evitare un collasso completo, e avendo scoperto che la macchina aveva una piccola perdita d’olio, avevano messo un tappo di birra abbandonato dalla perdita, e a turno bevevano quell’olio. Quando i carcerieri scoprirono la cosa fucilarono quelli del turno in quanto non avevano segnalato la perdita immediatamente. Anni dopo, nell’occasione della tragedia del Cermis, un caro amico mi disse “vedi, questa trsgedia carica di implicazioni politiche, alla fine sono comunque una ventina di famiglie spezzate per sempre, che mai potranno dimenticare”. E in quell’occasione mi ricordai di Orfeo, che era oggettivamente una persona spezzata, e del fatto che le tragedie più sono immani più sono distanti, più le vediamo come la somma di singole tragedie e più difficilmente le possiamo dimenticare” . Allora mi dico, forse troppo ottimisticamente che anche un selfie può servire come operazione della memoria. E mi soccorre Giovanni Giaccone, maestro di aforismi, che forse inconsapevolmente o, al contrario, lucidamente e cinicamente proprio oggi ha postato “Giornate luminose e fredde, giornate che porti dentro indelebili perché ti rimandano a lei, indimenticabile… Non potrò ma rimuovere in me la memoria di coso”. Perché la domanda sia sempre la stessa, sepolta nel profondo, sempre presente, o solo per un giorno all’anno. Se questo è  un uomo?. 

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Il Max Turbatore

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