Annunci

Govi e il Cinema “insoddisfatto”

Mauto traverso cinema definitivo

di Mauro Traverso*

Ovunque cerchiate notizie sulla carriera cinematografica di Gilberto Govi trovate la parola “insoddisfazione’”scritta da qualche parte. Perfino Wikipedia la riporta, definendo proprio ‘insoddisfacenti’ gli esiti dei film da lui girati. È una parola legata proprio a Govi, tra l’altro, prima ancora che agli esiti economici o artistici dei singoli titoli, tutte opere più che dignitose che finirono per ripagarsi i costi e per allargare ancora la sua fama d’attore.
Il grande Gilberto non si trovava a suo agio, con il cinema: aveva ormai troppo assimilato e interiorizzato i tempi del teatro, la durata della commedia per intero come unità di misura del lavoro, replica dopo replica. La lavorazione macchinosa del cinema, le lunghe pause tra una ripresa e l’altra, i ritmi spezzati del lavoro di set, avevano su di lui l’effetto noioso dei tempi morti: faceva fatica a riprendere i personaggi, gli sembrava diventasse inutile tutto quello di essenziale che a teatro aveva imparato a proposito dell’uso delle maschere e del trucco, per esempio. Il cinema chiedeva una prontezza e una disinvoltura di esecuzione che a Govi mancava e di cui, probabilmente, non sentiva neanche la necessità artistica.
Eppure, nelle numerose ricorrenze legate al cinquantesimo anniversario della sua scomparsa, è giusto ricordare anche la sua carriera cinematografica, fatta di quattro titoli, molte collaborazioni illustri, molti mugugni e molta notorietà, che lo condurrà poi dritto alle registrazioni RAI delle sue commedie e alla definitiva consacrazione popolare dell’era televisiva.
Il primo film è Colpi di timone, del 1942, tratto dalla commedia teatrale di Enzo La Rosa già portata con successo in teatro. Lo gira con Gennaro Righelli, regista campano oggi sconosciuto ai più ma allora piuttosto in voga, che aveva girato nel 1930 il primo film sonoro italiano, La canzone dell’amore, da Pirandello, e che, dopo Govi, diresse anche la Magnani, nel 1945 e nel 1946, in Abbasso la miseria! e Abbasso la ricchezza!. Righelli gira il film con gran mestiere e uno stile che, con un pizzico di cattiveria, oggi si potrebbe definire nazional-popolare. Riesce a servire abbastanza bene il talento tutto teatrale di Govi: il piccolo armatore Giovanni Bevilacqua non ha la grandezza caricaturale del personaggio visto in teatro (e nelle registrazioni televisive) ma si carica di onesti accenti drammatici ( la serietà derisa, l’integrità messa in discussione ), nel rispetto dell’inesorabile destino comico della commedia (l’errata diagnosi che scatena la commedia degli equivoci, il gusto di prendere in giro i potenti e di mandare all’aria la serietà responsabile della posizione).
Il film, al botteghino, funziona abbastanza bene ma Govi già comincia a prendere le distanze. È lieto che il cinema lo cerchi ma torna al teatro in gran fretta e gli ci vorranno sei anni prima di tornare sul grande schermo, nel 1948, con Che tempi!, versione cinematografica di Pignasecca e pignaverde, diretto da Giorgio Bianchi.
Bianchi è un regista emergente, nel ‘48: ha alle spalle una collaudata carriera d’attore, con Blasetti, Bonnard e lo stesso Righelli, tra gli altri, e ha girato, da regista, un paio di melodrammi di buon successo, in cui ha diretto mostri sacri come Gino Cervi e Amedeo Nazzari. Gira film dai titoli fatali e ultimativi come, appunto, Fatalità, Cronaca nera, Il mondo vuole così. Diventerà famoso più avanti, ad anni ‘50 già inoltrati, girando Il conte Max, con De Sica, e Il moralista, con Sordi.
