Disco Club: recensioni, consigli, classifiche e novità. La rubrica di un dischivendolo – 31 dicembre 2015

 

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A CURA DI DIEGO CURCIO

LE RECENSIONI

FILIPPO GAMBETTA – Otto Baffi

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Capita spesso, ai grandi musicisti che portano un grande nome: da loro ci si attende molto, e loro quindi reagiscono diversificando campi d’azione e sortite, una sorta di inconscia rincorsa a cogliere le opportunità più diverse e dunque spiazzanti, pur di non rimanere chiusi in un’unica definizione. Che oltretutto obbligherebbe alla replica continua. Filippo Gambetta porta un cognome pesante, ma è anche un musicista compiuto che in questo momento coglie i frutti di una radiosa maturità declinata su sponde diverse, a volte complementari, a volte no: dalle note dello choro, la più negletta e palpitante palestra pirotecnica di un Brasile troppo spesso ridotto a tropicalismo e samba, alle incalzanti avventure gaeliche, al canzoniere della memoria racchiuso nella sigla Liguriani, e via citando. Sta di fatto che “Otto Baffi”, quarto album in studio a suo nome è il lavoro più riuscito e meditato che Filippo abbia sino a oggi fatto uscire: epitome in dodici stazioni di pentagrammi per la danza di composizione (e che composizioni!) che vivono di meditati ascolti da tutto il folk revival progressivo che ha interessato l’Europa (e oltre) nell’ultimo quarantennio. Con attacchi perentori, una facilità di suono emozionante, una leggerezza affollettata sull’otto bassi – che poi sarebbero in titolo le esse soppiantate alle “f” del fortissimo in notazione – che scongiura ogni accento retrivo. E guarda avanti. Ventidue musicisti ospiti: troppi? Troppo pochi, forse, a giudicare dagli esiti. Ascoltare per credere. Guido Festinese

DALTON – Come stai?

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Non ho la più pallida idea di cosa stia succedendo a Roma in quest’ultimo periodo: però so che da qualche anno a questa parte le band capitoline che girano nel mio stereo sono aumentata a dismisura. L’ultimo gruppo, in ordine di tempo, ad avermi letteralmente flashato (come dicevano i truzzi degli anni novanta) sono i Dalton, che qualche mese fa hanno pubblicato il loro esordio su vinile (con cd incluso) dal titolo “Come stai?”. Se volessimo usare una definizione unica per riassumere la musica di questo quartetto potremmo rispolverare il vecchio termine “street”, ma tra i solchi di questo disco eccezionale – uno dei dieci album del 2015, secondo il mio modestissimo parere – c’è dentro molto di più. E volendo azzardare potremmo definire il suono dei Dalton un mix tra pub rock e oi!, con uno spiccato senso per la melodia: insomma un frullato perfetto di Banda Bassotti, Dr. Feelgood, Antonello Venditti e Gang (se mi passate la “suggestione”). E se i primi quattro pezzi (“Guarda Roma”, “Beato te”, “Niente paura” e la ballatona “Sì che si può”) sono un inizio perfetto e strabiliante che bilancia al meglio gli ingredienti che ho citato poco fa, anche le restanti otto canzoni del disco lasciano il segno sin dal primo ascolto. Gli unici brani leggermente sottotono (ma leggermente, ci tengo a precisare) sono le due cover in inglese”Tuesday morning” e “Bring on the Lucie”. Detto questo “Come stai?” è la colonna sonora perfetta della nuova classe operaia: il disco che l’attuale generazione di sfruttati e precari dovrebbe imparare a memoria e ascoltare dal mattino alla sera.  Diego Curcio


CRIPPLED BLACK PHOENIX – New Dark Age

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Chissà dove vogliono andare (o arrivare) i Crippled Black Phoenix, la formazione attiva dal 2004 che ha saputo ripercorrere con intelligenza (e qualche lungaggine di troppo) buona parte del dettato prog e psichedelico precedente, speziando spesso la miscela di base con umori ultramalinconici e oscurità assortite. “New Dark Age” (gran titolo, copertina irricevibile ai limiti del kitsch) è un ep da 57 minuti secondo loro – dunque un disco a tutti gli effetti, in realtà – nato come anticamera per la prossima uscita ufficiale, trenta ore di studio serrate. Se le parti iniziali convogliano il tutto in una specie di massiccia e tetragono doom progressive, simile a certe andature lente alla Motorpsicho, e con l’ombra lunga sabbattiana a marcare stretti gli accordi larghi, lenti e pesanti, chi s’è informato prima sa cosa troverà, a un certo punto. E’ una clamorosa versione in scuro di “Echoes” dei Pink Floyd che fa onore a chi l’ha scritta – e lo sapevamo – e fa onore a loro, per come hanno saputo incastrarla nelle volute di questo disco scuro, teso e tutt’altro che rassicurante. Guido Festinese

TAJ MAHAL – Live From Kauai

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Paradossi temporali. I tempi delle prime, seminali collaborazioni con Ry Cooder sono lontani, lontanissimi, gli anni messi uno dopo l’altro mettono in conto mezzo secolo. Però quando sentite voce e tocco di Taj Mahal (come del resto quando sentite quelli di Cooder) nulla è cambiato. Stessa maestria sapiente nel tocco, magari anche affinato dagli anni, e, nel caso di Mahal, identica voce grande, grossa e ringhiosa, quanto di meglio per affrontare vecchi blues e nuove incursioni in territori laterali, in primis, come dichiara il titolo del disco, e come Taj pratica da anni, in zone esotiche deliziose come gli sterminati campi elisi delle note hawaiane. Il disco è doppio, registrato dal vivo al Coconut Beach di Kausai, ed è un capolavoro di sorniona indolenza afroamericana con dodici persone sul palco. Più lo ascolti, più entra sottopelle. E visto che sono in arrivo giornate fredde, può aiutare a ricordare spiagge e sole. Guido Festinese

IL DIARIO

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31 dicembre 2014

Il sogno del segno. Questo è l’insegnamento odierno di un anziano (83 anni) che è venuto a trovarci. Entra con fatica, a causa del sacchettone che si trascina dietro, ‘O segnù, cosa vorrà adesso questo’, penso e mi preoccupo ulteriormente quando dal sacchetto tira fuori cinque quadri. Si presenta e scopro che è il papà di un mio cliente autista dell’Amt, che ha ereditato dal padre il mestiere. “Guardi, io le vorrei proporre un affare”, ‘Toulì, adesso mi vorrà vendere una delle sue croste a chissà quale prezzo’, penso, ma dico, con un certo timore “Che affare?”, “Guardi, io le do questo mio libro e uno di questi quadri a sua scelta per trenta euro”. Per la prima volta guardo le sue opere, non sono per niente croste, anzi una in particolare mi piace, lui continua “Trenta euro è quello che mi costa la tela e la cornice, il libro glielo regalo”, “Scusi, lei è bravo, ma per quale motivo svende così le sue cose?”, diventa ispirato, “Per lasciare un segno, vede io facevo l’autista, me non ho mai smesso di sognare, il mio sogno è di lasciare un segno, il segno del mio passaggio in questa vita. Non bisogna mai smettere di sognare, sognare aiuta a vivere”. Si rivolge a Carlo ‘Fungus’, “Lei cosa fa nella vita?”, “Il dentista”, “E basta? Non ha qualche hobby? Qualcosa con la quale vorrebbe lasciare il segno?”, “Sì, suono il basso”, “Bravo, continui e sogni di diventare un bassista così bravo da lasciare un segno, non le costa niente”. “E lei?”, tocca a me, a dire il vero il mio sogno è stato esaudito 33 anni fa, quando ho abbandonato la banca per passare a tempo pieno a Disco Club, è anche vero però che alla fin fine anche quello del dischivendolo è diventato per me un mestiere, quello che mi dà da vivere, allora butto lì “Ho scritto un diario, le storie del negozio e ne ho già venduto 400 copie, una anche a suo figlio”, “Ha visto che ho ragione? Lei ha già lasciato un segno. Auguri a tutti e due, buon nuovo anno”. Il segno da noi lui lo ha già lasciato, la sua pittura

Auguri a te vecchio artista sognatore e a tutti voi di un buon 2015 e mi raccomando non dimenticate una cosa importante: il sogno di un segno.

