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Le classifiche di fine anno. Prima parte: i 10 dischi del 2016

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Di Diego Curcio

Va bene lo ammetto sono un po’ in ritardo sulla tabella di marcia, ma se pensavate di esservi scampati la classifica di fine anno avete fatto male i conti. D’altra parte, ormai, dicembre, è diventato il mese dei bilanci – soprattutto personali e lavorativi – ma lungi da me ammorbarvi con i miei mugugni, l’elenco a cui ho intenzione di sottoporvi non è altro che la mia classifica dei migliori dischi e dei migliori libri del 2016. Naturalmente a mio insindacabile giudizio e quindi piano con le proteste, perché i gusti sono gusti. E i miei, lo so bene, sono piuttosto esecrabili. Perciò, nel caso non siate d’accordo – e in fondo in fondo me lo auguro – non vi resta che fare la stessa cosa inviando alla mail genovaquotidiana@gmail.com le vostre liste di fine anno (musica, libri, film, serie tv, programmi: quello che volete, insomma). Nel frattempo beccatevi le mie (che per l’occasione sono persino commentate).
Ps Oggi parto coi dischi, fra qualche giorno metterò anche quella dei libri.

10 DISCHI 2016

Animols – Animols
Al primo posto dei dieci migliori dischi dell’anno – e giuro che non si tratta di campanilismo – ci sono gli Animols, un quartetto genovese di punk-rock degenerato arrivato finalmente al traguardo del primo album ufficiale. La band, infatti, è in giro da una decina d’anni, ma è sempre rimasta “relegata” al ruolo di vero e proprio oggetto di culto per pochi fortunati fusi di testa. A novembre, dopo una fitta serie di concerti e qualche demo d’antologia, però è uscito questo bel vinile (più cd) che condensa il meglio degli Animols in due facciate belle fitte. Il menù non cambia: punk-rock supermelodico registrato in bassa definizione, con testi esilaranti che parlano esclusivamente di animali. Roba bollente, insomma. E se non ci credete provate ad ascoltare “Cane”, “Mucca” e “Gallina”.

Radio Days – Back in the day
Al secondo posto (staccati giusto di un incollatura) ci sono i Radio Days. Un’altra band italiana – per la precisione lombarda – che, a mio giudizio, resta una delle migliori realtà al livello nazionale ed europeo in campo “rock”. Volendo semplificare i Radio Days suonano dell’ottimo power-pop sulla falsa riga di Rubinoos, Beat, Knack e 20/20, ma lo fanno con quell’aggiunta di attitudine punk – scena da cui provengono Dario, Paco e Mattia – che rende la loro personalissima miscela ancora più esplosiva. Questo ultimo album, poi, è il loro migliore in assoluto e contiene canzoni bellissime e ricche di melodie come “Back in the day”, “Subway station girl” e “Best friend”. Disco imprescindibile.

NOFX – First ditch effort
Non ne sbagliano una i NOFX. Li seguo da quando ero un pischello e nonostante gli anni che passano inesorabili per me e per loro, ogni nuovo disco che Fat Mike e soci tirano fuori dal cilindro riesce a farmi godere come un riccio. Eppure i segnali che questo “First ditch effort” potesse essere una ciofeca c’erano tutti: la dipendenza dalla droghe di Mike che si fa sempre più pesante (ma pare che ora ci stia dando un taglio, finalmente), il giro di boa dei 50 sempre più vicino per tutti i membri del gruppo e una formula sonora che ha fatto scuola ma che rischia alla lunga di stancare. E invece questo disco è semplicemente una bomba. Uno dei loro migliori da tanto tempo a questa parte, con pezzi molto più melodici del solito (a parte due o tre legnate hc che non guastano) e testi assai maturi e ben scritti. Tra i miei pezzi preferiti: “Oxy moronic”, “California drought”, “Dead beat mom” e “Bye bye biopsy girl”.

Detto Mariano – Amore Tossico ost
A trent’anni dall’uscita nella sale cinematografiche di “Amore tossico”, capolavoro underground del compianto maestro Caligari, i ragazzi della Penny Records pubblicano la splendida colonna sonora del film realizzata da Detto Mariano. Un vinile (con cd allegato) che mescola suoni glaciali e liquidi a sferzate elettroniche, che sapranno gelarvi il sangue nelle vene. La musica, interamente suonata da Mariano con il synth Fairlight, è una viaggio all’inferno avvolgente e feroce. Un collage di sonorità spettrali, tra avanguardia (anni 80) e cavalcate soniche.

Rikk Agnew band – Learn
Rikk Agnew è uno dei miei eroi perdenti del punk. Ha suonato in alcune delle più grandi band californiane di tutti i tempi, dagli Adolscents ai D.I., fino ai Social Distortion (prima versione) e ai Christian Death. Ha pubblicato un album solista da sballo poco dopo aver mollato gli Adolescents, “All by myself” del 1982 e poi, nella seconda metà degli anni Ottanta (dopo alcuni dischi stupendi con i gruppi sopracitati) ha condotto una vita sregolata, inanellando una fitta serie di fallimenti discografici e personali. Un mito, insomma. Da qualche tempo però il buon Rikk ha deciso di mettere la testa a posto, ha tagliato corto con le droghe, si è messo a dieta e ha fondato la Rikk Agnew band. Questo “Leanr”, uscito per la storica Frontier, è un disco duro e tagliente, disperato e punk in ogni suo solco. Un album vario, con la voce angosciante di Rikk a riportarci indietro ai tempi del primo punk di Orange County. Un ritorno coi fiocchi.

