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Il bluff del marchese piccolo piccolo e il ritorno del manager

Incassa soldi e promesse, o almeno così qualcuno ha voluto interpretarle. Eppero’ appare sempre più il diretto consanguineo e pronipote di quel marchese del Grillo, talmente attento a negare gli altri e alle proprie vicende e agli interessi personali che passo’ alla storia per quell’ “Io sono io e voi non siete un cazzo”. Marco Doria, nel giorno in cui si scopre vicino a Renzi per quel patto che, a quanto dicono i giornali, farà piovere sulla città milioni di euro per opere pubbliche che dovrebbero finalmente rilanciarla, evidentemente si sente rafforzato nello spirito e a livello politico. Tanto da trasformarsi dal famoso marchese Tentenna in un nuovo sindaco dal profilo decisionista, capace di interpretare gli ultimi spiccioli di una stagione da perfetto protagonista. Solo a calcare il palcoscenico, perfetta fotocopia del premier che ama quell’uomo solo al comando, a cui avrebbe dato ad intendere perfino di essere incline a sostenere domenica la riforma costituzionale.

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Un sindaco a più facce, insomma, che, avvicinandosi la scadenza del mandato, avrebbe perfino scoperto che le ragioni del trasformismo non sono poi sempre da gettare via. Come quelle dell’egocentrismo assoluto che hanno fatto andare su tutte le furie Stefano Balleari, esponente di Fratelli d’Italia, consigliere a palazzo Tursi e vicepresidente del consiglio comunale. Al momento unico in corsa del centrodestra in vista delle prossime amministrative del 2017.
A suo tempo avevo parlato degli sforzi del consigliere comunale di Fratelli d’Italia per far capire al primo cittadino l’importanza per la nostra città di fregiarsi dell’appellativo di Genova città dell’inno nazionale. Dopo alcuni interventi e ordini del giorno finalmente Doria aveva accettato di buon grado di introdurre la dicitura nel regolamento del consiglio comunale avviando le pratiche per il riconoscimento. Balleari, a quel punto, si era ritirato in buon ordine facendo a meno di vantare diritti di primogenitura sull’idea. Concedendosi, per la verità, l’unico vezzo di far iniziare, qualche giorno fa al teatro della Gioventù’, l’assemblea sul referendum costituzionale, a cui era intervenuta la presidente del suo partito Giorgia Meloni, con l’inno di Mameli. Causando, comunque, una sorta di cortocircuito fra le ragioni dell’assemblea, il no alla riforma, e quel si gridato a piena voce con cui si conclude Fratelli d’Italia – l’inno, ovviamente, non il suo partito -. Come dire hanno cominciato con un sì per poi dedicarsi alle ragioni del no.
E nonostante questo sviscerato amore per Mameli e il cantico degli Italiani Balleari è stato ignorato dal sindaco a cui, soltanto qualche mese fa aveva fatto l’assist.
Tanto che il vicepsidente del consiglio comunale, solitamente distaccato, in questo caso ha annotato, livoroso, sulla sua bacheca facebook “La scorrettezza e l’arroganza del Sindaco e della sua Giunta che nel celebrare le GIORNATE MAMELIANE , fregiando GENOVA dell’appellativo di CITTÀ DELL’INNO NAZIONALE senza neppure avere il buon gusto di invitarmi essendone stato il promotore, la dice lunga sul loro modo di amministrare la nostra Città .Gente piccola!”.

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Appuntamento previsto dal 4 al 10 dicembre con varie manifestazioni. Toto’, indimenticabile principe De Curtis usava dire che “signori si nasce e io modestamente lo nacqui”. A riprova che non sempre basta il lignaggio nobile per essere nobili d’animo.

 

