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Oggi il 73º anniversario dell’Eccidio di San Martino, la morte di otto patrioti e lo straordinario coraggio di un tenente dei carabinieri

Il 14 gennaio 1944 otto patrioti: il professore Dino Bellucci, il tipografo Giovanni Bertora, lo straccivendolo Giovanni Giacalone, i falegnami Romeo Guglielmetti e Giovanni Veronelli, il giornalaio Amedeo Lattanzi, il saldatore elettrico Luigi Marsano e l’oste Guido Mirolli vennero condotti al Forte di San Martino per essere fucilati. Il tenente dei carabinieri Giuseppe Avezzano Comes e il plotone ai suoi ordini si ribellarono, con straordinario coraggio, all’ordine illegittimo. I patrioti vennero barbaramente massacrati dagli ufficiali della Gnr e nazisti presenti.

In occasione del 73° anniversario dell’eccidio al Forte di San Martino, oggi alle 10, in via Piero Gobetti, sono state deposte corone ai piedi della lapide in memoria dei martiri. Era presente il consigliere comunale Alberto Pandolfo. Alle 10.30, al forte di San Martino, si è svolta l’orazione commemorativa di Luca Borzani, presidente Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura. L’iniziativa è stata organizzata dal Comitato permanente della Resistenza della provincia di Genova.

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(Dal sito dell’Istituto ligure per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea)

La serie di scioperi iniziata nel dicembre 1943 e l’organizzazione del movimento clandestino si rafforzavano con il passare del tempo portando avanti l’opposizione e la lotta, ormai anche militare, al nuovo regime fascista della Repubblica sociale, con l’obiettivo di farlo cadere. Di fronte a questo pericolo le autorità cercano di coinvolgere le forze dell’esercito ed in particolare il corpo dei carabinieri, nella repressione di ogni forma di lotta. È questa la chiave di lettura per la comprensione del primo episodio di feroce rappresaglia avvenuto a Genova, all’alba del 14 gennaio 1944, avvio di tutta una serie di fatti analoghi che lasciano la loro scia di sangue per tutto quell’anno, e nel successivo fino alla liberazione. Nel crescendo delle manifestazioni di protesta e delle azioni di guerriglia si colloca l’audace assalto condotto da Giacomo Buranello ed un compagno dei GAP contro due ufficiali tedeschi in via XX Settembre. Prendendo a pretesto questo fatto, il prefetto Basile convoca nella notte del 13 gennaio il Tribunale Militare Speciale, che condanna a morte per fucilazione otto detenuti politici delle carceri di Marassi, che vengono immediatamente prelevati e portati al Forte di San Martino. Contemporaneamente il comandante della trentaseiesima legione della Guardia Nazionale Repubblicano telefona al comando dei carabinieri di via Corsica, chiedendo il loro intervento al Forte di San Martino per un problema di ordine pubblico. Quando il tenente Giuseppe Avezzano Comes vi giunge con venti uomini, si rende conto che non di questo si tratta, ma che sono stati chiamati perché procedano alla fucilazione degli otto prigionieri che si trova davanti. Nasce un alterco durante il quale il tenente dichiara di non riconoscere la legittimità della sentenza e ordina ai suoi uomini di non sparare, prima di essere rinchiuso in una garitta. I repubblichini, incalzati dai tedeschi, ordinano ai carabinieri di fucilare gli ostaggi, ma i militari ubbidiscono al loro ufficiale e sparano in aria, mentre uno dei condannati, Dino Bellucci, giovane professore del Convitto Colombo, li invita a procedere all’esecuzione comunque inevitabile. A questo punto i fascisti fanno mettere i prigionieri a due a due uno di fronte all’altro e li uccidono a colpi di mitra e di pistola. Il tenente Comes, nel trambusto, viene liberato e riesce a tornare al comando di via Corsica, dove fa rapporto, ed il suo superiore lo elogia per il suo operato. Dopodichè viene trasferito ad Albenga, subisce un primo interrogatorio cui seguiranno arresto, sevizie e deportazione in Germania, da cui tornerà alla fine della guerra. Intanto, la sera del 15 gennaio, fascisti e SS arrestano numerosi antifascisti che, assieme ad altri già detenuti, il giorno 16 vengono caricati su un vagone che parte dallo scalo merci di Sampierdarena con destinazione Dachau, Questi 42 prigionieri politici sono i primi deportati genovesi in Germania.

All’inizio del 1944, essendo in corso un’altra azione di sciopero da parte dei lavoratori delle industrie genovesi, le autorità della RSI e i tedeschi ritennero di dover dare un duro esempio che incutesse sgomento nei cittadini e piegasse la volontà degli scioperanti. Il pretesto venne da un’azione gappista compiuta in pieno giorno nel centro della città, in via XX Settembre, e che colpì due ufficiali tedeschi.
Il 14 gennaio 1944 una edizione straordinaria del Corriere Mercantile pubblicò questo minaccioso comunicato:

