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Teatro Duse, ne “La pazza della porta accanto” la denuncia soffoca la poesia. La recensione

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Di Diego Curcio

“La pazza della porta accanto”, che ha debuttato mercoledì al Teatro Duse e resterà in scena fino a domenica, è uno spettacolo esteticamente perfetto, ma che scalda poco il cuore. La regia di Alessandro Gassmann (responsabile anche dell’ideazione scenica) è impeccabile, così come l’uso delle luci e delle immagini video proiettate su una sorta di schermo-sipario che divide il palco dalla platea. Anche la scelta dalla musica, affidata al duo genovese Pivio & Aldo De Scalzi è azzeccata (la chiusura con un pezzo dei Cure è pura goduria) e niente da dire neppure sui costumi di Mariano Tufano e la bravura degli attori. Insomma tutto apparentemente ineccepibile dal punto di vista tecnico. Il problema però è un altro e forse è in parte figlio di questa “perfezione”. “La pazza della porta accanto”, infatti, che racconta un momento importante della vita della poetessa Alda Merini (1931-2009) – il periodo di tempo in cui è stata internata in un ospedale psichiatrico tra gli Anni Sessanta e gli Anni Settanta – assomiglia più a un film o a una bella fiction televisiva, che a uno spettacolo teatrale. Una di quelle monografie che fanno il pieno di ascolti in prima serata e che servono a raccontare un pezzo di storia del nostro Paese. Ma a teatro, un’opera del genere, sembra quasi fuori posto. Non si tratta di fare della banale gerarchia culturale fra tv e palcoscenico (esistono spettacoli dal vivo brutti e serie tv bellissime così come accade il contrario): la questione di fondo è che “La pazza della porta accanto” sembra quasi il tentativo di fare della televisione o del cinema in teatro. Sarà colpa dell’abbondanza di videografie o più semplicemente dell’idea stessa che sta dietro questa rappresentazione, ma lo spettacolo che vede Anna Foglietta nei panni della protagonista (quasi assoluta, nonostante un cast molto ricco) non riesce a creare quell’empatia diretta fra pubblico e attori che ci si aspetterebbe da un lavoro intenso come questo. La stessa Foglietta, molto applaudita dalla platea, è parsa a volte un po’ sopra le righe, imprigionata in un ruolo drammatico all’ennesima potenza, con pochi spazi di redenzione. Forse ci si aspettava meno cronaca e più poesia. Perché “La pazza della porta accanto” si concentra molto di più sulle terribili condizioni in cui vivevano le persone ricoverate nei manicomi italiani di 50 anni fa, che sui versi di Alda Merini, che pur comparendo nei dialoghi tra la protagonista e le sue compagne di “prigionia” si perdono nella disperazione profonda in cui è immersa la vicenda. Più che un omaggio alla poetessa dei Navigli, “La pazza della porta accanto” è un buon contributo al teatro civile (oltreché uno spettacolo messo in scena con gusto e raffinatezza). Se questo era lo scopo del testo di Claudio Fava e di Gassman che l’ha trasferito sul palcoscenico, allora il bersaglio è stato centrato completamente (Liborio Natali nel ruolo del malato di mente di cui Merini si innamora all’interno dell’istituto è, tanto per fare un esempio, molto credibile con le sue nevrosi e a suoi continui tic). Ma resta un po’ di amaro in bocca per la poesia, che lungo tutto lo spettacolo sembra quasi soffocata dalla sofferenza. Il pubblico del Duse, comunque, l’altra sera, ha dimostrato grande apprezzamento nei confronti de “La pazza della porta accanto”, tributando agli attori lunghi applausi.

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