Balleari

Una caduta di stile legata, sussurrano i soliti maligni, alla ritrovata dose di ossigeno del sindaco dopo questa visita con tanto di patto con il premier Renzi. Che, secondo gli autorevoli giornalisti e conoscitori della politica locale di Genova 3000, avrebbe accordato a Marco Doria un personale endorsement “Si è trattato di una sorta di incoronazione del premier al sindaco di Genova Marco Doria, una vera e propria investitura, un patto nascosto, come dire: “Non ti metto il bastone tra le ruote, non avrai altri rivali del PD eccezion fatta di Regazzoni (che tanto è una piccola minaccia, secondo tanti, ndr), ma al referendum in questa ultima settimana, non ti esporre pubblicamente per il NO”. Insomma, come si diceva, se non è voto di scambio il risultato sotto gli occhi di tutti, sarebbe comunque molto molto vicino. Ovviamente sul tema i post si sono sprecati. Non si è fatto attendere l’avversario di sempre, il popfilosofo è già autocandidato alle primarie Simone Regazzoni, renziano, che negli ultimi mesi ha attaccato in lungo e in largo l’inconsistenza politica di Doria e della maggior parte della sua giunta. Il suo sembra quasi un patto temporaneo di non belligeranza con scadenza il giorno dopo i risultati della consultazione “Non ti metto il bastone tra le ruote, non avrai altri rivali del PD eccezion fatta di Regazzoni (che tanto è una piccola minaccia, secondo tanti, ndr)”. Non credo di essere una minaccia per Doria. Credo possa continuare a dormire tranquillo e sereno come ha fatto fino ad oggi. Poi, al risveglio, si vedrà”. E Regazzoni pare decisissimo ad andare sino in fondo per giocarsi tutte le sue carte. Marco Parodi, ad esempio si chiede “Ma prima di questa incoronazione, l’avrà data un’occhiata alla classifica sull’indice di gradimento dei sindaci in Italia? Temo non ne abbia avuto il tempo”. Ed Erminia Federico, una dei duecento che si scatenarono al fianco di Sergio Cofferati contro la candidata alla presidenza della Regione Raffaella Paita, della quale Regazzoni era spin doctor, equilibra il tiro “Doria dopo il referendum…indipendentemente dal risultato…dirà che non si ricandida ma a seconda del risultato sarà diverso il suo ruolo nel percorso che ci condurrà alle elezioni comunali…”. Con un Doria che potrebbe farsi personalmente promotore indicando il suo successore, come si usa nei nobili casati. Con un finale del tipo, ora che ho salvato la città grazie agli ingenti finanziamenti dello stato, vi dico chi è il personaggio adatto a far cambiare marcia a Genova. A quel punto in rampa di lancio potrebbero esserci veramente il professor Lorenzo Cuocolo o il presidente della Fondazione Palazzo Ducale Luca Borzani. Ovviamente candidati unitari della coalizione di sinistra. A scelta. A seconda che prevalga il si’ o il no.
Anche se il professor Francesco Gastaldi provvede subito a mettere il re a nudo con il suo proverbiale acume. Primo post irriverente “Caro Doria, ho ascoltato il suo intervento alla firma del Patto per la città con il Premier Renzi, i soldi da soli non bastano!!!”. Secondo post retoricamente dubitativo “i (tanti) soldi pubblici, fanno bene o fanno male ad una città?”. Terzo post, tanto per mettere le cose in chiaro e il re con le pudende in pubblico “Dei 500 milioni di euro contenuti nel tanto sbandierato Patto per Genova firmato da Doria e Renzi sabato, 366 milioni di Euro erano risorse già assegnate a Genova da diverse fonti prevalentemente nazionali, 110 milioni di Euro derivano dai Fondi Strutturali Europei 2014-2020 già di competenza di Regione Liguria e solamente 23 milioni di Euro sono risorse aggiuntive”. Ecco la sostanza del patto di Genova, proclamato in periodo di voto, con ovvio interesse del marchese e del premier. Dei 500 milioni di euro solo la ventesima l’arte sono per davvero risorse aggiuntive. Una sorta di bluff con due diretti interessati. A meno che Doria, come è accaduto qualche tempo fa con gli articoli dell’ordinanza per la movida, non conoscesse la materia di cui Renzi stava parlando e quindi non fosse in grado di prendere le distanze.
Intanto sull’altro fronte, quello del centro destra, tutto tace. E nel silenzio parrebbero consumarsi antiche vendette. Il governatore Giovanni Toti, eterno delfino, con alterne fortune, di Silvio Berlusconi, risalito prepotentemente in sella dopo i saluti di Stefano Parisi, parrebbe di nuovo nell’angolo dei cattivi, dopo aver sostenuto le ragioni delle primarie per indicare il candidato premier del centrodestra insieme a Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Spiega Libero “Un tempo era il leader in pectore. Si parla di Giovanni Toti: uno degli aspiranti leader più quotati e credibili, tanto da aver trionfato anche in Liguria. Ma ora, lo stesso Toti, per Berlusconi è considerato fuori dai giochi. Di fatto, fuori dal partito. Già, perché ora il Cavaliere sta seriamente pensando a un ritorno in campo in grande stile, magari con un aiuto dalla Corte europea. E se di fare le primarie non ne ha idea, e se Stefano Parisi lo ha già di fatto “cacciato”, restava un dubbio: il nuovo leader non potrebbe essere proprio Toti? No, nemmeno per idea. Il rapporto tra i due era teso da tempo, ma non era considerato compromesso in modo definitivo. Almeno fino a poche ore fa, fino a quando Toti non si è palesato sul palco a Roma domenica mattinacon Matteo Salvini e Giorgia Meloni, i primi sostenitori delle primarie del centrodestra, con i quali si è immortalato in selfie tutti sorrisi. Berlusconi ha interpretato quel gesto come un gesto di guerra. “Che fate? State con me o andate con i lepenisti?”, avrebbe detto ai suoi secondo quanto scritto da Repubblica. E tra i lepenisti o presunti tali, in primissima fila, c’è proprio quel Toti che, ora, è sostanzialmente fuori da Forza Italia”. E se fino a qualche tempo fa si diceva che avrebbe dovuto essere proprio Giovanni Toti a scegliere il candidato sindaco della sua coalizione, ora la vicenda si complica. Pareva infatti che il governatore fosse intenzionato, con buona pace del coordinatore di Forza Italia Sandro Biasotti, ad orientare la sua scelta su Anna Pettene, avvocato quarantenne, moglie di Edoardo Garrone, con velleità e soldi da spendere in una lunga e faticosa campagna elettorale. Personaggio gradito, la Pettene, anche al rappresentante leghista Edoardo Rixi. La nuova querelle fra Berlusconi e Toti, però non garantirebbe che sia proprio il governatore a potersi accollare la scelta per Forza Italia. Anzi è presumibile che Berlusconi, proprio su questo argomento punti i piedi per dimostrare chi comanda veramente nel suo partito. A questo punto rientrerenne in gioco l’altro autocandidato Stefano Balleari. Anche se la posizione del suo partito in materia di primarie lo relega in un ruolo di assoluto comprimario. Così potrebbe riprendere quota, a questo proposito, le quotazioni di Giancarlo Vinacci, manager milanese del settore del credito, che nel frattempo dovrebbe aver provveduto a smarcarsi definitivamente dal fuoriuscito Stefano Parisi.

