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“Acqua di Colonia”, alla Tosse un assalto al rimosso del nostro terribile passato coloniale. La recensione

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Di Diego Curcio

Scava nelle viscere della nostra memoria storica, disseppellendo cadaveri e mostri che pensavamo di non conoscere “Acqua di Colonia”, lo spettacolo in scena ancora oggi e domani al Teatro della Tosse scritto, diretto e interpretato benissimo da Elvira Frosini e Daniele Timpano. Un viaggio all’inferno grottesco, drammaticamente comico, doloroso e talvolta cinico, che va ingoiato come un medicina dolciastra che svuota lo stomaco e ribalta le budella. Il tema è semplice e oscuro allo stesso tempo: il colonialismo italiano, dalla seconda metà dell’Ottocento (appena pochi anni dopo l’Unità d’Italia) alla fascistissima guerra d’Etiopia del 1936. Sessant’anni di massacri, bombardamenti, stupri e aggressioni che la retorica spicciola degli “italiani brava gente” ha sempre derubricato a piccoli fatti ed episodi isolati, all’interno di un quadro ben più ampio e terribile: il Colonialismo con la C maiuscola delle grandi potenze europee (Francia e Inghilterra su tutte) che ha sventrato e devastato il continente africano. Come se il contributo italiano a queste nefandezze fosse stato meno nocivo e terribile di altri. Anche perché nonostante il nostro imperialismo sia stato più cialtrone, impreparato e circoscritto rispetto a quello dei nostri “cugini” del vecchio continente, Somalia, Libia, Eritrea ed Etiopia – ci raccontano Frosini e Timpano nel loro spettacolo – restano ancora oggi ferite aperte che urlano di dolore; territori oltraggiati e massacrati dalle nostre velleità coloniali, dai quali partono molti dei profughi che arrivano sulle coste italiane o che perdono la vita a due passi dalle nostre spiagge. Perché alla fine tutto torna e i conti col passato vanno fatti, anche su un palcoscenico.

Il colonialismo italiano è uno dei grandi rimossi della nostra storia recente e “Acqua di Colonia” lo sviscera a fondo, senza un briciolo di pietà per nessuno, parlando anche delle conseguenze che quelle azioni hanno oggi sulla quotidianità di tutti noi. La prima parte è una sorta di work in progress, in cui i due attori (sulla scena, insieme a loro, c’è anche un ragazzo di colore che non dice una parola e si limita a osservare) spiegano al pubblico come hanno deciso di costruire lo spettacolo. La seconda parte, invece, è un vortice di citazioni, racconti, canzoni – come “Faccetta nera”, cantata in coro da una platea incredula, divertita e scioccata – a cui si aggiungono poi date, cenni storico-geografici, messe in sena grottesche e palpitanti botta e risposta. Uno spettacolo in cui Topolino, Ugo Tognazzi, Pier Paolo Pasolini, Indro Montanelli, Audrey Hepburn, Bob Marley e “Via col vento” si mescolano al nostro senso di colpa micidiale; personaggi storici, icone pop, libri, opuscoli, articoli e proclami vengono frullati tutti quanti dentro uno spettacolo densissimo e complesso, struggente e talvolta comico: una lezione di storia formidabile, angosciante e appassionata che viene costruita pezzo per pezzo. Dalla confusione iniziale (figlia delle nostre paura odierne e del nostro rimorso per il passato) si passa a un’impalcatura testuale molto più articolata. La chimica tra Frosini e Timpano è perfetta e ancora una volta i due attori e autori riescono a raccontarci un pezzo della storia italiana, facendo letteralmente a pezzi le nostre fragile certezze. “Acqua di Colonia” (un titolo bellissimo, che ci ricorda come quanto hanno fatto i nostri connazionali in Africa ci resterà addosso e sarà difficile da lavare via) è uno spettacolo importante, corposo e pedagogico, senza per questo risultare noioso e saccente. Frosini e Timpano, con i loro lavori che scandagliano la storia e la società italiana (come “Aldo morto” – altro titolo geniale – e “Zombitudine”) hanno ribaltato e rinnovato il concetto stesso di teatro civile, togliendogli ogni orpello radical chic e prendendo letteralmente d’assalto lo spettatore.

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