Quando Genova canta l’inno di Mameli ma poi i bersaglieri bombardano la città

di Black Giac
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moti di genova
Una delle vicende più controverse ma certamente un episodio decisivo della Genova moderna sono i moti del 1849 e l’intervento dei bersaglieri piemontesi che soffocheranno nel sangue e nella violenza gli ultimi sussulti repubblicani della Superba. Un filone indipendentista ha negli ultimi tempi recuperato questo episodio declinandolo in una narrazione che voleva i genovesi in rivolta per recuperare l’autonomia perduta definitivamente nel 1815 al Congresso di Vienna quando la Repubblica venne annessa al Regno di Sardegna. In realtà le trame e i fili che porteranno ai tragici fatti del 1849 sono più intricati, nonostante sia vero che per i genovesi essere sottomessi ai Savoia, monarchia assolutista, legata al latifondo e all’agricoltura per secoli nemica e fieramente combattuta era un bruttissimo rospo da digerire. I tempi, però, erano cambiati e per le ricche classi aristocratiche della città avere qualcuno che governava l’amministrazione della città mentre loro continuavano i loro affari poteva essere anche una chiave di lettura per il futuro. Altri elementi però si agitavano nella turbolenta Europa uscita da Vienna dopo la sconfitta di Napoleone. Le monarchie regnanti avevano ripreso in mano il bandolo della matassa dai tempi della rivoluzione francese ed erano assolutamente decise a non mollarlo. La “Restaurazione” era garantita da eserciti in arme pronti a intervenire e un servizio di polizia repressiva determinata a soffocare ogni bisbiglio che lasciasse intravvedere lo spirito di una rivolta. E’ negli anni ’20 dell’800 che il giovane Giuseppe Mazzini inizia la sua attività nella Carboneria, la rete di associazioni segrete che con diverse sfumature erano ostili alle monarchie propugnando la democrazia e la repubblica. Nel frattempo, la convivenza tra Genova e i Savoia tiene grazie anche alla reggenza “illuminata” di Carlo Felice propugnatore di manifestazioni culturali e del rinnovamento urbanistico della città con la costruzione, tra l’altro, del teatro che prenderà il suo nome. Nel 1831 sale al trono Carlo Alberto, più arcigno del suo predecessore verso una città che nel tempo aveva visto i moti carbonari, tra una repressione e l’altra, innervarsi in modo più capillare nel tessuto popolare entusiasmando i giovani e trovando nella storia punti di riferimento importanti. Nel 1847 i cento anni dall’insurrezione vengono festeggiati il 10 dicembre con una imponente manifestazione di 35000 genovesi. Per la prima volta vengono suonate le note di un motivo composto per l’occasione dal musicista genovese Michele Novaro. Le parole erano state scritte qualche tempo prima da un altro genovese, il giovane Goffredo Mameli: il titolo della canzone era: “Canto nazionale”. L’anno successivo il re approva lo “Statuto Albertino” che concede la libertà individuale e di stampa e qualche giorno dopo dichiara guerra all’Austria. L’entusiasmo patriottico è alle stelle ma le delusioni arrivano presto. Sconfitto a Novara Carlo Alberto si arrende agli austriaci abdica per il figlio Vittorio Emanuele II. Doccia gelata per i genovesi: nella resa ci sarebbe anche la cessione del porto della città agli Asburgo. In città è il caos e la rivolta generale contro i Savoia. L’idea di ritrovarsi i granatieri austriaci per le strade nonchè di perdere il controllo del porto inorridisce trasversalmente tutte le classi sociali che non accettano la resa (“Il Piemonte si allea con gli Austriaci!”) e decidono di continuare a combattere. La rivolta quindi non è propriamente anti-sabauda ma in funzione difensiva anti-austriaca. Alla fine di marzo gli insorti con la Guardia Nazionale guidata da Giuseppe Avezzana occupano Palazzo Ducale e prendono in ostaggio la famiglia del generale Giacomo De Asarte comandante della guarnigione sabauda a Genova. Il 30 marzo un triumvirato guidato dallo stesso Avezzana, Costantino Reta e David Morchio prende in mano il governo di Genova. La guarnigione sabauda viene costretta alla resa. Per i genovesi non c’è tempo da perdere per organizzare le difese. Se in un primo momento il pericolo sembravano gli austriaci non ci vuole molto a capire che la minaccia reale arriva dalla stessa monarchia. Vittorio Emanuele II invia verso Genova con lo scopo di sedare la rivolta 25.000 soldati, il corpo scelto del Regno di Sardegna: i Bersaglieri. La Marmora ridiscende la Valpolcevera mentre a Sampierdarena ci si prepara a impattare con la forza d’urto sabauda. Nel borgo si combatte casa per casa ma alla fine i bersaglieri hanno la meglio contro un avversario per lo più formato da civili e inizia così l’assedio di Genova. Constatata la resistenza degli insorti guidati dall’Avezzana, La Marmora decide di risparmiare i suoi uomini procedendo al bombardamento a distanza. Conquistati i forti sulle alture i Savoia fanno cadere su Genova una pioggia di bombe che devastano il centro della città colpendo anche l’ospedale Pammattone. Dopo 36 ore si contano 400 morti e diverse centinaia di feriti. Nonostante l’eroica resistenza della Guardia Nazionale composta da 10.000 uomini i bersaglieri irrompono in città e qui avviene il fatto più increscioso dell’intera vicenda: La Marmora concede ai soldati 24 ore di saccheggio e sarà la notte più buia dei genovesi violentati, umiliati e offesi da altri italiani sino all’alba del 9 aprile quando la città viene dichiarata sotto il totale controllo dei Savoia. Molti degli insorti fuggono ma le ferite di questa vicenda rimarranno aperte per più di un secolo. Le famiglie genovesi si rifiuteranno da lì in poi di inviare i loro giovani per far parte del corpo dei Bersaglieri che entreranno nuovamente a Genova solo dopo il secondo conflitto mondiale. La riconciliazione tra la città e il corpo militare sarà sancita nel 1994 in occasione del raduno nazionale che Genova accettò di ospitare.

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