666 – … perché in fondo lo squallore siamo noi
Un disco di cover in una classifica di fine anno, forse, può sembrare una mossa azzardata. Ma cosa ci posso fare se quest’esordio in cd (e in cassetta gialla super limitata) dei 666 è uno degli album che ho ascoltato di più negli ultimi sei o sette mesi? Per chi non lo sapesse la band di Colleferro è una sorta di side-project dei più noti Plakkaggio che in questa veste, cazzona e divertente, si dedicano alle cover degli 883 in versione punk-hc-metal. Il risultato è da lacrime e da sing-along senza sosta. Per chi come me è cresciuto con la musica dei Max Pezzali e Mauro Repetto (avevo 10 anni quando è uscito “Hanno ucciso l’uomo ragno”) e poi si è formato con il punk-hc (dai 14 anni in poi) questo album è l’uovo di Colombo, l’anello mancante fra le estati a guardare il Festivalbar e le nottate a pogare come matti in qualche centro sociale polveroso.

Iggy Pop – Post pop depression
La prima volta che ho ascoltato qualche brano tratto da “Post pop depression” (i primi due singoli in particolare) ho pensato che Iggy si fosse irrimediabilmente bevuto il cervello. Forse il mio giudizio era influenzato dal fatto che l’Iguana si fosse affidato alle cure musicali di Josh Homme (che sinceramente non ho mai sopportato). Ma pregiudizi a parte mi ero convinto a non scucire neppure un euro per questo nuovo disco. Anzi, ero deciso proprio a ignorarlo. Poi, il giorno stesso in cui “Post pop depressione” è uscito in streaming gratuito sul web mi sono ritrovato a fare un viaggio notturno in bus di una mezzoretta circa (giusto il tempo di ascoltarlo tutto) e ho capito che fino a quel momento ero stato un totale cretino. Il disco, ascoltato tutto di fila e nelle giuste condizioni (di notte, da soli e con le cuffie) è una vera e propria bomba. Affonda le mani nelle viscere di ciascuno di noi, grazie a quella sua indolenza rock a tinte snob capace di entrarti sotto la pelle come pochi album sanno fare.

Charles Bradley – Changes
Un disco soul-funk in questa classifica piena di punk e gruppi degenerati? Ebbene sì, anche perché da qualche mese a questa parte ho deciso finalmente di aprire i miei orizzonti musicali alla black music, scoprendo un mondo fantastico da cui finora mi ero sempre tenuto colpevolmente alla larga. Lo so, sono un ignorante di proporzioni ciclopiche, ma cosa volete farci? Il punk mi ha talmente incasinato la vita che per due decenni non ho ascoltato altro. E così eccomi a fare la matricola a 34 anni suonati. Venendo all’album in questione, Bradley, di cui non so praticamente nulla, sfodera in “Changes” una voce talmente sofferente e allo stesso tempo profonda e “piena” da colpire dritto al cuore in ogni brano. Le sue canzoni, apparentemente scarne e semplici, sono di una bellezza disarmante e ti avvolgono nota dopo nota in un calore poco rassicurante ma di cui è difficile fare a meno. Un disco sontuoso.

The Gentlemens – Hobo fi
Un altro gruppo italiano, un altro disco bollente che porta la firma di una delle mie case discografiche preferite tra quelle di casa nostra: Area Pirata. I Gentlemens, power-trio di Ancona, si lanciano con “Hobo fi” direttamente alle radici del garage-punk, suonando ruvidi e sporchi come i gruppi della Crypt o, volendo andare ancora più indietro, come alcune delle sferraglianti band della raccolta “Nuggets”. Blues marcio e pulcioso impastato di chitarre distorte, suoni in bassa fedeltà e attitudine punk sono le coordinate di questo disco. Un album immediato e al tempo stesso perfetto, da ascoltare dall’inizio alla fine.

AA/VV – Punk 45. Les punks: the French connection
La mirabile Soul Jazz Records continua la sua benemerita indagine alle radici del punk, con un doppio vinile che, per la prima volta, mette da parte la scena anglo-americana e si tuffa a capofitto in quella dell’Europa continentale. La prima incursione in quella che, spero, sia una lunga serie di raccolte di materiale oscuro e introvabile, riguarda la Francia del 77. Quattro facciate dense e ricche di sorprese, fra rock’n’roll abrasivo e suoni sintetici, al limite dell’elettronica. Il punk degli esordi, al di fuori dell’Inghilterra e dell’America, era una prateria di suoni liberi senza troppi modelli a cui attingere. Una stagione stupefacente, che, troppo presto, si è normalizzata in un canone oggi diventato riconoscibilissimo e molto spesso poco coraggioso (seppur gradevole all’ascolto). In questa raccolta invece la parola d’ordine è “urgenza” e gruppi dai nomi folli quali Metal Urbain (i più famosi del lotto), Gazoline, Guilty Razors e Charles De Goal – solo per citarne alcuni – sanno regalarci veri e propri momenti di gioia e ignoranza purissime.

Ecco, questi sono i dieci titoli che mi hanno maggiormente colpito nel corso di quest’anno. Ma a fronte di questa sofferta classifica (ho lasciato fuori Bob Mould e me ne pento amaramente) non posso non citare alcune celeberrime ristampe come quelle dei Diaframma (“Da Siberia al prossimo weekend”, “In perfetta solitudine”, “Sesso e violenza” e “Non è tardi”): quattro dischi attesi da tempo e finalmente disponibili a prezzi umani e la raccolta celebrativa dei romani Klaxon, “The best 1996-2016”, che mette insieme il meglio degli ultimi vent’anni dello storico gruppo punk romano che, a partire dai Novanta, ha conosciuto una nuova giovinezza.
Tra qualche giorno, come detto, la classifica dei miei 10 libri del 2016.

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