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Vinacci ha dalla sua la lunga amicizia con il medico del presidente di Forza Italia Silvio Berlusconi, il genovese Alberto Zangrillo. Ed è supportato a Genova dal coordinatore Sandro Biasotti, che già quattro anni fa lo aveva proposto, senza fortuna, come candidato sindaco.
Proprio a Giancarlo Vinacci, 58 anni, origini genovesi, gran parte della carriera a Milano nel settore del credito, amministratore delegato di MedioFimaa, presidente del Rotary club Milano Aquileia, collezionista di gemelli e di auto d’epoca, poliedrico bon vivant, qualche giorno è stato consegnato un riconoscimento molto ambito, il premio internazionale alla carriera AEREC, l’Accademia Europea per le Relazioni Economiche e Culturali.

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Spiega la menIone “Il prestigioso riconoscimento è riservato a personaggi di grande levatura professionale ed è stato conferito a personalità di spicco del mondo del giornalismo, del cinema, dell’economia. Tra i destinatari del premio nelle scorse edizioni: la signora Maria Pia Fanfani, Premio Internazionale per la solidarietà, il giornalista RAI Gianni Bisiach, il direttore del TG 1 – RAI Mario Orfeo, il direttore de ”Il SOLE 24 ORE” Roberto Napoletano, il direttore de “Il Messaggero” Virman Cusenza, i maestri del cinema italiano Mario Monicelli, Ennio Morricone, i fratelli Paolo e Vittorio Taviani, Giuseppe Tornatore, l’economista Alan Friedman. Il Premio, pur a fronte di un panorama ricco e variegato di presenze, ha voluto essere, fin dall’inizio della sua istituzione, fortemente selettivo per valorizzare il senso e gli scopi: Mettere in luce quelle personalità che assumono valore emblematico in quanto rappresentano il rafforzamento dell’immagine della professionalità italiana nel tessuto economico e sociale internazionale”.
Un ottimo viatico per il manager che rientrerebbe a pieno titolo fra quegli esponenti della società civile in cui il centro destra sta ricercando il suo candidato. Vinacci ha spiegato che vorrebbe tornare alle origini per fare qualche cosa di importante per la sua città. Ha promesso di restare in silenzio sino a dopo il referendum. Probabilmente spera che da Arcore arrivi una indicazione precisa a cui Toti non possa opporsi, visto che la situazione con il suo grande capo rischia continuamente di deteriorarsi troppo. Il conto alla rovescia in questa ultima settimana in cui per la maggior parte i candidati si sono concentrarti sulla campagna referendaria è comunque già iniziato. Manca, particolare non trascurabile, il risultato. Le grandi manovre sono al termine. Le nebbie dovrebbero iniziare a diradarsi.

Il Max Turbatore

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