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Disco Club: recensioni, consigli, classifiche e novità. La rubrica di un dischivendolo/29 dicembre 2016

rubrica Discoclub

A CURA DI DIEGO CURCIO

LE RECENSIONI

BOB DYLAN – The Real Royal Albert Hall 1966 Concert (Live)

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Royal Albert Hall, Londra, quartiere nobile di South Kensigton, maggio del 1966, Bob Dylan e la Band (Robbie Robertson, Rick Danko, Richard Manuel, Garth Hudson, Levon Helm) stanno facendo la storia della popular music, stanno cambiando il mondo (in meglio, o in peggio, chissà!?). Da quel momento la rivoluzione passerà per il sound (elettrico, sferragliante, urlato), prima ancora che dalle poetiche sulfuree parole. La gente “scappa”, abbandona la prestigiosa sala, protesta: il simbolo di un folk radicale e autoriale – quasi trent’anni dopo il leggendario e già dissacrante concerto della Benny Goodman Orchestra alla Carnegie Hall di New York – ha acceso gli altoparlanti: inaudito! Il suono è ruggente, roboante, arrabbiato e abbandonato, come mai era stato prima: è il famoso tour inglese del 1966. Pare che i Beatles fossero presenti al concerto e che a un certo punto abbiamo gridato al pubblico di lasciarlo in pace, di stare zitti (avevano ovviamente capito). Per carità, una rivoluzione perduta, quella, da lì a poco ci sarà solo spazio per infinite derive, malsicuri approdi, per never ending tour (appunto), ecco perché non si riesce ad andare nell’iperborea Stoccolma a ritirare un importante (?) premio (ma stiamo romanzando troppo). E però (come da impaginazione di quel mirabolante tour) prima c’era stato il modo di dispiegare un set acustico magnetico, intenso, impeccabile (dal punto di vista musicale, in primis), senza tempo, solo voce, chitarra e armonica, che potrebbe essere stato inciso ieri, perché Dylan è sempre Dylan, nonostante le sue molteplici stagioni, credibile come al solito (il mestiere più difficile). Per molti anni (raccontano le cronache) è circolato un bootleg di Dylan alla Royal Albert Hall di Londra, ma quando, nel 2008, venne pubblicato il quarto superbo volume delle “Bootleg series” si scoprì che quella già conosciuta era invece la registrazione del concerto di Manchester alla Free Trade Hall del 17 maggio 1966, quello del “dialogo” con alcuni spettatori che gli danno del “Giuda”, urlando “Non verrò mai più a vederti”, con lui che a sua volta risponde “Non ti credo, sei un bugiardo”. Ecco perché il titolo di questo spettacolare doppio album annuncia il “real concert” londinese, la prima di due date alla Royal Albert Hall (26 e 27 maggio 1966). La pubblicazione sarebbe davvero un evento epocale se lo show di Manchester non fosse già stato ufficialmente reso noto (i due eventi sono ravvicinati e sostanzialmente sovrapponibili, anche se le due registrazioni ci paiono differire sul piano della ripresa sonora e del clima: più tagliente, fredda e scura, la prima, più morbida, luminosa e rilassata, la seconda: in fondo erano passati una decina di corroboranti giorni), ma non abbiamo alcuna intenzione di sottovalutare quest’ulteriore sensazionale testimonianza (tutta da ascoltare), che per altro si inserisce all’interno di un progetto più ampio, che vedrà la pubblicazione di un monumentale box set di 36 CD (“The 1966 Live Recordings”), che si prefigge l’obiettivo di documentare tutte le performance dal vivo conosciute di quel cruciale anno, vera e propria materia di studio per dylaniani e ricercatori, ammesso che l’universo Dylan possa considerarsi davvero conoscibile, compiutamente indagabile. Assolutamente da non perdere. Marco Maiocco

