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Amarcord, la valigia della memoria. Quando il Ferraris era antidiluviano

Non vi tragga in inganno il titolo, il naufragio del Luigi Ferraris e del suo terreno ripristinato portentosamente – almeno solo nelle promesse, molto di recente – e incorso nella brutta figura di oggi pomeriggio, con tanto di infuriare di polemiche, è usato strumentalmente. Dal Ferraris partirò incidentalmente, solo a causa di due foto – che potrete vedere scorrendo l’articolo – alle quali voglio attribuire un significato allegorico. Simbolismo o metafora che altro non è, e non vuole essere, se non lo struggimento per quello che fu, con l’amara, personale, constatazione che forse era meglio quando era peggio. Ma soprattutto per ricordare che disfarsi superficialmente, e delittuosamente, del nostro passato recente produce vuoti di memoria pericolosi che finiranno per causare amnesie di massa delle nostre radici e inconsapevoli crisi di identità nei nostri giovani.

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Allora, cominciamo dalle foto da mettere a confronto: Jan Peters, centrocampista olandese del Genoa, intento a calcare il terreno del Ferraris nella stagione 1983-1984, si presume inverno 1983, prima di scendere in campo. Un commento sotto alla immagine dice ” Il fondo del Ferraris era eccezionale, e la sua tenuta era proverbiale”. I cronisti sportivi di allora raccontavano di giardinieri comunali che curavano l’erba del Ferraris come se si trattasse di una coperta di cachemire. Con la stessa attenzione e dedizione che si usava avere per le cose preziose di famiglia. Seconda immagine, scattata dallo stesso fotografo di allora, Roberto Bobbio, che usa per il suo profilo social la foto del soldato e reporter Joker alias Matthew Modine del film di Stanley Kubrik Full Metall Jacket.

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La foto immortala lo stadio di Marassi sotto al diluvio di oggi, che, a causa del mancato assorbimento del manto erboso, ha costretto il direttore arbitrale a sospendere l’ incontro casalingo del Genoa contro alla Fiorentina. Con conseguenti montanti polemiche.
Ultima postilla. Roberto Bobbio, mio collega e amico su Facebook, è pressoche’ un mio coetaneo e appartiene, come me a quell’epoca, aurea, in cui per svolgere la nostra professione, ossia per frequentare e bazzicare le redazioni di un giornale occorrevano coraggio, ottimi polpacci, dedizione e determinazione sconfinata. Ah, anche , ma non ultime, poche pretese perché, loro i professionisti, erano già in credito, o così dicevano, permettendoti di osservare e ascoltare. E se osservavi e ascoltavi bene, in quegli ambienti poteva succedere che si finisse per imparare un mestiere. Un mestiere e non una professione, perché la nostra, allora, era attività che si apprendeva a bottega, eleggendo gli anziani a maestri. Il mestiere era quello del cronista, o quello del fotografo che correvano pressoche’ parallelamente. Accoppiata, cronista e fotografo, che, quando aveva la fortuna, o sfortuna, di trovarsi sulla notizia, doveva lavorare di coppia, ne’ più ne’ meno di alpinisti in cordata. E il raggiungimento della vetta era il servizio sulla scrivania del capo di turno. Cartelle dattiloscritte e fotografie. Tante fotografie, in modo che la scelta fosse vasta. Vi parlo di un mondo in cui il cellulare non esisteva, ma se esisteva non scattava foto e serviva solo per le comunicazioni. Non esisteva il digitale, non esistevano i dischetti; internet doveva ancora arrivare e photoshop non se lo sarebbe potuto immaginare nessuno.
Per me però era l’età dell’oro. Cartelle, cocoina morbida per incollare le agenzie, taccuino, penna e polpaccio allenato. Per i fotografi obiettivi e macchina custodita nella borsa pesante. E poi lampada schermata, negativi, sviluppi, acidi, carta da stampa. Corse in moto o in macchina per rispettare i tempi, serrati, della chiusura dell’edizione. Sedute sprint in camera oscura e una cinquantina di pose da cui far scegliere al capo di turno quelle per corredare l’articolo, a seconda del taglio previsto dal grafico e dell’estro personale del momento. Quindi sudore, tensione, capacità tecniche un po’ dell’arte che il mestiere richiede per non rischiare l’appiattimento e l’asfissia dell’ordinario. E allora, allora, allora… Figuratevi il Bobbio-joker con quella sua natura da guerriero irriverente – perché è vero, ognuno sceglie la foto del suo profilo per lasciare intuire all’occasionale interlocutore un segnale di se – quando passeggiando fra una bancarella e l’altra del mercato dell’antiquariato a Chiavari si imbatte in una valigia colma delle sue foto, cartacee, anni 70/80.