Otto condanne capitali eseguite all’alba – Tutti gli esercizi pubblici, ad eccezione dei ristoranti, Chiusi per tre giorni.
L’Ecc. il Capo della Provincia ha diramato il seguente manifesto alla cittadinanza:
“È con profondo dolore di italiano e di soldato che ha combattuto a fianco delle truppe germaniche su più fronti, che debbo comunicare alla popolazione di questa provincia un fatto criminale svoltosi ieri al centro della città.
Da sicari, certamente al soldo nemico, due ufficiali germanici sono stati colpiti alle spalle da una raffica di pistola mitragliatrice. L’uno, si è spento all’ospedale di Quarto, sotto i ferri chirurgici, l’altro versa tuttora in serio pericolo.
Ho deciso pertanto:
1) La chiusura per tre giorni, e cioè fino a funerali compiuti della vittima innocente, di tutti i locali di divertimento, compresi caffè e bar, esclusi i ristoranti, i quali tuttavia non potranno servire che pasti e nessuna bevanda alcoolica, compreso il vino.
2) Un premio di L. 1.000.000 a chi consegni l’assassino e parte di detta somma a chi ne dia sicura traccia.
3) Questa notte ho riunito il Tribunale Militare Speciale presieduto dal più alto ufficiale in grado presente nel presidio, il quale ha emanato sentenza di morte, mediante fucilazione, di otto rei confessi di congiura contro lo Stato in zona di operazioni, e di condanna ad anni 20 di carcere militare di altri due sovversivi.
La sentenza capitale è stata eseguita all’alba.
Il Capo della Provincia Carlo Emanuele Basile

L’azione era stata condotta da Giacomo Buranello e un compagno.
Il Tribunale Speciale che aveva emesso la condanna, riunito in fretta nella sede della 36a Legione della G.N.R. di Albaro, stabilì che la fucilazione avvenisse al Forte di San Martino, uno dei tanti vecchi forti di Genova.
Con la fucilazione del 14 gennaio (la prima di questa portata) che colpì alcuni dei più attivi membri delle forze clandestine, i fascisti speravano di incutere maggior terrore nella popolazione e nelle file della Resistenza. Ma già nello svolgimento stesso dei fatti legati alla rappresaglia essi ebbero la prima secca smentita: il plotone di esecuzione, infatti, composto da carabinieri al comando del tenente Avezzano Comes, si rifiutò di sparare ai condannati.

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Testimonianza dell’ufficiale dei carabinieri, già combattente su altri fronti e trasferito nel 1944 a Genova (dal Secolo XIX del 24 gennaio 1975).

Nelle prime ore del 15 gennaio 1944, il comandante della Legione dei Carabinieri di Genova mi ordinava per telefono, di recarmi con un plotone di 20 carabinieri al Forte S. Martino, per eseguire un urgente servizio d’ordine pubblico. (…) dopo aver atteso per circa un’ora, e mentre mi accingevo a rientrare in caserma, vidi arrivare, con alcune macchine, un folto gruppo di ufficiali tedeschi e fascisti che accompagnavano otto persone in ceppi.
Nel frattempo venivo chiamato da un colonnello della milizia fascista in divisa, il quale qualificandosi per il Console Grimaldi, questore di Genova, mi ordinava di procedere all’esecuzione immediata mediante fucilazione di Otto “traditori” che il tribunale fascista aveva condannato a morte durante la notte per vendicare un attentato in Genova del giorno innanzi in cui era stato ucciso un ufficiale tedesco. A tale ordine opponevo un secco rifiuto, insistendo sulla illegittimità sia di chi me lo impartiva, sia del Tribunale che lo aveva emesso.
Nonostante l’intervento di altri ufficiali fascisti e tedeschi, che mi minacciavano di processo sommario e di fucilazione sul posto, insieme agli altri condannati, mantenni fermo il mio atteggiamento di rifiuto; tanto che il Grimaldi dopo avermi insultato di codardia, per mezzo di due tedeschi delle SS mi fece allontanare dai miei uomini e sospingere in una casamatta.
Dalle feritoie della stessa, potetti osservare quello che avvenne dopo: il Grimaldi fece schierare di spalle al muro nel cortile del forte gli otto condannati e ordinò lui stesso ai carabinieri di fare fuoco, ma a tutti i militari rivolsero palesemente le armi in alto, tanto che uno dei giustiziandi, il prof. Bellucci, ebbe a dire ad alta voce: “ragazzi fate presto, mirate dritto al cuore. Se non mi uccidete voi mi uccideranno gli altri”. A questo punto il Grimaldi radunò gli altri militari tedeschi e fascisti presenti e procedette lui stesso all’esecuzione; fece disporre i condannati di fronte a due alla volta, costringendoli a salire sui corpi dei compagni caduti mentre ancora si dibattevano per terra in agonia.
Il massacro veniva completato con il colpo di grazia pietosamente esploso per ognuno dei moribondi da un ufficiale medico presente. Ad esecuzione avvenuta, tedeschi e fascisti lasciavano immediatamente la località, allontanandosi con gli stessi mezzi con i quali erano venuti. Uscivo allora dalla casamatta, disponevo il piantonamento dei patrioti caduti e con il resto dei carabinieri, rientravo in caserma.
Per intervento del Prefetto Basile venni messo agli arresti e allontanato da Genova. Successivamente fui sottoposto ad inchiesta formale ed infine arrestato dal comando della Feld Gendarmeria tedesca di Albenga dal quale fui trattenuto in prigione fino alla liberazione, subendo a mia volta torture e sevizie.

 

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