Della volta che il Polcevera travolse le armate austriache e un ragazzino le costrinse alla resa: “Che l’inse!”

di Black Giac
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che l'inse

Nel 1743 l’ascesa di Maria Teresa al trono degli Asburgo scatena una serie di conflitti che andranno a definirsi nella cosiddetta “guerra di successione” che interesserà le più importanti potenze europee. Per l’effetto domino anche la Repubblica di Genova, dopo la cessione da parte degli inglesi del Marchesato di Finale al Regno di Sardegna, cessione che stracciava gli accordi e i pagamenti dei genovesi agli austriaci per quel territorio, si trova coinvolta in un conflitto al fianco di Francia e Spagna contro inglesi, austriaci e Savoia. Una posizione difficile quella della Repubblica che preferirebbe dichiararsi neutrale ma che alla fine viene trascinata pienamente nel conflitto. La guerra ha alterne vicende ma nel 1745 la situazione volge a favore dell’Austria e dei suoi alleati, i francesi e gli spagnoli sono costretti a ritirare le loro truppe dal suolo italiano e nel giro di pochi mesi ecco nel settembre del 1746 le truppe austriache scendere giù dal passo della Bocchetta e attestarsi a Sampierdarena. La pretesa neutralità di Genova non viene considerata dagli assedianti che chiedono la resa della Repubblica e condizioni particolarmente onerose ma dovendo scegliere i genovesi, sia pure a malincuore, preferiscono arrendersi agli Asburgo che non ai Savoia, nemici giurati da sempre. In questi giorni accade qualcosa che è ben più di un segno premonitore per gli austriaci. Una fortissima pioggia comincia a cadere e in una notte una piena travolgente del Polcevera si porta via mezzo esercito che si era accampato nel greto asciutto del fiume. Quasi mille morti ma nonostante questo presagio gli assedianti non si scompongono più di tanto. Le condizioni della resa per Genova sono drammatiche: 50.000 lire genovine, la consegna delle porte, dell’artiglieria, delle armi e l’esercito doveva considerarsi prigioniero di guerra. Perdipiù Antonio Botta Adorno il generale a capo della spedizione austriaca nutre un forte rancore nei confronti della Repubblica per via di una condanna a morte comminata al padre (mai eseguita) nei tempi passati. A peggiorare ulteriormente le cose, se mai era possibile, la richiesta dei danni di guerra da parte del conte Cotek, commissario di guerra austriaco che richiede in pochi giorni la somma di tre milioni di genovine. Un disastro! I nobili genovesi tergiversano, mandano ambasciate, chiedono aiuto ma invano, intanto gli austriaci chiedono per il tempo trascors un ulteriore milione. In città si respira un certo nervosismo per la pesantezza dei modi delle truppe occupanti, prepotenti e violente. Botta Adorno ordina che le batterie di mortai e cannoni dislocate strategicamente lungo le mura della città vengano sradicate e portate verso la Lanterna dove da lì verranno imbarcate per essere portate sul fronte francese. E’ così che nel pomeriggio del 5 dicembre 1746 il pesante mortaio “S. Caterina” sradicato dalle alture di Carignano e trascinato faticosamente per la città dagli austriaci affonda in un pozza di fango nel popoloso quartiere di Portoria. Il “pezzo” è bloccato, i soldati chiedono aiuto alla popolazione che si è assembrata intorno a loro. Volano rimbotti e insulti i militari asburgici usano il calcio del fucile per spingere alcuni dei passanti ad aiutarli. La folla aumenta con il malumore. La tensione altissima a quel punto sfocia in un urlo, un’invettiva che è è anche un’incitamento; un giovane popolano ricordato come Giovanni Battista Perasso scaglia una pietra verso i soldati e urla: Che l’inse!” che nel dialetto ligure pre-ottocentesco significa “La cominciamo? (la rissa)”. Scoppia un pandemonio e gli austriaci sono costretti ritirarsi. Nello stesso tempo venuti a conoscenza dell’episodio i nobili genovesi inviano un messo chiedendo scusa a Adorno che su tutte le furie chiede che siano gli stessi genovesi a ristabilire l’ordine intimando alle guardie di sparare sulla folla. In tutta la città, invece, è scattata l’insurrezione. Il quartier generale dei ribelli è in via Balbi nel collegio dei Gesuiti (l’attuale sede dell’Università) dove si decidono le mosse della rivolta; al popolo vengono aperti gli arsenali e così a Sampierdarena si scatena una furibonda battaglia che dopo qualche ora si estende in tutta la città. Barricate di fattorini, artigiani e commercianti si oppongono fieramente ai granatieri imperiali. In via Prè, Sottoripa poi Albaro e Portoria infuria i combattimento. Dopo cinque giorni di lotta senza quaritere il 10 dicembre gli austriaci sono costretti alla ritirata; saràil giovane garzone dell’osteria della Croce Bianca, Giovanni Carbone a consegnare al doge le chiavi di porta S. Tommaso (tra piazza Acquaverde e Via Milano) per festeggiare la liberazione di Genova.

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