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Genoa e Sampdoria, allenamenti e impegni ufficiali. Perché allora funzionava così, i giovani di belle speranze a correre dietro ai calciatori, prima i campetti di periferia delle minori e della provincia, poi quelli dei club più blasonati. E quella di Bobbio con Genoa e Samp era già una bella posizione. Sopra di lui c’erano i vecchi, gli anziani, i maghi, i maestri. Quelli che se proprio ti prendevano bene ti regalavano qualche perla di saggezza. Momenti di rara intimità attraverso i quali sognare di imparare il mestiere.
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Allora, dicevo, in quel di Chiavari Bobbio sonda il materiale. E si accorge dalle sigle a penna che è tutta roba del suo sacco e che finirà per essere smaltita o venduta pezzo a pezzo, che vada bene, a qualche foto amatore. Chiede il prezzo, contratta. Compra tutto, senza far sapere al venditore che quella è tutta roba sua, vera farina del suo sacco. Poi torna a casa inizia a postare qualche foto sulla sua pagina Facebook e scrive un messaggio. Un messaggio che un po’ purgo perché nessuno, in questa favoletta nessuno finisca per aversene a male . E dunque ” …eddàiii, vabbe’ che non sono piu’ di primo pelo ma, oggi, in quel di Chiavari, al locale, mensile sessione del Mercatino dell’Antiquariato, ritrovare , stipate dentro 2 valigioni, simil emigrante negli States; una marea di miei fotoservizi sportivi degli anni ’80, b/n, mi ha fatto un pochetto venire il magone. Mi sono messo come un cane da tartufo a ravattare a piene mani tra quei fogli Ilford,18×24; abbastanza ben stampati; ben fissati, come il manuale del bravo fotografo imponeva; non tutte timbrate ma solo autografate ..perche’ bisognava sempre combattere contro il tempo di ribattuta e in redazione sportiva del “XIX” avevano sempre il fuoco sotto il c… per chiudere la pagina,secondo quello che aveva misteriosamente anticipato il grafico di turno. Foto verticale; tagliata, orizzontale, si doveva sempre immaginare il disegno del redattore e cosi’ si stampavano a razzo caterve di foto, rivedendo in rewind la partita cui si aveva assistito, a volte usciti prima dal campo, senza sapere il risultato finale. Il merito di questo ritrovamento simil tomba di Nefertiti va ascritto al compianto Dario Moretti che, da repezzino gia’ di suo, amava, nella quiete notturna della Redazione del “XIX” , gia’ sua seconda casa; rimettere un po’ di ordine nelle quintalate di foto che soffocavano le scrivanie degli illustrissimi redattori sportivi “XIX”, lasciate li’ in attesa fiduciosa (la mia) che sarebberero esse, poi, state caricate per l’Archivio centrale. Sempre vana attesa perche’, poi, ci sarebbe stato da andare all’allenamento successivo; a scovare qualche notiziona particolare; e cosi’ la montagna di foto aumentava in altezza,finche ‘ il buon Dario le raccoglieva a seconda dell’autore (anche Del Monte,”gamba di legno”; Guido Fiore,”la Faina”) e a volte le archiviava lui stesso dentro scatoloni A4. A intasare , ulteriormente, gli angusti corridoi della Redazione. Probabile che, una volta deceduto il Dario e traslocato il “XIX” in Piccapietra qualche amicone dell’Archivio e della Segreteria di Redazione abbia dato il tutto all’interessato per un riciclo cellulosa su cellulosa. Forse, qualche addetto al recupero, rossoblucerchiato, si sara’ appassionato e poi… poi siamo finiti su un banchetto delle cianfrusaglie”.
