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La grande bruttezza ovvero “La periferia elevata a potenza”

Inizio per forza di cose tentando di riderci un po’ su. Se ne siamo ancora capaci, perché la situazione, a questo punto, si fa pressante più che pesante. È pur vero, il giorno dopo il giudizio universale, e quello dopo ancora il sole, è sorto regolarmente. Magari non proprio quello dell’avvenir, offuscato da fumi di incendi e coltri di nebbie. Mi aiuta, come sempre Giovanni Giaccone che, con con la sua surreale lucidità, probabilmente sconcertato almeno un po’, cerca di astenersi da analisi tra l’incalzare dei post oscillanti fra il giubileo e la fucilazione. “Mi avvalgo della facoltà di non commentare la metastasi di un paese allo sfascio – Facoltà accordata – Grazie Vostro Onore”.

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Ancora sorrido proponendovi la comicità puntuta di Agostino Balasso che cerca qualche cosa di simile al bicchiere mezzo pieno… O mezzo vuoto

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  1. È innegabile che la vittoria del NO ci abbia risparmiato settimane di rotture di coglioni sui brogli e le matite copiative.

  2. Renzi non è più al governo, prevedo nelle prossime settimane un crollo di vendite del Fatto Quotidiano.

  3. Le cose stanno più o meno come prima, metà del paese che odia l’altra metà del paese, solo che le composizioni delle due metà cambiano allegramente di volta in volta. In fondo non è male avere sempre gente nuova da odiare.

  4. Vedere sugli schermi in sequenza D’Alema, Brunetta e Salvini, devo dire che non mi ha dato l’idea di quella gran ventata di nuovo che ci si aspetterebbe dopo una vittoria.

  5. Sento dire che prima delle prossime elezioni bisogna fare una nuova legge elettorale, ho come un deja vu, dovrebbe significare che le prossime elezioni si faranno fra 12 anni credo.

  6. Ma Renzi, ma la poteva dare ai vincitori la soddisfazione di scendere in piazza e urlare “Di-mis-sio-ni!”?

  7. Ora il fronte del Sì dovrà fare un po’ di analisi ed autocritica. Chi è il fronte del Si? Renzi direi, tutti gli altri erano nell’altra fazione!

  8. Avremo il 64esimo governo in 70 anni, un sistema stabile direi, in fondo sono meno di un governo l’anno!

  9. In ogni caso ci si augura che dopo questo governo qua, il prossimo verrà formato dopo la scelta degli italiani.

  10. L’ultima volta che gli italiani hanno scelto ha governato Berlusconi; per carità, piena fiducia agli italiani, ma insomma, io mi sto toccando le balle.

  11. Devo dire grazie a Renzi per avere programmato il referendum su di lui prima della finale di XFactor, non vorrei stare a corto di emozioni.

  12. Ora che la democrazia è salva, si potrà continuare a non votare i senatori, come avviene dal ’94.

  13. Piero Pelù che protesta contro le matite e inserisce l’hashtag del suo ultimo disco è l’immagine perfetta del testimonial di questo referendum.

  14. Il fatto che qualunque sia la competizione e il risultato, gli opinionisti in tv siano sempre gli stessi, è una forma di continuità che infonde sicurezza.

  15. Vedere i giovani di Forza Nuova esultare per lo scampato pericolo per la democrazia, beh, mi fa venire un certo brividino.

  16. Salvini, dopo essersi congratulato per la coscienza democratica degli italiani, ha detto che ora bisogna pensare ai problemi veri: “In Italia ci sono troppi negri. Ho visto il pd che festeggia. Il mondo è un racconto”. Aggiungerei, ma il paese, purtroppo è il nostro.