ORRIN EVANS – #Knowingishalfthebattle

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La filosofia della Smoke Sessions Records è ben nota: si riuniscono i musicisti in studio al Sear di New York, si aprono i microfoni, si registra. Sono dischi realizzati dunque con il “buona la prima”. Discorso ben praticabile se il jazz proposto è mainstream, ben più difficile se sei un musicista come il pianista Orrin Evans, uno dei “giovani leoni” quarantenni del jazz che fa base a New York oggi. Non è un tipo semplice, Evans: spazia da Monk a Carla Bley, è innamorato degli impasti timbrici più diversi, sa costruire ballad di struggente bellezza e comunicativa come qui Chiara, dalla penna di Curtis Clark, così come cavare dal cilindro un brano quasi dimenticato di David Bowie, Kooks, da Hunky Dory, anno di grazia 1971: lo ha affidato alla voce di M’balia, una cantante che con lui ha condiviso avventure elettriche a Philadelphia, ritrovata dopo dieci anni. Per la session ha voluto due chitarristi elettrici, Kurt Rsenwinkel e Kevin Eubanks, praticamente l’eccellenza del momento, ma anche scegliere sax e flauto di Caleb Curtis è stato un bel colpo. Si sarà capito: il disco è un caleidoscopio di colori diversi. Aperto e chiuso da due minuti manipolazioni elettroniche di suo figlio, Matthew Evans. Guido Festinese

IL DIARIO

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Diario del 31 dicembre 2014

Il sogno del segno. Questo è l’insegnamento odierno di un anziano (83 anni) che è venuto a trovarci. Entra con fatica, a causa del sacchettone che si trascina dietro, ‘O segnù, cosa vorrà adesso questo’, penso e mi preoccupo ulteriormente quando dal sacchetto tira fuori cinque quadri. Si presenta e scopro che è il papà di un mio cliente autista dell’AMT, che ha ereditato dal padre il mestiere. “Guardi, io le vorrei proporre un affare”, ‘Toulì, adesso mi vorrà vendere una delle sue croste a chissà quale prezzo’, penso, ma dico, con un certo timore “Che affare?”, “Guardi, io le do questo mio libro e uno di questi quadri a sua scelta per trenta euro”. Per la prima volta guardo le sue opere, non sono per niente croste, anzi una in particolare mi piace, lui continua “Trenta euro è quello che mi costa la tela e la cornice, il libro glielo regalo”, “Scusi, lei è bravo, ma per quale motivo svende così le sue cose?”, diventa ispirato, “Per lasciare un segno, vede io facevo l’autista, me non ho mai smesso di sognare, il mio sogno è di lasciare un segno, il segno del mio passaggio in questa vita. Non bisogna mai smettere di sognare, sognare aiuta a vivere”. Si rivolge a Carlo ‘Fungus’, “Lei cosa fa nella vita?”, “Il dentista”, “E basta? Non ha qualche hobby? Qualcosa con la quale vorrebbe lasciare il segno?”, “Sì, suono il basso”, “Bravo, continui e sogni di diventare un bassista così bravo da lasciare un segno, non le costa niente”. “E lei?”, tocca a me, a dire il vero il mio sogno è stato esaudito 33 anni fa, quando ho abbandonato la banca per passare a tempo pieno a Disco Club, è anche vero però che alla fin fine anche quello del dischivendolo è diventato per me un mestiere, quello che mi dà da vivere, allora butto lì “Ho scritto un diario, le storie del negozio e ne ho già venduto 400 copie, una anche a suo figlio”, “Ha visto che ho ragione? Lei ha già lasciato un segno. Auguri a tutti e due, buon nuovo anno”. Il segno da noi lui lo ha già lasciato, la sua pittuta
Auguri a te vecchio artista sognatore e a tutti voi di un buon 2015 e mi raccomando non dimenticate una cosa importante: il sogno di un segno.
p.s. …e buon 2017!

LE PROSSIME USCITE

rubrica discoclub

13 gennaio 2017
MANNARINO – APRITI CIELO
ACCEPT – RESTLESS & LIVE
SEPULTURA – MACHINE MESSIAH
BON JOVI – THIS HOUSE IS NOT FOR SALE: LIVE FROM THE LONDON PALLADIUM
GRATEFUL DEAD – The Grateful Dead (50Thanniversary Deluxe Edition)
DAVID “HONEYBOY” EDWARDS – I’M Gonna Tell You Somethin’ That I Knowù
AS LIONS – Selfish Age

LA CLASSIFICA DELLA SETTIMANA

1 MINA CELENTANO – LE MIGLIORI
2 ROLLING STONES – BLUE & LONESOME
3 PINK FLOYD – The Early Years 1965-1972
4 TIZIANO FERRO – IL MESTIERE DELLA VITA
5 VASCO ROSSI – VASCONONSTOP
6 LIGABUE – MADE IN ITALY
7 LITFIBA – EUTOPIA
8 LEONARD COHEN – YOU WANT IT DARKER
9 METALLICA – HARDWIRED… TO SELF-DESTRUCTION
10 LP – LP

 

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