Eppero’ quelle foto, di cui con tanta rapida superficialità ci si è voluti liberare, probabilmente gli scarti di quelle pubblicate, o forse no, quelle recuperate negli stanzini fotografici in cui venivano riprodotte per essere stampate poi sulle copie del giornale, messe in circolazione oggi e guardate con attenzione, riescono a dirci tante cose sulla nostra società di una trentina, quarantina di anni fa. Persino assumendo un fascino eccezionale. C’è per esempio una visita del Genoa di Spinelli al potente cardinale Siri con calciatori senza divisa sociale. Bobbio annota “..non esisteva uno stile; una divisa sociale ,un sarto,..tutti sbrindellati e vestiti come neppure Arlecchino…” Allora non era come adesso e la divisa sociale era una cosa da squadre d’élite. Racconta ancora Bobbio in un suo commento “… portare in Vespa, Souness; una domenica mattina, prima della partita; in tuta blucerchiata fluorescente; a “salutare” Eric Clapton, al Bristol,dopo la sua esibizione al Palasport, pur di realizzare uno scoop carino e non farsi fare neppure un selfie con quei 2, ..che dire,..non ha prezzo!!”. O ancora uscendo dall’ambito calcistico e parlando della concorrenza che c’era nella loro categoria, rigidamente fatta di primi, secondi ed ultimi arrivati. Ambiente goliardico in cui qualcuno finiva per dimostrare un carattere un po’ guascone “Nazzaro , il piu’ grande fotoreporter in assoluto qui a Genova, mi diceva sarcastico e sprezzante che quando lui ritraeva nella sua foto… un collega, significava solo che lui, il Nazzaro, aveva ripreso “davanti” il soggetto importante mentre gli ” altri” erano rimasti dietro ad arrancare e a cercare di superare il mucchio di persone, invano…” Ecco, questo era il clima in campo. Bobbio lo ricorda postando una foto del processo a Fenzi, ideologo delle Br, in cui “il più grande fotoreporter dopo il Big Ben” lo aveva ritratto in pieno viso alle spalle del professore  Lui ovviamente, il Dino Nazzaro, estroverso quanto improbabile personaggio delle notti genovesi di Nervi, li aveva battuti tutti sul tempo si era piazzato di fronte al soggetto e aveva lanciato il suo grido di guerra. Ecco l’età dell’oro, la mia età dell’oro era questa. E del resto avevo un direttore, arrivato dalla gavetta, che esaminando le foto dei suoi fotografi le prendeva in mano e inesorabilmente iniziava scartabellando ed apostrofandoli “Soltanto culi”.
Così, rimestando fra i ricordi, fra il sottoscritto e Roberto Bobbio, siamo riusciti a menzionarne tanti di fotografi d’antan. “Precisa Bobbio “Mi corre l’obbligo anche ricordare e ringraziare sempre (..anche per… gli affanculo che ci si scambiava di frequente): Guido Fiore/Dino Nazzaro/Paolo Rattini/Aldo Campisi/Maccarini Bruno/Paolo Welters/Luca Zennaro/… All’elenco vorrei aggiungere una mia personale testimonianza. “Dario Moretti, il collega fotoreporter, che Bobbio menziona era personaggio mitico, di una mitezza assoluta, votato al suo mestiere di fotoreporter, un uomo in età, che il più delle volte si allungava su un divanetto in redazione e dormiva qualche ora. Salvatore Toscano, raccontano dormisse con le cuffie ascoltando anche di notte la radio sulle onde di polizia e carabinieri”. Poi c’erano Bruno Maccarini e Andrea Bagni, e papà Luciano Zeggio. E ancora ho visto Francesco Leoni, mito assoluto e i figli Paola e Andrea, il mio amico Paolino Paolo Zeggio che oggi compie gli anni. E Beppe Borrone e Luca Zennaro e tanti altri ancora di cui ricordo i volti e non i nomi, in questo momento, e viceversa. Dico che è’ un guaio quando la gente, presuntuosa abbandona li’ in una cassetta un pezzo del tuo passato. Perché ostenta di non capire – ma il nostro ormai è’ un mondo dedicato alla velocità – di non capire niente – non solo del tuo passato, ma del passato in generale. Della fatica, del lavoro mentale del fotografo per catturare un’angolazione, uno sguardo, un significato. Perché sarà anche mestiere o professione, ma sempre con una rilevante forma artistica. Come accade quando si cercano di mettere insieme parole dando alla frase una forma, un suono e un significato completo. E ancora ricordo con nostalgia Renzo Piccarreta, compianto, fotografo che per me era il lato oscuro, quello che ogni volta mi chiedevo come mai e come facesse a conoscere tutto e tutti. Simpatico, gioviale, ammiccante furbo come una faina. Ma anche buono e altruista”.