È il più famoso dei film con Govi, soprattutto per la partecipazione nel cast di due giovani attori comici destinati a un brillante futuro, Walter Chiari e lo stesso Alberto Sordi, di una promettente diva e futura star come Lea Padovani, e dell’invece già celebrassimo Paolo Stoppa, in piena ascesa di carriera soprattutto a teatro, con la compagnia di Visconti e della moglie Rina Morelli. Tranne Sordi, verranno tutti doppiati da attori con l’accento genovese, come previsto, oltre che dal testo della commedia, dalla sceneggiatura dello stesso film a cui partecipa lo stesso Govi.
Ed è anche il suo film più corale, o, se preferite, quello in cui l’assoluto protagonismo teatrale di Govi viene più diluito e ridistribuito alla forza di un cast così esuberante. La commedia non ne perde, almeno di fronte alla versione teatrale registrata che ne conosciamo. Gli esterni, girati a Genova (resta famosa la passeggiata su Circonvallazione a mare, con Govi, Chiari e Sordi che vanno a braccetto, nel finale del film), le donano anzi brillantezza e un contesto sociale e culturale che il testo teatrale rende solo in filigrana, se si può dir così: per esempio quello legato all’emigrazione, o quello, di stampo neo-realista, dettato dalle macerie della Guerra, della povertà ancora da vincere, dell’ottimismo che rinasce da una fatica ancora troppo presente. La città è una vera e propria co-protagonista e, grazie a lei, le proverbiali avarizie del capofamiglia Felice Pastorino sono ancora inevitabilmente spassose, ma hanno un retrogusto amaro, fin dolente, in alcune scene, una consapevolezza del momento storico che, a teatro, un po’ veniva persa nella irrefrenabile tensione alla risata. Valga per tutte la scena del conto al ristorante, rimasto nelle mani di Govi e Stoppa, dopo che ha dovuto andarsene il personaggio di Alberto Sordi, l’unico in grado di pagarlo.
Ed è, infine, il più riuscito dei film con Govi, quello dove anche lui sembra essere più a suo agio, forse per via del talento (o della concorrenza) che lo ha circondato durante la lavorazione.
Il buon esito del film sembra riappacificare momentaneamente Govi con il cinema. Ormai celebrato e riconosciuto da tutti come grande attore tout-court, sembra volersi concedere più volentieri a quell’arte nuova, su cui tuttavia continua a mugugnare, pare, durante le mai interrotte tournée teatrali, lamentandosi del troppo tempo che ci vuole, dei troppi soldi di cui si sente responsabile, della fatica di stare lontano dal palco. E così, due soli anni dopo, accetta di girare Il diavolo in convento, primo film non ispirato a una commedia teatrale, di cui partecipa di nuovo alla sceneggiatura, insieme al regista Nunzio Malasomma e Vincenzo Talarico, sceneggiatore storico della nascente commedia all’italiana, che metterà in conto scritture e collaborazioni con Comencini, Risi, Sordi, De Sica (fu, con altri, autore della scrittura della serie Pane, amore e… .
Malasomma è sul finire di una carriera di discreto successo, svolta in parte in Germania a causa della crisi industriale del cinema italiano del primo dopoguerra. Ha all’attivo perlopiù commedie brillanti o drammi sentimentali, film oggi ricordati più che altro per la carriera da divo di attori come Amedeo Nazzari o Rossano Brazzi, confinati spesso nel circolo dei genere melodrammatico, che allora veniva definito cinema per signore ( Per signorine non sia mai, quelli erano i tempi. La tentazione stava già nei titoli: Acque di primavera, Domani divorzieremo, Il diavolo bianco).
Ci sono di nuovo, dunque, tute le premesse professionali per un buon prodotto cinematografico, tuttavia, stavolta, il film sconfina spesso e volentieri nel bozzetto. La usuale maestria di Govi nel recitare la parte del ligure di buon senso e cattivo carattere, stavolta nelle vesti di un frate, resta sola a dare un po’ di verità a una serie di cartoline più o meno oleografiche di San Fruttuoso di Camogli, in una improbabile storia di bombardamenti e sfollati in attesa di miracolo. Il già rampante personaggio dell’imprenditore arricchito, che qui ha per cognome Milone, non è ancora cattivo e cinico abbastanza ed è, appunto, solo una bozza del personaggio che tanta fortuna avrà, da lì a pochi anni, nel nostro cinema del dopoguerra. Nel cast c’è Ave Ninchi.
