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“Faust’s Box”, l’operetta in chiaroscuro di Liberovici al Teatro Duse. La Recensione

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Di Diego Curcio

Non si può certo definire uno spettacolo per tutti “Faust’s box”, con musiche, testo e regia di Andrea Liberovici in scena al Teatro Duse fino a domenica prossima. Poco più di un’ora di musica, immagini, suggestioni e “viaggi cibernetici” al servizio di una personalissima reinterpretazione del “Faust”. Un collage di emozioni diverse, anche se non sempre a fuoco, e un dispiegamento di forze artistiche massiccio e dirompente. Eccezionale l’interpretazione (musicale e attoriale) di Helga Davis, qui nel ruolo androgino di Faust e di Mephisto e vero e proprio corpo sul quale si gioca l’intero spettacolo. Ottima anche la musica suonata dall’Ars Nova ensemble instrumental diretta da Philippe Nahon e formata da Éric Lamberger al clarinetto, Isabelle Cornélis e Elisa Humanes alle percussioni, Catherine Jacquet al violino, Alain Tresallet alla viola, Isabelle Veyrier al violoncello e Tanguy Menez al contrabbasso. Un suono potente ed elegante che mescola melodie pop (con almeno un paio di “canzoni” memorabili) e rumorismi obliqui e metallici. Lo spettacolo è come un flusso di coscienza globale e globalizzato, che si propaga attraverso un cavo di rete: come se Liberovici avesse voluto musicare l’Ulisse di Joyce – invece del Faust – costruendo la colonna sonora insieme agli Einstürzende Neubauten. Ma se la parte musicale e quella visiva – grazie alle luci e i video di Jerome Deschamps – colpiscono nel segno restituendoci alla perfezione le inquietudini e la solitudine dell’uomo tecnologico, è quella testuale e teatrale tout court a lasciare qualche perplessità. Come ho detto in apertura “Faust’s Box” non è decisamente uno spettacolo per tutti i palati e penso che in prima luogo nei sia consapevole lo stesso autore. Ma al di là di questo aspetto (le novità e il teatro d’avanguardia servono anche a spiazzare lo spettatore classico) i testi recitati da Davis e proiettati sullo schermo-specchio alle sue spalle (lo spettacolo è in inglese con sottotitoli in italiano) non possiedono la stessa forza e lo stesso coraggio della musica e del concept attorno a cui è stato costruito “Faust’s Box”. I nuovi linguaggi, soprattutto in un territorio conservatore come può essere a volte il teatro, sono difficili da far digerire al pubblico – che comunque mercoledì sera ha dimostrato, visti gli applausi, di apprezzare lo spettacolo – ma è anche vero che in quest’operetta transdisciplinare – come l’ha definita lo stesso Liberovici – divisa in tredici scene/movimenti musicali, talvolta capita di perdere il filo del discorso. Naturalmente parliamo di un monologo-flusso di coscienza in cui la “storia” passa necessariamente in secondo piano rispetto alle emozioni soniche o visuali. Però su quel fronte, probabilmente, si sarebbe potuto osare un po’ di più.

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