E ancora può aiutare l’ironia marcata di Vittorio Pezzuto che da Roma posta “CONTROESODO InfoGiglio segnala lunghe code sull’Austostrada A1, da Roma in direzione Firenze Sud. Sul posto sono già operative Unità mobili di supporto psicologico”. E poi devia sulla campagna di propaganda “E comunque, dai, i superguru americani della comunicazione assoldati da Palazzo Chigi si sono rivelati decisivi”. Faccio un po’ di fatica a continuare a sorridere quando leggo il post puntuale del prof. Francesco Gastaldi sulla sua bacheca social, perenne fonte di ispirazione “L’infinita transizione italiana, scoppiata nel 1992, continua, fra incertezze e indeterminazione” e sottolinea il ricomparire dei soliti guru-gufi che sorridono fra le macerie “Sul Secolo XIX ricompare Cofferati … se ne sentiva la mancanza …”
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Perché il cinese, un tempo rivoluzionario sindacalista, poi sindaco di Bologna, attualmente europarlamentare, ricompare per endorsare il marchese Marco Doria, sussiegoso primo cittadino di una città in ginocchio distintosi per l’abitudine ai tentennamenti e un patto con Renzi, con tanto di calorosa stretta di mano, digerito e rimangiato a poche ore dall’apertura dei seggi. Spingendo così un organismo dimostratosi negli ultimi mesi tutt’altro che decisionista, la segreteria del Pd, a prendere finalmente posizione nei confronti delle infinite giravolte del primo cittadino che nel frattempo era volato in Cina in cerca di industriali disposti ad investire su Genova.
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Il comunicato della segreteria per la prima volta mette Doria all’angolo, costringendolo ad una decisione più volte rinviata “Esaurita la fase referendaria, l’incertezza sul futuro politico della maggioranza in Consiglio Comunale e del Sindaco Marco Doria rischia di creare un immobilismo, che non farebbe bene alla Città. E’ necessario, e non più rinviabile, che il Sindaco condivida le proprie intenzioni  con le forze politiche che lo sostengono in Consiglio Comunale.
Consideriamo prioritario, che nei primi giorni della prossima settimana, al ritorno dalla sua missione in Cina, il Sindaco convochi una riunione di maggioranza, nella quale si definiscano le decisioni amministrative da mettere in atto negli ultimi mesi di mandato, e si condivida una prospettiva politica verso le elezioni comunali”.
Finalmente l’accelerazione. Lo avevano pronosticato tutti. Concluso il referendum e tenendo conto dei risultati si comincerà a fare sul serio. E la prima scossa è arrivata sull’onda delle dichiarazioni di Cofferati che con il proprio abbraccio mortale parrebbe aver messo il suo candidato in una situazione non invidiabile. Sempre meno difendibile dal Pd dopo il suo tardivo posizionamento per il no, e malvisto anche a sinistra per quel ritardo frutto di un equilibrismo da funambolo. Con tanto di giustificazioni di facciata che, nei fatti, sembrerebbero non aver convinto nessuno. Ovviamente è partita la contraerea da parte di Simone Regazzoni, autocandidato che vede avvicinarsi il traguardo delle primarie, paradossalmente rafforzato dall’esito del referendum, e come il suo mitizzato eroe Clint Eastwood cavalca fra le macerie di un establishment dem, che non sa più a che santo votarsi.
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“Sergio Cofferati… Sergio Cofferati… il signore che sorrideva soddisfatto la notte della vittoria di Toti ricompare sul “Secolo XIX” per appoggiare una ricandidatura di Doria. Una cosa deve aver ben chiara questo Signore: non è nella posizione di dare la linea a nessuno. La credibilità Cofferati se l’è giocata da un pezzo. Se Doria si candida farà le primarie. Genova non merita un Doria bis. Tanto meno un Doria bis sponsorizzato da uno la cui esperienza di Sindaco a Bologna è stata disastrosa”. Fuori uno. Il secondo obbiettivo è il segretario provinciale Alessandro Terrile, che ancora choccato dagli esiti del referendum propone un’alleanza con i sostenitori del no “Ho visto il segretario del Pd genovese Alessandro Terrile affrettarsi a mettersi alle