QUATTRO PASSI NELLA GENOVA ROMANA – Benvenuto Black Giac!

di Giovanni Giaccone – Black Giac
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Giac

“Cosa è finita? Hai detto finita? Non finisce proprio per niente se non l’abbiamo deciso noi. E’ forse finita quando i tedeschi bombardarono Pearl Harbour? Col cazzo che è finita! E qui non finisce, perché quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare”. (Bluto)

Mi sono sempre chiesto se mai avrei potuto utilizzare questa citazione dal film “Animal House” con un irripetibile John Belushi non a sproposito e forse è proprio per questo che sono qui perché, a quanto pare, quel momento è arrivato. In una fase molto difficile per l’informazione nel nostro paese e soprattutto in Liguria, e con il termine “difficile” intendo molto peggio, credo che ci sia, almeno per me, la necessità di una svolta. Per 24 anni ho lavorato sempre per qualcuno ma a qualche settimana dalla mia cessata collaborazione con il mio precedente datore di lavoro avverto la necessità, a prescindere da un compenso, di dire ancora qualcosa se non fosse per quella piacevole sensazione che avverti nel poterti esprimere in totale libertà. Non scriverò come Giovanni Giaccone, il nome proprio che identifica il mio status fisico giuridico personale al momento di un corretto accordo con qualcuno che usufruisce della mia attività professionali ma ispirandomi alle antiche regole della pirateria che vedevano uomini fuggire da guerre, persecuzioni, angherie, soprusi e pene capitali per cercare la libertà in mare aperto scriverò con uno psudonimo “Black Giac” che significherà, annotatevelo bene sin da ora: “Sto scrivendo quello che cazzo mi pare”. Ringrazio Monica Di Carlo che mi ospita in questo gradevole e interessante blog e spero di essere all’altezza di tanto onore. Buona lettura a tutti!  

 

Ne “Le città invisibili” Marco Polo raccontava al Gran Khan dell’esistenza di città sovrapposte, più città nella stessa città, vestigia che nei secoli silenziosamente e misteriosamente mutavano sotto gli occhi dei loro stessi abitanti, inconsapevoli di quella trasformazione perché febbrilmente impegnati nelle loro attività di ogni giorno. E chissà se nel romanzo mirabilmente scritto da italo Calvino il pensiero sarà stato rivolto a Genova, certamente una delle città che nei millenni della sua esistenza ha cambiato più volte la sua immagine, la sua forma, mutando per le circostanze storiche e le necessità dei tempi ridiventando ogni volta più bella e affascinante. In Italia, molte città mantengono ancora e in molti casi utilizzano anche opere e costruzioni che risalgono all’epoca romana a Genova le tracce del rapporto profondo che legò le due città bisogna intuirle; la disponibilità di un territorio esiguo per la crescita di un centro che nei secoli arriva a diventare la porta dell’occidente, impedì il mantenimento e impose trasformazioni drastiche dettate da esigenze urbanistiche, di espansione come di difesa ma anche per le evoluzioni della cultura e della religione. La Genova romana che fu durante le guerre puniche, momento nodale dell’evoluzione e della definitiva affermazione di Roma, uno dei capisaldi centrali del nascente impero si intuisce solo in base alla toponomastica e alle aree archeologiche come quella dei Giardini Luzzati dove sono conservati i resti delle antiche mura dell’anfiteatro e ancora più antichi, i resti di strutture per la raccolta delle acque.

Ma i quattro passi per la Genova Romana non possono non partire da via del Molo che insieme al “Castello” è la zona in cui gli antichi liguri ma anche celti, etruschi e greci (e prima ancora i fenici) che per primi abitarono in queste zone, gettarono le basi per il loro insediamento.

Oggi è difficile orientarsi ma basta concentrarsi un secondo per vedere le linee di sviluppo della città rimaste inalterate nei secoli: la strada che s’inerpica verso l’attuale S. Maria di Castello e l’altra quella dritta, dritta l’attuale via San Bernardo che collegava il porto verso la strada che portava a Roma. Sin dal V secolo a. C. Genova è la Genova che conosciamo: un centro cosmopolita, dove via via si abbandona l’economia rurale per dedicarsi al commercio con greci, etruschi e cartaginesi. Il vecchio “Castrum” in legno e le capanne vengono sostituite da strutture in pietra e la città gode di un predominio economico su tutta la costa ligure.

I romani che si affacciano verso nord incontrano subito delle difficoltà: i liguri erano l’osso più duro da mordere nella loro espansione: non alti, robusti, avvezzi alle difficoltà del territorio aspro, lavoratori instancabili, scaltri e abili nei conti (sin da allora) diventano la spina nel fianco delle legioni che risalgono la penisola. Ci vorranno secoli e prima che i romani abbiano ragione di questo indomito popolo citato da Virgilio e da Esiodo ma il rapporto con Genova fa storia a sé. Nel 225 a. C. si stipula il primo accordo commerciale tra le due città che sigillerà un’alleanza duratura nella buona e nella cattiva sorte. Con le guerre puniche Genova si schiera apertamente con Roma a differenza delle tribù liguri che da sempre ribelli nei confronti romani combatteranno al fianco di Annibale. Genova era l’avamposto più avanzato di Scipione che la usava come scalo per spostare velocemente le sue truppe in direzione nord. Una base logistica nevralgica per i romani ma anche una città molto ricca che non poteva sfuggire all’attenzione del comandante cartaginese Magone che nell’estate del 205 a. C. partendo dalle Baleari con dodicimila fanti e duemila cavalieri, trenta navi rostrate e molte altre di supporto fa rotta su Genova, sbarca con l’esercito, la depreda e infine, la rade al suolo. Il nome proprio Magone diverrà da allora per i genovesi “u magon” uno stato di angoscia e di travaglio, pena e dolore.