Il film va male, o almeno non abbastanza bene: Govi decide che è ora di farla finita con il cinema e torna a godersi il suo successo a teatro. Gli anni ‘50 sono anche gli anni delle riprese televisive delle sue recite: in TV lo possono vedere proprio tutti e la sua popolarità non è mai stata così grande. Ci vorranno altri dieci anni prima di rivederlo su grande schermo.
Non sono note le circostanza che spinsero Govi ad accettare la parte che gli propose Anton Giulio Majano, nel 1961, per Lui, lei e il nonno. Di sicuro ci vollero molte parole e molta forza di convincimento per riportare Govi su un set. Forse mise una buona parola anche Walter Chiari, di nuovo protagonista con lui nella nuova lavorazione.
Anton Giulio Majano è destinato, da lì a pochi anni, a diventare uno dei registi fondamentali della televisione italiana, curando la regia di molti sceneggiati di successo ( così venivano chiamate, allora, le trascrizioni televisive dei grandi romanzi: Majano portò in televisione Jane Eyre, Delitto e castigo, La cittadella, La freccia nera e David Copperfield, tanto per fare solo cinque titoli delle sue ventinove regie televisive, Tenete Sheridan compreso ). Arriva tuttavia dal cinema, dove ha avuto una fertile carriera di sceneggiatore con tutto il Gotha del nostro cinema anteguerra (Gallione, Blasetti, Bonnard, Bragaglia), e una più che buona carriera da regista, di cui tocca ricordare almeno La domenica della buona gente, con Sophia Loren in piena rampa di lancio.
Alla sceneggiatura, dalla cui stesura, questa volta, Govi è assente, partecipa anche un altro mostro sacro del cinema scritto italiano: Ruggero Maccari, che nel 1961 ha già scritto Il conte Max, Il mattatore e Adua e le compagne, tanto per fermarci ai titoli più frequentati. Ma, anche per lui, il meglio doveva ancora arrivare.
Il film è prodotto da Achille Lauro e prevede la partecipazione anche di Carlo Campanini, Lauretta Masiero e i fratelli Giuffrè.
Govi questa volta è co-protagonista o, per dire meglio, è il comico antagonista, vecchio e conservatore, del personaggio moderno e disinvolto di Walter Chiari. La commedia, basata su un testo per il teatro di Guglielmo Giannini, è costruita sulle due diverse comicità: quella lombarda di Chiari, parolaia e gesticolante, già portatrice dei tic e delle nevrosi consumiste dell’imminente boom, e quella ligure di Govi, economica fin dai gesti e dalle occhiate, nel tentativo di far sopravvivere un buon senso che l’imminente boom, sempre lui, è destinato a spazzar via. L’umorismo in parte funziona, ma spesso resta con le polveri bagnate: Majano dirige in maniera troppo piatta, e davvero troppo televisiva, perché da quel confronto nasca qualcosa di drammaturgicamente serio, oltre alle singole gag. Sarà l’abitudine di vederlo in bianco e nero ma l’uso del colore non sembra addirsi alla commedia, il cui lieto fine aggiusta tutto ma non il film. Il pubblico reagisce con divertimento e permette il rientro dei costi, a dispetto delle stroncature della critica: Govi, che nel 1961 ha 76 anni e alle critiche non è abituato, deicide di lasciare definitivamente il cinema. Aveva abbandonato il teatro l’anno prima, portando in tournée la sua ultima commedia Il porto di casa mia.
Quella del cinema, dunque, non fu vera gloria, per Gilberto Govi, ma, almeno nei primi due film, fu una più che onesta partecipazione a un’arte che non amava e che tuttavia seppe restituire, anche se in minima parte, i mille riflessi del suo essere genovese dappertutto, sotto qualsiasi maschera, dentro ogni inquadratura, alla luce di qualunque riflettore.

*Critico cinematografico, membro della giuria del “Bisato d’Oro” a Venezia, membro del Cineforum Genovese

Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: