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Indigestione e mal di mare

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Momento difficile, anche per me, che qualche crisi con tanto di alleanze, anche insperate, incongrue o improbabili, l’ho pur vista. Quanto mi manca quell’uomo solo al comando. Perché, lo ammetto, sarà pure un po’ per l’età, ma, fra tutti quei rivoli correntizi, stento davvero a raccapezzarmici. E addirittura un po’ mi perdo. Potere della democrazia. E nostalgia per il tempo che fu. Per i suoi dogmi immarcescibili e i suoi schematismi. Una volta il PCI regolava le proprie questioni interne con il rigido voto del silenzio, la conta dei congressi e susseguente centralismo, cosiddetto democratico. Adesso nel Pd fra renziani, pre e post, Franceschini e franceschiniani, giovani turchi, orfiniani, cuperliani, dalemiani, bersaniani, lettiani,  veltroniani e cattodem, l’orientamento diventa quasi impossibile. E allora fra i Dem c’è il ministro Dario Franceschini.
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Da responsabile della cultura che lasciato in naftalina lo smoking per la prima della scala con la Butterfly, ma, come un Pinkerton della nostra politica, tenta il colpo gobbo di portarsi via il fanciullo dopo averlo visto crescere accanto alla concubina giapponese. Il due per uno, il premierato, con alleanza al giovane turco spezzino Andrea Orlando, guardasigilli. Entrambi seguaci del Giuda, in rivolta dopo aver fatto parte della compagine dismessa. Come se si trattasse di andare incontro alla Pasqua e all’ultima cena, anziché al Natale. Poi c’è Giuliano Pisapia, che dopo essersi speso per il si, tenta l’estremo sacrificio di mettere insieme una sinistra credibile, un po’ più distante dal liberismo di Matteo Renzi. Ma subito deve registrare il chi va là di Niki Vendola, che, messi da parte i pannolini, torna ad occuparsi di politica. Divisione nella divisione, insomma. Sull’altro fronte fra i partigiani del no c’e’ il movimento di Grillo. Con l’Elevato che confida di essere di nuovo in balia della vecchia malattia e vorrebbe ritornare al palcoscenico, quello dei teatri e dei tendoni. Come se quello politico fosse troppo poco e, in quell’ambiente, guitti e nani proliferanti gli impedissero di essere unico protagonista. Movimento in cui, al di là della retromarcia sull’Italicum, anche il ruolo di indiscusso di protagonista dell’ex stuard del Napoli Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera con idiosincrasia per la geografia, o del motociclista Dibba, più incline a controllare le due ruote con motore che i congiuntivi, emerge un neo avversario: Roberto Fico. Omen nomen, a dimostrazione che, anche in politica, e fra quelli della sublimazione dell’anonimato della rete, l’aspetto fisico e l’appeal, almeno un po’ contano.
Sull’altro fronte, quello del centrodestra in cui si collocano ancora Casini e Alfano, nonostante abbiano sostenuto Renzi nel referendum, registriamo il cavaliere Silvio Berlusconi, presidente ottantenne di Forza Italia, in pieno training autogeno pronto a tornare in campo da protagonista, attendendo il responso della corte di Starsburgo sulla supposta evasione. Come futuro premier, ovviamente o per fornire la stampella al governissimo. Il tutto nonostante Matteo Salvini e Giorgia Meloni spingano per le elezioni nel più breve tempo possibile senza escludere la volontà di confrontarsi con il cavaliere nelle prime primarie della storia.
Tutto qui? Manco per niente. Perché anche sul fronte delle procedure istituzionali l’agenda del presidente della Rubblica per le consultazioni iniziate ieri prevede un tour de force stacanoviano con ventisei incontri che termineranno domani pomeriggio. Mattarella ascolterà  la delegazione dei Dem di cui il segretario nazionale Matteo Renzi ha già annunciato che non farà parte, lasciando il suo ruolo al vice Lorenzo Guerini, accompagnato dal ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, un esponente politico che ricordo per aver accompagnato Nanni Moretti all’epoca dei girotondi, redento e in corsa per un premierato.