LE CLASSIFICHE DELLA SETTIMANA

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Classifica di Disco Club
1) Adele – 25
2) Francesco De Gregori – De Gregori canta Bob Dylan. Amore e furto
3) Coldplay – A Head Full Of Dreams
4) Roger Waters – The Wall
5) David Gilmour – Rattle That Lock

Classifica dei cofanetti
1) Francesco Guccini – Se io avessi previsto tutto questo… La strada, gli amici, le canzoni
2) Bruce Springsteen – The Ties That Bind: The River Collection
3) Bob Dylan – The Cutting Edge 1965-1966: The Bootleg Series Vol.12
4) Battiato – Anthology. Le nostre anime
Classifica adv (angolo della vergogna)
1) MARCO MENGONI – LE COSE CHE NON HO
2) IL VOLO – L’AMORE SI MUOVE
3) MODA’ – PASSIONE MALEDETTA
4) ANDREA BOCELLI – CINEMA
5) LAURA PAUSINI – SIMILI

PROSSIME USCITE

08/01/2016
David Bowie – Blackstar

15/01/2016
Skunk Anansie – Anarchytecture
Erik Truffaz Quartet – Doni Doni
Nada – L’amore Devi Seguirlo

22/01/2016
Aoife O’donovan – In The Magic Hour
Shandon – Back On Board
Ty Segall – Emotional Mugger
Tindersticks – The Waiting Room
A due anni dall’ultimo “Across Six Leap Years”, i Tindersticks pubblicano il loro decimo album “The Waiting Room”. Nel disco ospiti d’eccezione come la cantante delle Savages Jehnny Beth e Lhasa De Sela, la cantautrice messicana scomparsa prematuramente nel 2010. Ogni canzone è accompagnata da un video realizzato appositamente da un diverso nome della scena cinematografica internazionale.
BONNIE ‘PRINCE’ BILLY – Pond Scum
Contiene le Peel Sessions di Bonny Prince Billy, nome d’arte di Will Oldham ma conosciuto anche sotto il nome di Palace o Palace Brothers oppure Palace Music. Queste sessions sono state registrate tra il 1993 e il 1999 e comprendono versioni alternative di brani pubblicati sui dischi di quegli anni.
YORKSTON/THORNE/KHAN – Everything Sacred
Nuovo gruppo composto da James Yorkston, Suhail Yusuf Khan (cantante e suonatore di sarangi originario di New Delhi) e Jon Thorne, il bassista dei Lamb. L’album “Everything Sacred” è stato prodotto dalla band e mixato da Dave Wrench e spazia dal jazz al folk, con nuovi arrangiamenti di Ivor Cutler e Lal Watersone. Un poema Sufi musicato insieme a composizioni originali scritte dalla band. Come ospite sull’album troviamo Lisa O’Neill candidata al Music Prize.
HIGH LLAMAS – Here Come The Rattling Trees
The High Llamas sono tornati con “Here Come the Rattling Trees”, il loro primo album in cinque anni. La mente è sempre Sean O’Hagan (ex Microdisney e collaboratore di Stereolab) un narratore e sognatore che questa volta ha scritto un concept album, che era niziato come una produzione teatrale che ha già debuttato sul palcoscenico. Musicalmente l’album è quello che ci si aspetta dai The High Llamas e O’Hagan: vibes, flauti, armonie ricche, melodie pastorali, gorgoglianti sintetizzatori, clavicembali e archi vertiginosi.
RANCID – And Out Come The Wolves                                                                 Per celebrare il ventesimo anniversario di questo album, Epitaph pubblica la deluxe edition. Uscito al culmine del periodo di rinascita del punk nei primi anni 90 “Out Come The Wolves” è senza dubbio uno dei più importanti album di quel decennio con le sue canzoni che sono diventate dei classici del punk-rock. Il cd contiene due extra tracks “Blast’em” e “That’s Entertainment”.

 

 

 

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