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L’arte di arrangiarsi nel terzo millennio: l’ambulante di poesia che gira per la città regalando versi di Montale e Pavese

poesie

L’ambulante di poesia e l’arte di arrangiarsi nel terzo millenno. C’è chi in mezzo alla strada strimpella (più o meno bene) strumenti musicali, chi fa muovere pupazzi, chi canta. Quest’uomo, invece, ha deciso di guadagnarsi il pane recitando versi non suoi. Si ferma in una piazza o in una via, sistema il microfono, l’amplificatore che trasporta su un carrellino, poggia per terra un panno su cui sistema con cura un cappello dall’interno abbastanza rosso da richiamare l’attenzione in contrasto con il grigio delle lastre di luserna, poi attacca. I più si aspettano di ascoltare una canzone e quindi, come lui comincia a parlare, rimangono sbalorditi. Recita tutto a memoria. Non ha fogli tra le mani, non legge. Ricorda, pronuncia, recita. Non sono in tanti a fermarsi mentre ripete endecasillabi di Montale, sciorina versi di Pascoli, declama le poesie d’amore di Alda Merini. Stupore è l’aggettivo giusto, quello che meglio descrive lo stato d’animo di chi gli si trova davanti, di chi sa, capisce cosa sono quelle parole messe in fila una dietro l’altra. C’è chi passa oltre frettolosamente pensandolo un predicatore, chi lo immagina un politico a caccia di voti o il paladino di turno dell’ennesima protesta e chi, invece, gode della bellezza della metrica, si ferma davanti a lui, non può fare a meno di ascoltarlo mentre dal cilindo della sua memoria allenata cava fuori rime ed emozioni. Si guadagna il pane così l’uomo che riempie la città di poesia, musica solo per le orecchie di chi sa e vuole ascoltare. <Non si fermano tutti – confessa -, solo i più colti. Per questo non si guadagna molto>. Non ama parlare della sua situazione familiare né del passato, ma racconta volentieri che, per campare, a volte fa lavori saltuari. Spiega che preferisce guadagnare poco portando di piazza in piazza il suo amore per il versi pittosto che riempirsi di più le tasche con un lavoro che li escluda. Poi parla di Gozzano e di Pavese. Aggiunge con un pizzico di orgoglio di conoscere a memoria otto interi canti della Divina Commedia di Dante. Così, si sente libero, libero di portare la poesia in ogni angolo della città, felice di sfidare il freddo d’inverno e il caldo d’estate insieme ai sonetti. Si aggiusta i guanti, perché a stare fermo le mani gelano e ricomincia a riempire De Ferrari di parole, di emozioni percepibili solo da chi le comprende. Qualcuno allunga una moneta e il soldo brilla, rimbalza sulla fodera rossa fino a fermarsi nel fondo vuoto del cappello. Lui accenna un gesto di ringraziamento, un sorriso, ma non smette di recitare: <Ascoltami, i poeti laureati/si muovono soltanto fra le piante/dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti./Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi/fossi dove in pozzanghere/mezzo seccate agguantano i ragazzi/qualche sparuta anguilla>. L’ambulante di poesia porta le mani al microfono, poi, continuando a scandire le parole, chiude gli occhi rapito dalla sua stessa voce. Montale lo merita.

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