Osservava Lupimor, proprio ieri in risposta all’articolo sull’agenda istituzionale delle consultazioni di Mattarella pubblicata su “Il Foglio” “Gli italiani vogliono esser rappresentati! Ok se non bastano 23 “rappresentanze” piu’ 3 istituzionali tutta gente scelta con le legali procedure del sistema, significa due cose: o il sistema fa schifo e va cambiato, o che, per “essere rappresentati” s’intende che sessanta milioni di brave persone rivendicano di rappresentarsi una per una. Surreale. Infatti, non c’è intervento, non c’è dibattito, che non prenda origine dalla propria, personale condizione. o da egoismi di fazione. Chi fa il primo, responsabile, indispensabile, passo per uscire da quest’impasse paralizzante? Pensare che “Deve venire col cappello in mano” è da imbecilli politici: se oggi ci venisse lui, domani toccherebbe a te, andare col cappello in mano. Vi pare questo il modo per impostare una “politica nazionale”? Continuiamo pure così, poi accadrà che la “forza delle cose”, quella su cui non abbiamo influenza alcuna, sfonderà la porta e c’imporrà ben altro, oppure assisterà indifferente al nostro suicidio”.
Già, il cappello in mano e  sessanta milioni di brave persone che rivendicano di rappresentarsi una per una. A questo proposito, cappello in mano e personalismo, c’è anche la questione dei contributi previdenziali dei circa 600, fra deputati e senatori, che in caso di voto anticipato rischiano di perdere non solo la poltrona ma anche i contributi versati come parlamentari. L’assegno della pensione scatta per loro solo se rimangono in carica almeno 4 anni, 6 mesi e 1 giorno, una soglia fissata dal regolamento in vigore il 1° gennaio del 2012. I peones che rischiano di buttare il tesoretto contributivo appartengono a tutte le forze politiche, ma sono soprattutto grillini, ex M5s, appartenenti al Gruppo Misto e 209 del Pd. I versamenti dei parlamentari sono trattati come gestione separata e non si possono né ricongiungere ad altri profili previdenziali né riscattare, per cui se non si maturano i requisiti stabiliti dal governo Monti andranno irrimediabilmente perduti. Il diritto a ricevere il trattamento pensionistico ormai si matura solo al conseguimento di un duplice requisito, e anagrafico e contributivo. In definitiva il parlamentare ha diritto al vitalizio solo dopo avere svolto il mandato parlamentare per almeno 4 anni e mezzo e una volta compiuti 65 anni di età. Per ogni anno di mandato oltre il quinto, il requisito anagrafico è diminuito di un anno sino al minimo di 60 anni. Sono in pericolo le posizioni dei parlamentari alla prima esperienza, in particolare 417 deputati sui 630 totali alla Camera e191 su 315 al Senato; in totale, 608 su 945. Insomma il buco contributivo inquieta. Mentre qualcuno fa notare che anche in caso raggiungessero a settembre l’agognato diritto alla pensione sempre di disparita si tratterebbe, ove la procedura sia messa a confronto con i comuni mortali. Matteo Ricchetti “Non esiste nessun altro mestiere in Italia per cui sia previsto che senza un periodo minimo di 5 anni i tuoi contributi vengano buttati nel cestino. Se un giornalista fa 3 anni a Repubblica e poi passa al Corriere mica gli cancellano gli anni versati! In Parlamento grazie alle logiche perverse di chi in passato si è preoccupato di tenersi stretti privilegi e rendite più che farsi prossimo ai cittadini non funziona cosi. Ma ovviamente non troveremo nessuno in questo Paese disposto a raccontare che ai politici di questo tempo è riservato un trattamento che non trova uguali in nessun altro impegno o professione”. Insomma, sulla questione della crisi e delle elezioni anticipate pesa anche questo fattore che, conoscendo l’attaccamento ai privilegi dei nostri uomini politici, non giudicherei di secondaria importanza, anche se l’attaccamento ai valori della repubblica proprio non c’entra. Infine, come se non bastasse c’è l’appuntamento di giovedì prossimo, in cui i primi ministri degli Stati UE dovrebbero partecipare al vertice del consiglio europeo. Entro lunedì  percio’ dovrebbe esserci l’incarico da parte di Mattarella. Nello scenario del capo dello Stato resterebbe l’idea di reincaricare Renzi, spendendosi personalmente in una difficilissima mediazione per tentare di allargare i confini della maggioranza, come chiede il premier dimissionario, indicando come successori o proprio Gentiloni o il ministro alle finanze Padoan. Renzi, in alternativa, vede soltanto le urne. Insomma un momento difficile per tutti, come è facile comprendere navigando fra le pagine social dei nostri politici. Subito dopo il referendum partigiani del no e sostenitori del si’ hanno provveduto a cambiare e reimpostare la foto del profilo cancellando la dicitura voto si o voto no a seconda dei casi. Come se volessero dimenticare la delusione, oppure segno evidente che si dava la questione come felicemente risolta. Renata Briano, l’europarlamentare che tradizionalmente ci tiene aggiornati sulla sua cucina domenicale postando le immagini delle sue creazioni culinarie in questo frangente ha rinunciato. Abbiamo cercato invano dolci caserecci e torte salate, niente. Latita da quando ha postato un piatto di rossetti freschi, i primi o, ancora prima, in vista di una sortita portoghese della commissione pesca, ci aveva solleticato l’appetito con una padellata di frittelle di baccalà. Ma più probabilmente si sarà stufata della curiosità ironica destata dalla sua partecipata rubrica culinaria domenicale che le aveva procurato il soprannome di Benedetta Parodi de noantri. La Renata, però non ha dimenticato di illuminarci sul futuro possibile con una delle massime erroneamente attribuita al naturalista britannico Charles Darwin, ma in realtà partorita da un professore universitario e saggista statunitense Leon C. Meggison,  leggendo le sue teorie. Dunque “Non è la specie più forte a sopravvivere e nemmeno la più intelligente. Sopravvive la specie più predisposta al cambiamento”. Con il commento “Ci sono momenti in cui la scienza indica con saggezza la strada. Anche se sembra quella più difficile” . E certo… se lo dice lei, passata dall’ala civatiana a quella renziana, ci sarà pur da da fidarsi.
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Comunque, indigestione per indigestione, come se non bastasse tanta carne al fuoco, c’è la questione latente delle amministrative che tocca da vicino Genova e che, in parecchi, per ragioni di risparmio, vorrebbero accomunare temporalmente alle eventuali elezioni politiche. Amministrative per le quali i partiti locali dopo l’esito del referendum hanno cercato di imprimere la giusta accelerazione. Anche se, al momento, le nebbie politiche sono diventate ancora più fitte. Intanto, nel centro sinistra il Pd dovrà una volta per tutte affrontare la questione della eventuale ricandidatura dell’uscente Marco Doria, che, stranezze del destino, in procinto di partire per la Cina, ha incassato il pubblico endorsement del “cinese”, ex sindacalista e attuale parlamentare europeo Sergio Cofferati. Ma pare che la sollecitazione per un Doria bis abbia sortito l’effetto contrario, rilanciando il percorso delle primarie, prima promesse e poi congelate dal segretario provinciale Alessandro Terrile. Terrile, dopo la sconfitta nel referendum, si era speso per una coalizione di sinistra, senza far nomi, ma con un unico candidato possibile, il recalcitrante presidente della fondazione Palazzo Ducale Luca Borzani. Ma, a quanto sembra, il Pd virerà gioco forza sulle primarie, obbiettivo per cui si sta muovendo l’ex assessore alle finanze della giunta Burlando e consigliere regionale del Pd Sergio Pippo Rossetti, uno degli esponenti accreditati della corrente renziana. Lo si evince dalla possibile discesa in campo del vicesindaco Stefano Bernini e dell’assessore allo sviluppo economico di Genova Emanuele Piazza.
piazza-berniniSi affiancherebbero, Bernini e Piazza, all’autocandidato autoconvocato popfilosofo Simone Regazzoni, che da mesi si batte perché Terrile onori la sua promessa. Regazzoni, al contrario di parecchi sostenitori del si che pur renziani della prima o dell’ultima ora in questo difficile momento si sono lanciati in appelli per una ritrovata unità, rivendica fortemente la sua appartenenza. Sulla sua bacheca social posta l’immagine di “Galline in fuga” e commenta ” Corsa in Liguria al riposizionamento, nel Pd, con dinosauri pronti a rilasciare interviste in cui aprono a D’Alema e Bersani (consiglio: andare per funghi). Nel fuggi fuggi generale: tenere la posizione, e procedere senza spostarsi di un millimetro. Vedremo alla fine chi resta in piedi”.
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Per tornare alla situazione nazionale che non prevede sconti “Dobbiamo andare al più presto alle elezioni. È l’unico modo per capitalizzare l’importante consenso ottenuto da Renzi il 4 dicembre. Chi nel partito rema contro deve essere consapevole che ci porta non solo alla sconfitta, ma ci fa rischiare di perdere l’unico vero leader in grado di garantire un futuro al Pd. Con la minoranza interna dei Bersani e D’Alema non c’è più nulla da ricucire. Si sono resi responsabili di una rottura insanabile. Sono ormai politicamente irrilevanti. A Genova auspico che andremo a primarie al più presto. E che l’area renziana esprima un suo candidato. Abbiamo urgenza di parlare alla città. Io ci sarò, puntando su temi concreti: immigrazione, sicurezza, decoro urbano, trasporti, difesa delle fasce più deboli”. Ancora “Ha ragione l’amico che questa mattina mi ha detto: Matteo è più forte di prima. Andremo presto alle elezioni, che Renzi vincerà. A quel punto, però, nel Pd dovrà accadere ciò che non è avvenuto: rinnovamento vero sul territorio. Ricambio dei gruppi dirigenti. Dinosauri fuori dalla scena. A partire da Genova”. E poi “Ho un sogno. Renzi resta (bis o congelato) a Palazzo Chigi e fa propria la linea tracciata da Di Maio. Applica Italicum al Senato, attende modifica Consulta, e poi subito a votare. Cari saluti a Franceschini”. Per completare il tutto “Ci sono momenti in cui la scienza indica con saggezza la strada. Anche se sembra quella più difficile”. E beato lui che, in mezzo a tutto questo caos, riesce anche a trovare il tempo per distrarsi con la lettura “Il libro che mi accompagna in questi giorni: “Giorni selvaggi. Una vita sulle onde”, di William Finnegans. Un libro meraviglioso, il racconto autobiografico di un’esistenza consacrata interamente a un solo desiderio: la ricerca delle onde migliori da surfare in tutto il mondo. È una lezione: quando le onde diventano più alte, bisogna andare loro incontro e provare a surfare”. Come metafora ci sta, il mare, le onde, la tempesta. Il partito di Renzi che rischia di affondare o, al contrario, prende il largo per cercare l’onda perfetta “dove tutto combacia anche quando non sembra. Ho tutto un mondo di speranza e di sogni. Sono illusioni solo se non ci credi”. Parole e musica de “The Sun”. Astenersi però deboli di stomaco, incapaci di superare le momentanee indigestioni, e naupatici (chi soffre di mal di mare).
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Il Max Turbatore
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