Bobbio mi ha accusato di aver scritto un epitaffio per cinquant’anni di foto-giornalismo genovese e nazionale, con tutta la mia “saudade”, perché mi piange un po’ il cuore che quelle sue foto non vadano ad alimentare, ancora, un qualche libro di ricordi che tenga conto che in quella professione c’era estro, immaginazione, genio, arte, capacità tecniche, ma anche tanto sudore. E sacrificio. Tutti perennemente in corsa contro il tempo. Perché il fotografo che faceva coppia con il giornalista era solitamente l’autista, ma comunque, per vocazione, il genio e sregolatezza della coppia. E forse davvero ho composto un epitaffio, ma per un funerale celebrato da tempo. Eppero’ ho ricordato e ricordo di aver potuto vedere, quando ancora lavoravo, nell’archivio cartaceo del Corriere Mercantile, centinaia e centinaia di foto, archiviate in buste. Bellissime immagini, alcune proprio di Francesco Leoni, di Luciano Zeggio e di Beppe Borrone, che per incompetenza di chi le aveva in dotazione saranno andate o andranno distrutte. E come tante persone che hanno scritto a Roberto mi sono chiesto molte volte se non sarebbe stato possibile in qualche modo salvarle, come testimonianze della società di un’epoca. Alcuni lo hanno fatto. I figli di Francesco Leoni hanno allestito tempo fa nelle sale della vecchia Borsa di via XX Settembre, una mostra suggestiva e bellissima delle foto del loro maestro e genitore. Per altre situazioni ci sono state solo promesse che non hanno sortito alcun esito. D’altra parte se chiude nel giro di pochi giorni – e da allora è’ già passato un anno di silenzi – un giornale storico come il Corriere Mercantile, come pensare che in questa città esista qualcuno che intenda ancora occuparsi della memoria?
Circa le foto Lucio Fabi scrive “Ciao Roberto, a Trieste simili fondi vengono salvati e acquisiti dalla Fototeca comunale o da privati illuminati, a Genova non c’è un fondo per la memoria cittadina? Qui si è fatta una grande mostra su Rocco e il suo Milan, anche lo sport genovese lo meriterebbe, c’è già chi ci pensa?”. La risposta non si fa attendere ed è emblematica “qui..pensare…. costa!..figurati a recuperare qualche spicciolo sponsorizzato…” E la chiusura di Paolo Zeggio, altro figlio d’arte che cerca di vivacchiare del suo mestiere è lapidaria. ” Grazie di avermi emozionato tanto bei ricordi per un mestiere che non c’è più!!!”. Ecco, Genova e così. Le polemiche, intanto infuriano, sulla tenuta del nuovo terreno del Luigi Ferraris. Mentre dopo la forte perturbazione di oggi si ricomincerà a guardare nuovamente il cielo con apprensione, nell’attesa della rituale alluvione di ottobre. Intanto nel Bisagno cresce la boscaglia. Con tanto di servizi fotografici sulle pagine social. In una città che, come è evidente, dimentica troppo presto. E sotterra il più delle volte insieme alla memoria anche la testa. Ah, oggi è il compleanno di Paolino Zeggio. Tanti auguri. Ma, almeno al momento, non ci resta che piangere.

Il Max Turbatore

Alcune delle foto recuperate da Bobbio

scoglio(Un giovane Scoglio al centro della foto)

onofribellugi(Claudio Onofri con Bellugi)

viallimancini

(Vialli e Mancini in allenamento)

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One thought on “Amarcord, la valigia della memoria. Quando il Ferraris era antidiluviano”

  1. Bellissime immagini, mi piacerebbe trovarne altre.
    Complimenti
    Mi permetto un appunto, la foto che ritrae Peters sotto la neve si riferisce alla stagione 84/85, la prima in serie B dell’olandese volante, lo conferma lo sponsor Carrera, precisamente il 13 gennaio 1985, Genoa Campobasso rinviata a febbraio e poi vinta dal Genoa 2-0.
    Ancora complimenti.

    Leonardo

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