Il nostro viaggio aiutato dall’essenziale volume “Storia insolita di Genova” di Aldo Padovano comincia da qui da qualche mese dopo questo episodio che sancisce fine e successiva rinascita di una delle tante innumerevoli “Genova” esistite nella storia. I romani e i genovesi non ci stanno: la città che pur essendosi via via ampliata secondo le linee urbanistiche romane (via S. Bernardo, Via dei Giustiniani e Canneto il Lungo da una parte via delle Grazie, Vico Valoria, via Sauli e Chiabrera dall’altra) rimaneva concentrata intorno all’antico insediamento tra Castello, via Mascherona, via S. Croce e S. Giorgio in un anno viene ricostruita con nuove mura intorno all’originario “oppidum” e si insedia un presidio militare nella valle di Soziglia, protetta dal vento e abbondantemente fornita di acqua dal torrente Bachernia, quello delle Fontane Marose. Tra i Macelli e Romanengo, dove oggi ci si sofferma tra vetrine e bar, nel 204 a. C. gruppi ordinati di giovani velites ricoperti dalle pellicce di lupo, i corazzati princeps con gli hastati, seguiti dai più esperti triarii con le loro pesanti lance in spalla e i mantelli rossi, una volta sbarcati dalle navi si dirigevano verso il loro campo guardandosi intorno incuriositi, in questo luogo dove ancora vi era il segno del passaggio delle truppe di Magone. Con un po’ di fantasia e magari con l’aiuto di un bicchiere di vino in piazza Lavagna, quadrata e ordinata come poteva essere un campo di addestramento, potreste sentire risuonare il clangore delle spade usate dalle giovani reclute nelle esercitazioni e gli ordini perentori dei vecchi legionari. In lontananza sulle colline che risalgono sù dalla Maddalena qualche curioso e delle ragazze stanno osservando; queste ultime sono le “meretrices” le prostitute che seguono i soldati e che vivono in anguste capanne o piccole costruzioni in pietra nella zona di Monte Albano (i lupanari). Nella zona vi sono una serie di boschi sacri (via Luccoli, Acquasola) e numerosi templi come nella zona delle Vigne; non molto distante, nell’attuale piazza dell’Annunziata si trovava un altro campo militare, questo è più ampio: si muovono i triarii disposti sul campo studiano il movimento delle falangi, mentre ci si esercita nell’uso delle armi pesanti come le baliste. Nella zona del Carmine dove oggi si trova il mercato coperto recentemente restaurato dall’amministrazione comunale si trovava… Un mercato delle erbe e poco distanti il tempio di Marte, il tempio della Fortuna e il tempio di Venere. Le divinità più consultate sia dai soldati che dalle prostitute. Roma si prepara a sferrare il colpo mortale a Cartagine con la battaglia di Zama e Genova consolida con la sconfitta di Annibale e di tutte le tribù alleate ai cartaginesi la sua supremazia in Liguria. Le strade di quella Genova ancora oggi percorribili sono Ponticello che superava il rio Torbido (non distante secondo vecchie carte potevano trovarsi le terme) e portava nell’attuale via S. Bernardo fino ad arrivare al Foro nell’attuale piazza S. Giorgio. Qui si incontrava il “Carruggio lungo” l’ideale strada che congiunge via delle Grazie, Canneto il Curto, via San Luca, via del Campo e infine, via di Prè; non molto distante da piazza Fossatello si incrociava via della Maddalena che conduceva verso la valle di Soziglia, il colle di Piccapietra e via S. Vincenzo. Un predominio territoriale e logistico quello di Genova che anche dopo la caduta dell’Impero romano, con le invasioni barbariche a tagliare collegamenti e a impoverire i fasti passati permarrà, garantendo una continuità urbanistica permessa proprio dalla solida impostazione romana. I templi con il cristianesimo verranno distrutti oppure molto frequentemente trasformati in chiese e laddove si trovavano i resti di un’aristocratica villa di epoca augustea usata sino al V secolo nell’attuale piazza Matteotti si metteranno le fondamenta per Palazzo Ducale. Ciò che vediamo oggi intorno a noi nel centro storico di Genova è l’elaborazione di un disegno essenziale che 2000 anni fa circa persone molto diverse da noi misero in atto con sforzi e sacrifici importanti, con un acume e una capacità che rendono ancora oggi queste zone tra le più vivibili e gradevoli dell’intera città.

 

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