spalle il referendum, per rassicurare quanti a sinistra hanno contribuito a far cadere il Governo Renzi che non è cambiato nulla, e che ora dobbiamo solo ricucire, e ricompattarci (magari attorno a una sorta di Doria bis come Luca Borzani). È una posizione politicamente subalterna, strategicamente suicida e che ci porterà a una sonora, meritatissima sconfitta. Perché confonde la necessità di rispondere davvero ai bisogni popolari con il desiderio di accordo tra ceti politici senza bussola. Auspico che tutti coloro che a Genova, nel Pd, si richiamano a Matteo Renzi comincino a parlare e dicano no a questo abbraccio mortale con chi, fino all’altro ieri, ci accusava di aver sostenuto una riforma autoritaria e che, ieri, ha festeggiato insieme alla peggiore destra la caduta del governo Renzi. Adesso non è più tempo di attendere. Ora ciascuno deve assumersi le proprie responsabilità politiche e dire se il suo obiettivo primario è abbracciare Rete a sinistra e Sinistra italiana, dichiarando che la caduta del governo Renzi non cambia nulla, oppure provare a costruire, nel Pd, una candidatura e una strategia in grado di parlare alla città”.
Ecco il punto manca una strategia che vada al di là delle alleanze, al di là dei riti di salotto o caminetti dimostratisi perdenti in questa battaglia referendaria, i cui fantasmi rischierebbero di stagliarsi in maniera negativa anche sulle prossime amministrative.
I dati della città sui risultati post referendum sono di tutta evidenza. Monica di Carlo, su Genova Quotidiana li evidenziava a poche ore dalla divulgazione dei risultati “Severa bastonata nei quartieri operai e proletari (una volta si chiamavano così) che stanno un po’ con Possibile, Fds e Lista Doria e un po’ con la Lega, così come a San Teodoro, quartiere di nascita dell’onorevole Tullo, dove s’è seguita più l’indicazione dell’Anpi che quella del partito. Le roccaforti Pd restano Albaro, Castelletto e Carignano. I risultati zona per zona. Se vogliamo leggere il risultato del referendum come espressione di adesione al progetto dei partiti, il Pd si sbriciola nelle zone operaie (Cornigliano: sì 33,59%, no 66,41%), che hanno percentuali di no molto alte e perde un po’ meno nelle aree della sinistra cachemire. Addirittura ad Albaro vince il sì (53,73%), come a Carignano (50,32%) e a Castelletto (50,13%), anche se di misura. Credo che tutto questo dica molto. Sempre se vogliamo considerare il voto al referendum come adesione al progetto dei partiti, il Pd non viene più percepito come un partito di sinistra”.
Francesco Gastaldi assurto al ruolo di fustigatore delle magagne del Pd locale ci intinge il pane con tre post, a breve distanza l’uno dall’altro. Dato generale “Il NO vince nelle “periferie” geografiche (delle singole città e del paese) e sociali”. Per scendere nel particolare “A Milano vince il Sì, come a Bologna e Firenze, a Torino il Sì al 46%, a Genova al 40%, sarà per caso che abbiamo un PD senza idee, senza leadership e che non fa più politica???”. E prendersi qualche rivincita sui soliti personaggi eccellenti “A Genova Sampierdarena, quartiere del Ministro Pinotti (dove risiede da sempre), NO al 60% …” Insomma, le periferie che hanno espresso la rabbia e la pancia con il voto hanno avuto la meglio sulla borghesia illuminata, sui radicalchic, sulla sinistra cachemire, sui salotti dei professori e degli industriali che ormai con questa crisi si dimostrano non particolarmente attrattivi. Come ha fatto un segretario di partito ad ignorare tutto questo? A cullarsi nell’estremo salvataggio delle alleanze possibili anche se da tempo e per tempo gli era stato segnalato che i vecchi sistemi avrebbero fallito? Simone Regazzoni, del resto, da tempo aveva avvertito l’importanza di un programma fortemente commisurato ai problemi delle fasce più deboli, ricevendo per la verità dai notabili genovesi del partito più insulti che riconoscimenti. Così all’indomani del giudizio universale incalza “<E’ indubbio: dobbiamo recuperare consenso nelle fasce popolari. Ma questo consenso non si ottiene attraverso vecchie alchimie politiche con i gruppi dirigenti di partiti che, oggi, non rappresentano, se non marginalmente, quelle fasce. Le fasce popolari non votano Rete a sinistra ma Lega o 5stelle. E non basterà certo qualche comunicato congiunto con Rete a sinistra per convincere gli elettori. Servono oggi una strategia politica vera e una figura che tornino a parlare a un elettorato che non ci vota più, nella consapevolezza che il populismo non è il nemico da combattere, ma il nuovo terreno di confronto della politica. O capiamo questo o verremo spazzati via insieme ai Pastorini vari e ai cocci sparsi della vecchia sinistra da museo. Il Pd a Genova ha più del il 40 %. Cominci a fare politica. Cominci a parlare alla città in modo nuovo e con volti nuovi. Abbia la forza e il coraggio, con le primarie, di esprimere un proprio candidato e provare vincere>.
Intanto sull’ipotetico 40 per cento di Renzi e persino sulla possibilità che l’ex premier formi un nuovo partito i post si sprecano. Era stato Vittorio Sgarbi due settimane prima del voto a piegare che se Renzi avesse raggiunto il 40 per cento sarebbe stato, pur con la bocciatura della riforma, il vincitore. Ragionamento semplice quello del critico. Dall’altra parte il 60 per cento non potrebbe prevedere in alcun modo alleanze fra centro destra ed estrema sinistra. Intuizione poi ripresa e ampliata a risultato accertato. E corroborata, comunque, dall’analisi per età con comparazione fra elettori del si è del no. 18-34 anni , si 19 per cento; no 81 per cento. 35- 54 anni, si 33 per cento; no 67 per cento. 55 anni e oltre, si 53 per cento, no 47 per cento. Altro dato di cui occorrerebbe tener conto nelle analisi perché indica che ha votato a favore di Renzi solo chi avrebbe raggiunto una sicurezza di reddito. Monica Magnani osserva “Certo….non vuol dire vero che lo hanno votato i privilegiati …quelli che hanno una pensione e i soldi …mentre quelli che non hanno più un futuro gli hanno fatto una leva.Il si vince nei quartieri ricchi…un caso? Perde tra i poveri e i quartieri popolari”. E quindi in pratica avrebbero mandato a casa Renzi le persone coscienti di non avere un futuro, mente lo avrebbero difeso i sostenitori dello status quo. Praticamente l’esatto contrario di quanto dicevano gli slogan della campagna elettorale, in cui i riformatori erano gli innovatori e i difensori della costituzione coloro che frenavano il progresso. In questo clima confuso e gattopardesco, al di là delle indagini sociologiche il punto è che a breve si prospetta una sanguinosa battaglia nel congresso nazionale Dem, per la quale si ha l’impressione che Renzi si sia preparato per tempo. Perché, specie in politica, è sempre meglio poter disporre di un piano B. E il discorso da sconfitto e le dimissioni sono state di un cinismo assoluto perché l’ex premier non intendeva fornire alcun appiglio agli avversari. L’aria che si respira è’ quella delle grandi manovre. Quella dei preparativi alla madre di tutte le battaglie. Con movimenti sussultori e macerie. Ancora Regazzoni sibillino, ma nemmeno troppo “Poi viene un tempo in cui alla resa dei conti politica con i Bersani e i D’Alema ci devi andare”. Con tanto di griffe e marchio doc “Qualche giornalista mi ha chiesto “cosa fai ora molli? ti riposizioni?”. Una cosa deve  chiara: io non mollo mai. Sostengo Renzi da quando ancora mi limitavo a scrivere di politica per il “Secolo XIX”. Oggi lo sostengo, se possibile, ancora di più: non c’è alternativa a Matteo Renzi per il Pd.  Renzi ha un consenso personale del 40%: da qui si riparte. Non certo da D’Alema o da quelli che in questi mesi ci hanno accusato delle peggiori infamie. Non sono qui per cospargermi il capo di cenere per dialogare e ricucire con la sinistra da museo che ha contributo a far cadere il Governo Renzi. Per questo su Genova vado avanti con la mia candidatura. Non si vince raccattando i cocci a sinistra del Pd: è un’operazione regressiva, senza tenuta politica. Un Pd di impronta renziana che ottiene poco più del 40% a Genova può vincere solo se ha un candidato in grado di rappresentare l’innovazione e di parlare a tutta la città”. Messaggio chiaro indirizzato alla dirigenza locale del Pd. Con una posizione, come dicevo, addirittura rafforzata. Mentre tutt’intorno è’ già iniziato il giochino degli scaricati, degli eccellenti in cerca di un nuovo ruolo. Ancora Gastaldi “Ma ora in Liguria, i civatiani, diventati renzianissimi nelle ultime settimane, cosa faranno? Su che carro saliranno” che un po’ deborda “Proporrei un minuto silenzio per tutti i funzionari politici (assistenti parlamentari, portaborse, consulenti) Renziani liguri e genovesi della prima, ultima e penultima ora: con questi non si va da nessuna parte … e l’avevano già dimostrato alle regionali …”. Sul tema Marco Preve e Ferruccio Sansa su LiguriTutti, il loro blog, affondano il coltello con il sadismo di chi grida al re nudo.
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” E’ vero: la vittoria del “no” causa un dramma. No, non per lo spread, per l’Europa. Ma per loro, Pinotti, Paita, Terrile, Burlando, Lunardon. Ve li ricordate? Erano stati bersaniani, franceschiniani, cuperliani. E una mattina, come Costantino che vede la croce in cielo, avevano avuto la folgorazione: “In hoc signo vinces”. RENZI! Ve li immaginate adesso? Proviamo a metterci nei loro panni: gli occhi spalancati, l’agenda che d’improvviso rischia di essere vuota, il cellulare silenzioso, la strada dei giardinetti che si spalanca. E, orrore, addirittura il pensiero di decidere che cosa fare nella vita. Che fare? Cambiare di nuovo bandiera? Ma quale poi, non c’è nessun vincitore all’orizzonte per salire su un carro…E comunque… se mutar consiglio una volta può essere del saggio, alla terza o quarta si rischia di passare per paraculi. Giammai. Erano renziani. Qualcuno per via indiretta. Come i vassallaggi (vassallo, valvassore, valvassino, ricordate?): terriliano che poi è  paitiano che poi è renziano. Matrioske della politica…Bisogna essere solidali con loro. E soprattutto con le loro famiglie che oggi sono atterrite dal pensiero di ritrovarseli a casa a giocare a scopone. A girare per casa con le ciabatte e il giornale sotto braccio: “Belin, sapessi quella volta che ho incontrato Obama”. Saranno momenti duri, ma non vi lasceremo soli. Un pensiero, però, ti prende a vedere i tanti renziani. Che prima magari erano bersaniani, dalemiani e via elencando. Quanta gente che per far capire chi è deve sempre legarsi ad altri, a un leader. Quanta gente che non riesce semplicemente a essere se stessa”. “Ecco l’aria, a tutti i livelli e” quella della resa dei conti. Anche se il professore avvertiva lungimirante.” Non illudetevi che Renzi sia morto”. Davide Mazzarello “L’unico obiettivo #minoranzadem è far cuocere totalmente #Renzi perché fondamentalmente per loro conta solo riprendere in mano la #Ditta“.
Punti di vista. Ma è solo venuto il momento, troppo a lungo rinviato, di contarsi. Quindi congresso e poi elezioni politiche, magari in contemporanea con le amministrative. Una volta tanto con l’occhio al risparmio. Nel frattempo Regazzoni rifiuta abbracci provocatori che potrebbero dimostrarsi letali “Massimiliano Milone, coordinatore Sel di Genova, mi ha simpaticamente invitato ai festeggiamenti per la vittoria del No. Proprio così: festeggiamenti.  Festeggeranno: Arci, Cgil, Possibile, Rete a Sinistra, Sinistra italiana, Comunità di San Benedetto ecc.: quegli stessi con cui qualcuno nel Pd pensa di poter scegliere il candidato unitario per il Sindaco Genova. Non so, forse sbaglio: ma ho la vaga sensazione che nel Pd a Genova ci siano persone che non vogliono più farsi prendere in giro dalla sinistra da museo che festeggia la caduta del governo Renzi”. Giusto così. Astenersi perditempo. Poi, a breve, ci sarà da occuparsi delle periferie e di scrollarsi di dosso i vecchi salotti imprenditorial-politici in cui, da molti anni a questa parte, si sono sempre decise le sorti della città. O meglio, dopo l’abbuffata del referendum, occorrerà ridare a quei fantasmi rivoluzionari del voto di protesta se non altro l’impressione di contare per davvero. Almeno un po’.
Il Max Turbatore
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